


Quando una critica a un giornale diventa offesa al suo direttore? Il caso Lenzi mostra il cortocircuito tra metafora, reputazione e interpretazione giudiziaria: una mappa polemica dell’ecosistema del Fatto Quotidiano finisce letta come ritratto personale, trasformando il paesaggio in una faccia.
La sequenza di definizioni con cui Simone Lenzi ha tratteggiato l’ecosistema del Fatto Quotidiano possiede la precisione di una mappatura entomologica: un naturalista che cataloga, senza l’ombra di un giudizio morale, la fauna e la flora di un determinato ambiente.
In rapida successione: “un laboratorio”, “un allevamento”, un “verminaio” (rispettivamente “di abiezione”, “di trogloditi” e “del nulla”). È una topografia, una mappatura di metodi.
E quando Lenzi introduce il termine “Fogna”, ponendo le fondamenta strutturali dell’intero complesso, non lo fa per sferrare un attacco ad hominem, quanto per definire un perimetro: è un cartello di avvertimento posto all’ingresso di un giardinetto che, nella sua iperbolica visione, si rivela un sito di smaltimento rifiuti.
Il GIP di Pisa Nunzia Castellano, nel disporre l’imputazione coatta di Lenzi a fronte della richiesta di archiviazione promossa dal PM, in un moto di zelo ermeneutico, ha deciso di soffermarsi sulla reputazione — come se ne avessimo tutti una, sola e inviolabile — ignorando completamente la portata tassonomica di quelle definizioni.
Se volessimo esplorare le metafore e guardare a quei luoghi non come a un insulto, ma attraverso una lente tecnico-architettonica, scopriremmo che una fogna, per esempio, esiste tecnicamente proprio perché ciò che convoglia non deve venire in superficie.
Per estensione logica, è proprio l’equazione che il GIP traccia tra il direttore e il suo giornale che sarebbe meglio lasciare interrata, perché portarla a galla rischia non di rilevare, ma di suggerire, molto più di quanto non faccia il testo di Lenzi, una somiglianza tra la faccia lesa della persona e l’habitat della testata.
È in questo passaggio che la planimetria comincia misteriosamente ad assumere i tratti di un volto, una sorta di schizzo forense involontario.
È un caso da manuale di pareidolia, quel fenomeno psicologico per cui il cervello umano, di fronte a stimoli ambigui o casuali — una nuvola, una macchia su una parete o una planimetria — tende a riconoscere forme familiari, e in particolare volti. È un meccanismo per cui non si vede ciò che c’è, ma ciò che si è deciso di riconoscere.
La magistrata non ha individuato una “lesione della reputazione di una faccia”; ha individuato una faccia in una nuvola che somiglia a un direttore tra le pareti di quella stessa planimetria di abiezioni che Lenzi aveva concepito come una pura architettura di concetti.
Procedendo con questa tassonomia, il “laboratorio” diventa un ambiente di ricerca di toni estremi; l’“allevamento” un contesto protetto in cui si seleziona una particolare mentalità; il “verminaio” il luogo in cui il nulla brulica in un intreccio inestricabile.
Che questi termini siano poi, all’occorrenza, fluidi e interscambiabili, è un dettaglio; la questione ontologica è che il GIP ha letto tutto questo non come una critica alla qualità del lavoro del quotidiano, ma come un’aggressione alla persona, invocando quella “lesione della reputazione della faccia” che, a guardar bene, sembra più una costruzione giuridica che un fatto.
Il meccanismo di riconoscimento ricalca, quasi involontariamente, una dinamica che Poe mette in scena ne “La caduta della casa degli Usher”.
Il protagonista osserva la dimora, poi il suo riflesso nello stagno, quindi di nuovo la dimora e ancora il riflesso, in un continuo andirivieni dello sguardo che finisce per erodere la distanza tra le due immagini.
Qui accade qualcosa di analogo: il GIP guarda il paesaggio tratteggiato da Lenzi, sposta lo sguardo sul direttore, poi torna al paesaggio e di nuovo al direttore, fino a perdere la capacità di distinguere la topografia descritta dalla figura che vi ha proiettato sopra.
A quel punto la descrizione viene letta come identificazione personale. E il paesaggista finisce imputato per il paesaggio.
Più che una diffamazione, sembra un’anamorfosi involontaria.
Guardata frontalmente, la planimetria descrive un ecosistema editoriale; osservata dall’angolazione dell’accusa, le linee convergono improvvisamente nel volto del suo direttore. Non perché quel volto sia stato disegnato, ma perché chi guarda decide di leggerlo dentro il disegno.
Perché il ragionamento della giudice funzioni, bisogna assumere che tra il direttore e il giornale non esista alcuna distanza, nessuna mediazione, nessuna differenza di scala. Bisogna assumere che l’uno sia l’altro, secondo quella suggestiva teoria per cui i giornali non esistono come entità distinte, ma solo come direttori travestiti da periodici.
È un presupposto impegnativo, che finisce per indebolire proprio il soggetto che intende tutelare.
Se il riconoscimento di un direttore all’interno di una metafora non addomesticata è così automatico da parte dell’accusa, sorge un sospetto legittimo: non sarà che questa sovrapposizione sia, in ultima analisi, il prodotto di un’interpretazione associativa che non appartiene a chi scrive?
Se basta descrivere un habitat per vedervi dentro una biografia, allora la parte più significativa della vicenda non è la descrizione di Lenzi, ma la reazione del GIP.
Affermare che, in virtù di questo, si stia offendendo il direttore significa ammettere, implicitamente, che il direttore e la metafora siano la stessa entità. E questa, sarete d’accordo, è una sovrapposizione che appartiene interamente alla sfera di responsabilità interpretativa di quel provvedimento giudiziario, non al testo di Lenzi.
A questo punto resta una domanda, probabilmente l’unica davvero interessante: chi decide il momento esatto in cui un paesaggio diventa una persona?
Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo.
*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Un precedente illustre che sembra confermare come certe “topografie” e metafore abbiano radici lontane. Già nel 2009, infatti, Pannella si rivolse a Travaglio dicendo testualmente:
“In te c’è la passione del male e non c’è l’amore del vero […] Tu sei un poeta del racconto delle varie forme di merda, che non è la realtà”. (Programma Omnibus del 4 ottobre 2009)