


Keir Starmer lascia Downing Street dopo appena due anni e nonostante una delle maggioranze parlamentari più ampie della storia britannica recente. La sua caduta solleva però una questione che va oltre il giudizio sul suo operato: cosa accade alle democrazie occidentali quando narrazioni, algoritmi e campagne mediatiche finiscono per contare più dei fatti e del mandato degli elettori?
Starmer si dimette.
Ci sarà chi festeggerà. Chi parlerà di resa dei conti. Chi presenterà questo momento come il naturale epilogo di una leadership fallita. E poi ci sarà chi, come chi scrive, considera quanto accaduto un pessimo segnale per la democrazia liberale.
Perché un Primo Ministro democraticamente eletto, alla guida di una maggioranza parlamentare superiore ai 400 deputati, costretto a lasciare dopo appena due anni sotto la pressione combinata di campagne mediatiche, interferenze esterne e fronde interne minoritarie, non rappresenta una vittoria della democrazia. Semmai ne evidenzia una vulnerabilità.
Il punto non è stabilire se Keir Starmer fosse un buon leader o un cattivo leader. Né sostenere che dovesse rimanere in carica a prescindere. In una democrazia, ogni leader può e deve essere sostituito. La questione è un’altra: attraverso quali meccanismi.
Negli ultimi mesi il dibattito pubblico si è progressivamente spostato dalla valutazione delle politiche alla gestione delle percezioni. La discussione non riguardava più ciò che il governo stava facendo, ma ciò che si diceva che stesse facendo. Non i risultati, ma le narrazioni. Non la consistenza parlamentare, ma l’impressione di debolezza. Non la realtà politica, ma la sua rappresentazione digitale.
Donald Trump è arrivato a giustificare le dimissioni di Starmer sostenendo che non fosse riuscito a fermare l’immigrazione. Peccato che proprio l’immigrazione fosse il terreno sul quale il governo britannico aveva ottenuto il risultato più evidente. Gli ingressi netti nel Regno Unito sono passati da oltre 900.000 persone nel 2022 a poco più di 200.000 nel 2025. Una riduzione enorme, probabilmente il principale successo politico del governo Starmer. Ma non è servito.
Perché non stiamo più discutendo della realtà empirica. Stiamo discutendo della sua sostituzione narrativa. Ed è forse questo il dettaglio più inquietante dell’intera vicenda. Non che qualcuno abbia mentito. Che la distinzione stessa tra vero e falso sia diventata secondaria. E su questo punto, non dovremmo mai stancarci di ricordare le parole di Hannah Arendt: che “il soggetto ideale del dominio totalitario non è il nazista convinto o il comunista fanatico, ma l’individuo per il quale non esiste più la distinzione tra vero e falso”.
Il commentatore di LBC, James O’Brian, divenuto famoso ai tempi della Brexit per le trasmissioni in cui accentuava la deriva di psicosi di massa e dissociazione dalla realtà, pochi giorni fa aveva fatto marcia indietro su Starmer. Dopo averlo attaccato per mesi, nella sua ultima puntata ha confessato: “forse stiamo sbagliando tutto. Stiamo vivendo un effetto Brexit e ce nestiamo accorgendo troppo tardi”.
Si è assistito alla costruzione di un clima nel quale l’impopolarità è stata trattata come una forma di illegittimità. Come se il consenso misurato da sondaggi volatili, amplificati da piattaforme governate da algoritmi, potesse prevalere sul mandato ricevuto dagli elettori e sulla maggioranza espressa dal Parlamento. E questo dovrebbe preoccupare anche chi non ha mai votato Starmer. Perché il precedente non riguarda lui. Riguarda ciò che potrebbe accadere domani ad altri leader europei.
La formula è ormai nota. Si costruisce una narrazione permanente di crisi. La si alimenta attraverso media, social network e campagne coordinate. Si diffonde l’idea che il leader sia ormai inevitabilmente destinato a cadere. Si genera panico tra parlamentari e dirigenti del suo stesso partito. Si trasforma una previsione in una profezia che si autoavvera.
A quel punto non importa più quanto sia ampia la maggioranza parlamentare. Non importa quali siano stati i risultati ottenuti. Non importa nemmeno se esista un’alternativa chiara. Conta soltanto la percezione che il leader sia diventato un problema.
Ed è qui che emerge la questione europea.
Perché la sicurezza dell’Europa dipende anche dalla stabilità politica delle sue principali democrazie. Dipende dalla capacità dei governi di prendere decisioni difficili senza essere costantemente sottoposti a campagne di destabilizzazione. Dipende dalla possibilità che i leader eletti governino fino a quando perdono il sostegno delle istituzioni democratiche, non fino a quando diventano bersagli sulle piattaforme mediatiche.
Non c’è nulla da guadagnare dall’instabilità del Regno Unito.
Non c’è nulla da guadagnare da un sistema nel quale la pressione mediatica riesce a sostituirsi ai meccanismi ordinari della politica. Non c’è nulla da guadagnare da un’Europa in cui i governi diventano sempre più fragili, sempre più ricattabili e sempre più dipendenti dagli umori di ecosistemi informativi che rispondono a logiche diverse da quelle democratiche.
Forse Starmer meritava di essere sostituito. Forse no. Ma il problema che oggi dovrebbe interessarci non è il destino di un uomo politico. È il metodo.
Perché i precedenti, una volta creati, non restano confinati al caso che li ha generati. Si trasformano in modelli. E ciò che oggi è stato fatto a Londra, domani potrebbe essere tentato altrove.
In un’epoca in cui l’Europa è chiamata a confrontarsi con guerre, minacce ibride e competizione tra potenze, dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia ciò che è appena accaduto e la strada che ha aperto. Una strada nella quale la tecnologia non si limita più a ospitare il dibattito democratico, ma diventa uno strumento per aggirarlo. Una strada nella quale piattaforme controllate da attori con una propria agenda politica possono influenzare la sorte di governi eletti più di quanto riescano a fare parlamenti, partiti o elettori.
Per anni alcuni teorici della Silicon Valley, tra cui Peter Thiel, fondatore di Palantir e Alex Karp, il suo CEO, hanno sostenuto che la tecnologia fosse un’alternativa alla politica. Oggi quella visione appare meno astratta di quanto sembrasse allora.
Perché se una campagna sufficientemente intensa, amplificata da piattaforme private e da ecosistemi algoritmici può valere più di un mandato democratico ottenuto nelle urne, allora il problema non è più Keir Starmer.
Il problema è che si stanno svuotando le nostre democrazie.
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Alessandra, come al solito leggo con estrema attenzione gli articoli oltre che gli interventi su SpinOff. Vorrei sottolineare quanto dicevi relativamente all’importanza per coloro che vogliono sovvertire il sistema di avere ancora un controllo sui media che si combinano con le campagne sui social media con una sorta di effetto a tenaglia.
Due ottime saggi del giornalista inglese Ian Dunt, uno che offre un’analisi piuttosto ottimista sull’arrivo di Andy Burnham a Downing Street n. 10, l’altro su dove ha sbagliato Starmer (e dove aveva ragione).
https://open.substack.com/pub/iandunt/p/triumph-in-makerfield-everything?r=1gbsof&utm_medium=ios
https://open.substack.com/pub/iandunt/p/the-tragedy-of-keir-starmer?r=1gbsof&utm_medium=ios
Viviamo un mondo meraviglioso. Domanda a Chat-GPT:
“Cosa intende per ‘ingressi netti’ l’autrice di questo post?”
Al di là dell’evidente narrativa truffaldina, si hanno subito i riscontri. E’ finita, il mondo è cambiato. Radicalmente.
Singolare che la pressione mediatica venga tirata in ballo quando usata contro i Labour, perché ricordo uno Starmer inginocchiato per la vicenda di George Floyd ad uso e consumo dell’elettorato labour, e altri svariati esempi di campagne labour, di Reform e altri per attrarre consensi. E se la matematica puo’ dare ragione sul numero degli immigrati arrivati di recente, sembra fin troppo manipolatorio quando ill tema è il fallimento delle politiche di integrazione. Ma è da tempo che certi temi vengono sottaciuti per pace sociale: io a Lewsham pero’ ho visto il tribunale della Sharia e Lewsham è su territorio UK non altrove. Denigrare il malcontento della popolazione tacciandolo di essere propaganda filo putiniana è esattamente altrettanto manipolatorio quando non ridicolo… io ho vissuto per 7 mesi a Reading l’anno scorso e di sera era impossibile uscire se non in gruppo. Tutto finto vero? Tutto propaganda vero? Questo modo di affrontare quello che preoccupa i cittadini nella reale vita quotidiana, denigrandolo come manipolazione è molto pericoloso. A Genova la vita reale porta i cittadini a farsi giustizia da soli. Quando il cittadino che non vive nei quartieri chic londinesi e non si può permettere molto, ha paura diventa ingestibile. Vogliamo correre questo rischio?
Parole sante. Aggiungerei che a quello Starmer che si è platealmente inginocchiato per un criminale che non riusciva a respirare perché quello è l’effetto della droga di cui era strafatto, non è passato neanche per l’anticamera del cervello di fare un piccolissimo inchino per Henry Nowak, innocente e innocuo, accoltellato, sanguinante, moribondo, che ha detto quattro volte sono stato pugnalato e nove volte non riesco a respirare, e ammanettato dalla polizia perché fra un inglese bianco e un immigrato pigmentato, del primo si preferisce credere che stia mentendo.
Senza minimizzare ciò che ha scritto su certi episodi che riguardano l’esperienza quotidiana di chiunque probabilmente, non si possono comunque imputare a Starmer tutti i problemi dell’immigrazione e dell’integrazione di certi individui.
I conservatori sono stati al potere per 15 anni, hanno promosso e raggiunto la Brexit senza dimostrare in seguito che la situazione sarebbe radicalmente cambiata. E’ a loro che vanno rivolte le maggiori critiche, compreso Farage che da dietro le quinte ha influenzato certe decisioni dei conservatori per non perdere consensi nei suoi confronti (invano direi) e ha fomentato una propaganda informativa anche col sostegno del regime russo, che ha interesse ad alimentare tensioni non sempre giustificate per dividere le democrazie europee. Non solo il Regno Unito.
Il Labour poi potrebbe avere una politica generalmente meno stringente sull’immigrazione e sui controlli all’interno, ma non può avere tutte le responsabilità dato che governa da poco.
Direi che se la pressione mediatica e dei social è stata in grado di influenzare le scelte dei membri del Labour senza pensare e provare a controbatterla efficacemente con una propaganda di partito diretta ad elettori e cittadini, allora il principale problema risiede in quel suddetto partito.
Anche Starmer ha delle responsabilità nei confronti di quei membri del partito, perché non è stato in grado di ergersi come leader con una sua agenda trascinando con sé il partito più o meno unito. O è stato abbandonato col passare del tempo dai suoi alleati interni, non credendo più nel suo programma.
Senza contare che è almeno da un anno che i malumori risiedono all’interno del partito, per via di politiche fiscali ed economiche non totalmente condivise ed approvate.
Anche la stretta sull’immigrazione può avere influito e per le motivazioni contrarie a quelle della destra, perché una posizione troppo dura su questo tema potrebbe avere irritato membri del partito ed elettori preoccupati per le sorti degli immigrati.
Infine aggiungo che ogni governo dei principali Paesi occidentali sia di destra che di sinistra subisce una propaganda informativa e mediatica fatta di mezze verità, narrazioni più o meno verosimili e disinformazione. Basta vedere Trump e la sua cerchia costantemente smentiti dai fatti attraverso media e social quasi giornalmente, eppure il blocco rimane unito e quasi impermeabile alle critiche. Fino al prossimo esito delle elezioni chiaramente o di evidenze nella realtà non ignorabili.
Quindi bisogna dedurre che il problema principale della crisi del Labour era ed è soprattutto interno.
beh in Italia una volta tanto fummo precursori: Casaleggio e il suo movimento 5 Stelle, creato dal nulla e alimentato appunto da algoritmi.
Assolutamente sì. L’Italia creò quel modello. Ora però la magnitudine con cui viene utilizzato lo rende di gran lunga più pericoloso.