

Il governo Babis vuole abolire il canone radiotelevisivo e trasferire il finanziamento dei media pubblici al bilancio statale. Una riforma presentata come modernizzazione, ma letta da giornalisti, opposizioni e osservatori internazionali come una minaccia all’indipendenza dell’informazione.
Il 15 giugno 2026 il governo ceco guidato da Andrej Babis ha approvato in Consiglio dei ministri un disegno di legge che abolisce il canone radiotelevisivo, trasferendo il finanziamento della televisione e della radio pubblica direttamente al bilancio statale. Si tratta della più grande riforma del settore da decenni, anche se deve ancora passare per il Parlamento. La direzione, però, è già chiara, e le reazioni dentro e fuori dal Paese dicono che in gioco non c’è solo una questione di contabilità.
La proposta di passaggio al finanziamento statale risulterebbe in minori entrate per circa il 15 per cento rispetto a quanto attualmente incassato dai canoni: 5,74 miliardi di corone (238 milioni di euro) alla TV, contro i circa 6,74 miliardi di oggi (279 milioni di euro), e 2,065 miliardi di corone alla Radio (86 milioni di euro). Per le due emittenti significherebbe perdere insieme circa 1,4 miliardi di corone (58 milioni di euro), praticamente un salto indietro ai bilanci di quasi vent’anni fa.
Il governo presenta il taglio come un risparmio, ma il direttore della televisione pubblica, Hynek Chudarek, ha già fatto i conti in altro modo: sono previsti tra i 300 e i 500 licenziamenti, su un totale di 2.900 dipendenti.
Il ministro della Cultura Oto Klempir, del partito populista dei Motoriste, presenta la riforma come una modernizzazione: “Ci uniamo così alla maggioranza dei Paesi UE che hanno già abbandonato questo metodo di finanziamento obsoleto”. Babis ha aggiunto che le due emittenti “non stanno effettuando risparmi e nessuno le controlla”, e ha ricordato che l’abolizione del canone (205 corone al mese tra televisione e radio, poco meno di dieci euro) era una promessa elettorale.
“Non abbiamo mai minacciato l’indipendenza della TV ceca”, ha dichiarato in conferenza stampa. Un’affermazione che sa tanto di excusatio non petita.
Soldi, o controllo?
Quello che preoccupa i giornalisti cechi, le organizzazioni internazionali e buona parte dell’opposizione parlamentare non è solo la riduzione dei fondi, ma la natura strutturale del cambiamento. Finché le emittenti vivono di canoni pagati dai cittadini, la loro dipendenza dal governo è solo potenziale: ogni anno il budget è garantito indipendentemente da chi governa. Se i fondi arrivano dal bilancio statale, quella dipendenza diventa reale e annuale, negoziabile in ogni legge finanziaria.
Il commentatore politico liberale Jindrich Sidlo non ha usato giri di parole in un’intervista a iROZHLAS.cz il giorno stesso dell’approvazione: “Abbiamo i migliori media pubblici dell’ex blocco orientale, e questa coalizione ha deciso che non li avremo più”. Dietro l’abolizione del canone, Sidlo vede pura tattica: “Combina il populismo di ANO e SPD (il partito iperpopulista di Babis e quello dei nazionalisti di estrema destra di Okamura, ndr). Diranno ai loro elettori di aver risparmiato loro duecento corone al mese, senza dire che le pagheranno comunque”.
La riduzione dei fondi ai livelli di quasi vent’anni fa, sostiene Sidlo, non lascia spazio a letture rassicuranti; già in aprile aveva descritto l’operazione come un tentativo che non può avere altro scopo se non distruggere i media pubblici. Sidlo mette in guardia dal confronto internazionale che il governo usa per rassicurare: il punto non è il modello di finanziamento in sé, ma la cultura politica di chi lo applica. Quella di Babis, dice, somiglia a quella dei Paesi che proprio col passaggio al bilancio statale hanno voluto stroncare il servizio pubblico: “Ci sono riusciti, e intendo soprattutto l’Ungheria e la Polonia”.
Dall’opposizione è arrivato un coro compatto. Il presidente di ODS (moderati di centrodestra) Martin Kupka ha accusato il governo di voler lasciare TV e radio “morire di stenti”. Il presidente dei liberali di centrodestra del TOP 09, Matej Ondrej Havel (nessuna parentela con l’omonimo drammaturgo e dissidente che fu poi presidente), ha parlato di emittenti volutamente indebolite perché non gradite a chi non ama le domande difficili, concludendo con un’espressione che circola molto sui social cechi in questi giorni: “Autokrati sobe” – “Gli autocrati per sé stessi”, giocando sul nome completo del terzo partito della coalizione di governo, i “Motoriste sobe” (automobilisti per sé stessi).
Vit Rakusan, leader di STAN, i centristi liberali nati dal movimento dei sindaci, l’ha detta su X senza diplomazia, riprendendo lo slogan con cui il governo presenta la riforma, “cambiamo solo il metodo di finanziamento”, per ribaltarlo: “Mentivano, come sempre. Non solo tolgono ai media pubblici l’indipendenza dai politici, ma mettono pesantemente mano ai loro bilanci. A chi convengono media pubblici deboli? A chi ha paura del controllo pubblico”.
Il fronte internazionale si è mosso con insolita rapidità. Pavol Szalai, responsabile dell’ufficio di Praga di Reporters Without Borders, ha parlato di una “pressione economica formalizzata” sui media del servizio pubblico, contraria alle norme UE. I partner del Media Freedom Rapid Response, insieme alla Federazione europea dei giornalisti, all’International Press Institute e ad Article 19, l’organizzazione per la libertà di espressione che deve il nome all’omonimo articolo della Dichiarazione universale dei diritti umani, hanno chiesto alla Commissione europea di valutare la compatibilità del disegno di legge con l’articolo 5 dell’European Media Freedom Act.
E al congresso del centenario dell’International Federation of Journalists, a Parigi, è passata all’unanimità una mozione presentata dal sindacato dei giornalisti cechi: accusa il governo di nazionalizzare di fatto i media pubblici e chiede il ritiro del disegno di legge. Per il 22 giugno i sindacati di TV e Radio hanno annunciato uno sciopero di 24 ore.
Neppure i numeri sono dalla parte del governo: la televisione e la radio ceca godono della fiducia del 59 per cento dei cechi, più di tutti gli altri media del Paese, secondo un sondaggio del Reuters Institute del 2025.
Dimissioni in diretta TV
A marzo, ancora prima che il testo arrivasse in Consiglio dei ministri, era già successo qualcosa che aveva tenuto il Paese col fiato sospeso. L’8 marzo 2026 Vaclav Moravec, per oltre ventun anni conduttore del principale talk show politico della TV ceca, aveva annunciato le sue dimissioni in diretta, alla fine dell’ultima puntata del suo programma serale della domenica.
Moravec ha affermato di non poter più garantire l’indipendenza del lavoro redazionale né la riflessione critica degli eventi, “così come la richiama il preambolo del Codice della Televisione Ceca”. Tra i motivi delle dimissioni c’è la rimozione della sua redattrice capo, Hana Andelova.
Nella stessa puntata d’addio Moravec aveva invitato come ospite Tomio Okamura, presidente della Camera e fondatore del partito di estrema destra SPD: un gesto che sa di colpo di teatro finale, visto che Okamura non era stato invitato nei nove anni precedenti. Lo stesso Okamura, successivamente, ha freddamente commentato: “Ci sono molti altri conduttori in grado di fare programmi politici di qualità”.
Quelle onde del passato
C’è un film che moltissimi cechi hanno visto e che in questo momento assume un significato particolare. Vlny (Onde) di Jiri Madl, uscito nell’agosto 2024, è diventato uno dei maggiori successi del cinema ceco contemporaneo ed era persino arrivato nella shortlist degli Oscar per il miglior film straniero. La pellicola racconta quello che successe alla Radio cecoslovacca nel 1968 tra la Primavera di Praga e quell’invasione che la spezzò: i giornalisti che cercavano di fare informazione libera sotto la pressione crescente del regime, le infiltrazioni della polizia segreta (StB) nella redazione, fino a quella notte del 21 agosto, quando i carri armati del Patto di Varsavia entrarono a Praga e uno dei primi obiettivi fu proprio mettere a tacere le onde radiofoniche. La radio continuò a trasmettere per ore.
Ai Leoni Cechi del 2025 (paragonabili ai nostri David di Donatello) Vlny ha vinto sei statuette, tra cui quella per il miglior film. Tra i premi alla pellicola spicca quello per la migliore attrice non protagonista, andato alla slovacca Tatiana Pauhofova, che lo ha dedicato “a tutti i giornalisti in Slovacchia che difendono la democrazia”.
Il riferimento era ai provvedimenti del governo di Robert Fico: nell’estate del 2024, attraverso la ministra della Cultura Martina Simkovicova, aveva rimosso i direttori del Teatro nazionale (Matej Drlicka) e della Galleria nazionale (Alexandra Kusa), e trasformato la radiotelevisione pubblica RTVS nella nuova STVR, con gli organi di vigilanza tenuti sotto il controllo della maggioranza di governo. Una mossa che Reporters Without Borders ha bollato come un duro colpo alla libertà di stampa.
Stanislav Majer, premiato per il ruolo del giornalista Milan Weiner sempre in Vlny, ha aggiunto l’augurio di non rivedere mai più scene come quelle del film. Nel clima di oggi, a Praga come a Bratislava, questo messaggio è tutto fuorché banale.
Il caso di Radio Prague International
C’è un filo che lega questa storia anche a chi la racconta al mondo. Radio Prague International, la redazione internazionale della radio ceca che trasmette ogni giorno in sette lingue, non vive di canone: la finanzia il Ministero degli Affari Esteri, con circa 35 milioni di corone l’anno (circa 1,5 milioni di euro). Un canale distinto, eppure sulla stessa parabola.
A febbraio 2026 il ministro degli Esteri Petr Macinka (Motoriste) ha disdetto il contratto: un quarto di fondi in meno subito, zero dal 2027, quando il budget di RPI sarà a tutti gli effetti parte di quello globale per la radio nazionale. Macinka ha liquidato la trasmissione verso l’estero come un “non senso nell’era di internet”, come se desse per scontato che la trasmissione avvenga tuttora sulle onde corte.
Otto giornalisti sono già stati licenziati, e Reporters Without Borders parla di “minaccia esistenziale”.
A raccontare questa storia dall’interno c’è Ian Willoughby, irlandese, a Praga dal 1993 e a Radio Prague International dal 2001: ha firmato i pezzi sullo sciopero, sulla decisione del governo, sul futuro del servizio. È uno dei narratori più noti al pubblico anglofono, e insieme un testimone che la riforma tocca da vicino, essendo in una posizione che potrebbe cancellare.
Ed è il punto da cui eravamo partiti: non è mai stata una questione di contabilità. Stabilire chi tiene i cordoni della borsa significa decidere chi, domani, potrà ancora raccontare questo Paese al mondo.
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