

A strong spirit transcends rules
Prince

Eric Clapton, alla domanda su come si sentisse a essere considerato il miglior chitarrista al mondo, rispose: «Non lo so, chiedetelo a Prince», alludendo alla bravura del musicista di Minneapolis come strumentista. Prince, però, non era solo un virtuoso della chitarra: riuniva in sé molti talenti — produttore, arrangiatore, cantante, polistrumentista — oltre che, appunto, chitarrista. Un soggetto autenticamente eclettico.
Prince non ha mai davvero lasciato Minneapolis. Anche quando era al centro del mondo pop, anche quando il suo nome rimbalzava tra Los Angeles, New York e soprattutto l’amatissima Parigi, il suo asse emotivo restava lì, nel Midwest, lontano dal glamour e dai salotti dell’industria discografica. Minneapolis non era solo una città, era uno spazio mentale per l’artista americano. Il freddo, la distanza, l’isolamento hanno forgiato quel suono asciutto, nervoso, essenziale, in cui il funk diventa geometria e la sensualità convive con la religiosità. Chissà cosa avrebbe detto della soldataglia ICE che infesta la sua città da mesi? Li avrebbe fulminati con un rap o trovandogli un degno angolino nell’apocalittica “Sing of the Times”? Un fatto è certo, meglio ricordare Minneapolis per la musica di Prince e non per le vessazioni di queste forze d’oppressione, spacciate per forze dell’ordine.
Gli inizi, nella seconda metà degli anni Settanta, sono incerti e quasi carsici, ma l’esplosione di Purple Rain negli anni Ottanta, con il singolo When Doves Cry, catapulta Prince nello star system: una dimensione in cui Roger Nelson, questo il suo nome di battesimo, non sarà mai davvero a suo agio. Prince rifiuta qualsiasi stereotipo artistico e fugge per tutta la sua breve vita dalle strategie di marketing e dai giochetti d’immagine dei manager musicali, arrivando perfino a ripudiare il proprio nome d’arte per dispute legali con la casa discografica. Il suo stile affonda le radici nella musica nera, con un accento particolare sul funk e sul funky, frullati senza rispetto per i confini con jazz, pop, rock e molto altro ancora a dare sapori particolari alle sue composizioni. Changes, avrebbe detto il buon Bowie.
Prince ha costruito Paisley Park come una cittadella autonoma, un laboratorio permanente in cui vivere, lavorare, registrare, suonare, senza chiedere permesso a nessuno. Restare a Minneapolis era una scelta artistica prima ancora che affettiva. Significava non farsi inglobare, non diventare una filiale dell’industria discografica. La città entra nella sua musica senza essere mai nominata esplicitamente.
Minneapolis è l’anti-Hollywood, l’anti-New York, ed è forse per questo che Prince l’ha amata così profondamente. Da lì poteva guardare il mondo senza esserne sedotto, restare al centro della tempesta senza perdere il controllo. Prince non ha rappresentato Minneapolis: l’ha suonata, l’ha resa invisibile e onnipresente. E in quel gelo fertile ha trovato lo spazio perfetto per essere, fino in fondo se stesso.
Negli anni Ottanta inizia la parabola con i R E V O L U T I O N, circondandosi di musiciste come Wendy & Lisa e altre avvenenti fanciulle. Varie ed eventuali leggende accompagnano la voracità sessuale del piccoletto, ma non siamo qui per raccontarvi questo: nello showbiz le cose vanno come vanno. Con i Revolution Prince sforna capolavori come Around the World in a Day e Parade. Non replica in questi dischi il successo commerciale di Purple Rain, ma conferma una vena creativa dirompente, innovativa e sempre meno classificabile. È il periodo della massima libertà formale, quello in cui il successo viene deliberatamente aggirato o usato come carburante per andare altrove.
Prince è indiscutibilmente il musicista amato dai musicisti. Le sue composizioni sono manuali di originalità: arrangiamenti imprevedibili, soluzioni ardite in fase di registrazione e produzione, tutte curate personalmente nei Paisley Park Studios. I suoi dischi sono veri e propri tutorial su come lavorare in studio, su come trattare il suono e far dialogare gli strumenti. Un’attitudine poliedrica che lo differenzia radicalmente da molte stelle pop. Prince sapeva fare tutto: dalla composizione alla performance, dalla registrazione alla produzione. E si sente.
Il nostro musicista rifiuta di lasciarsi chiudere in qualsiasi genere e salta dalla neo-psichedelia ad arrangiamenti totalmente inediti, rifiutando radicalmente ogni luogo comune, come in una fuga perpetua da un mostro persecutore: il genere. Give the people what they want? Prince faceva l’esatto contrario, pensava alla musica, non a coltivarsi un’audience. Saltava dalle colonne sonore (Batman) a reminiscenze beatlesiane, ibridando il tutto con la black music. I discografici non apprezzavano ovviamente questo atteggiamento anarchico, e il grande pubblico di Purple Rain — in cima alle classifiche americane per ventuno settimane consecutive nella versione a 33 giri — non lo seguirà fedelmente nella sua esplorazione sfrontata di nuovi orizzonti.
Siamo spesso passivi nel fruire l’arte: vogliamo sempre la stessa minestra, gli stessi assoli, le stesse acconciature, gli stessi suoni. Scordatevi tutto questo triste armamentario con Prince.
Roger Nelson era un genio e, come ogni artista pervaso da un bisogno creativo incontenibile, ha attraversato più di un momento oscuro senza piegarsi mai allo showbiz, esplorando la musica al di là di qualsiasi costrizione. Nel 1987 esce Sign o’ the Times, uno dei vertici assoluti della musica pop del Novecento: un’opera che riscrive e attraversa generi diversi con una libertà disarmante. Il singolo omonimo, con il suo testo che attualizza Walk on the Wild Side di Lou Reed nel deragliamento di senso contemporaneo, sembra uscito ieri per modernità di suono e produzione.
La parabola esplosiva degli anni Ottanta si chiude con Lovesexy, album sensuale e luminoso da cui spicca il superbo singolo Alphabet Street. Un disco intriso di rimandi a James Brown e al funk, ripensati e attualizzati in un inno alla gioia dei sensi.
Negli anni successivi la discografia di Prince si fa sempre più sterminata e labirintica. Album come Dirty Mind, Controversy e 1999 avevano già anticipato un futuro elettronico per la musica pop. Negli anni Novanta e Duemila, tra dischi discontinui, fiammate creative e manierismi decadenti, Prince lavora per necessità più che per il mercato, pubblicando però anche opere come Xpectation di assoluta bellezza.
Come chitarrista, Prince resta uno dei più sottovalutati dal grande pubblico e uno dei più venerati dagli addetti ai lavori. Il suo stile fonde Hendrix, funk e lirismo rock, rifiutando una velocità fine a se stessa, ma celebrando il controllo del timbro, la teatralità e l’intenzione. Gli assoli di Purple Rain o la celebre apparizione al tributo per George Harrison mostrano una padronanza totale dello strumento, sempre al servizio della canzone.
Come compositore possedeva un istinto melodico incredibile e una capacità compositiva da fuoriclasse. Scriveva canzoni in pochi minuti, ma con architetture complesse e soluzioni armoniche inattese. Ha composto per sé e per altri, spesso sotto pseudonimo: molti successi altrui portano la sua firma invisibile.
Prince è stato un innovatore radicale, ha abolito la divisione dei ruoli, anticipato l’artista che ha un controllo totale. Ha usato lo studio come strumento creativo e combattuto battaglie politiche sul controllo dei master e dei diritti. Ha rivoluzionato il concetto stesso di genere musicale, rendendo fluide identità sonore, sessuali e spirituali, molto prima che diventassero stereotipati slogan.
Memorabili i concerti parigini improvvisati in piccoli locali — dove lasciava esplodere la sua vena improvvisativa e le sue capacità uniche di polistrumentista. Era capace di tutto, ma purtroppo nel 2016 il perfido fentanyl si è portato via il nostro genio a soli 57 anni, probabilmente malato di AIDS. Ci lascia quasi cinquanta album e un’eredità immensa.
Prince non ha lasciato una scuola, ma una possibilità: quella di non cercare rassicurazioni, non accasarsi mai, ma esplorare sempre nuove strade, senza badare ad insuccessi. Frank Ocean, Pharrell Williams e D’Angelo sono alcuni dei musicisti che hanno riconosciuto esplicitamente un debito verso Prince e a modo nostro lo celebriamo con una playlist originale con oltre due ore di musica del nostro principe preferito: accomodatevi alla corte di Minneapolis, una città che merita ben altro di uomini senza volto.
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