


Netflix avverte che i due episodi di “Fauda” dedicati al 7 ottobre possono essere saltati senza perdere il filo della trama. Ma proprio lì la fiction cede alla Realtà: non per immagini particolarmente esplicite, bensì per l’irruzione di un trauma che l’Occidente ha rimosso. Saltarli consente di proseguire indisturbati. Guardarli significa accettare un trauma necessario.
«Saltarli non farà perdere il filo della trama». Si direbbe che Netflix ci abbia profilati tutti a dovere. Ci conosce. Conosce la nostra fragilità, il nostro ormai incoercibile bisogno di protezione. Protezione da cosa? Dalla Realtà, niente di più e, tragicamente, niente di meno.
Dopo ottant’anni di parassitario dividendo della pace, di rimozione della guerra dall’orizzonte di ciò che è concepibile – quasi si potesse annichilire così tutto ciò che fa intrinsecamente schifo -, di spensierata e collettiva diserzione dalla responsabilità della deterrenza.
Dopo ottant’anni trascorsi, come scriveva Emil Cioran, rintanati nelle osterie a dibattere del grado di cottura della bistecca e dell’ultima annata di Bordeaux e a dire: si fotta tutto quanto succede là fuori, non ci riguarda, abbiamo deciso che non ci riguarda.
Dopo ottant’anni a sentirci buoni, giusti e furbi perché, a fronte della sicurezza garantita dagli sputazzati «amerikani», ci ubriacavamo di debito per edificare un welfare elefantiaco, proibitivo, radicalmente ingiusto laddove, fallendo nel velleitario disegno di proteggere tutti, lascia più esposti i più deboli.
Sì, dopo decenni trascorsi così, Netflix, che pure è arrivata ieri, ha già compreso di doverci rilasciare quella compassionevole rassicurazione: tranquilli, gli episodi 7 e 8 della quinta stagione di «Fauda», quelli che rievocano il 7 ottobre, si possono saltare. «Saltarli non farà perdere il filo della trama».
Un piccolo salto di due episodi e poi Netflix è lì a tenderci il braccio per farci atterrare, sani e salvi, all’episodio 9. Il 7 ottobre? Si può saltare, come gli argomenti più ostici e pallosi a scuola. Una manovrina con il telecomando e si può tornare a godersi «Fauda» come fiction pura.
Adrenalina, plot che rapisce, interpreti straordinari, tutto ciò che la rende una delle serie più riuscite di sempre, una delle poche che da sole valgono l’abbonamento.
Fiction per fiction, poi potete anche tornare a farvi accettare in società, indossando il palestinismo d’ordinanza e avendo cura di precisare che «Fauda» l’avete guardata, sì, ma solo come fiction. Naturalmente non parteggiavate per Doron e i suoi compagni, per i «sionisti» insomma.
«Saltarli non farà perdere il filo della trama», ottimo servizio, questo avviso di Netflix. Del resto, l’inflessibile morale laica che impone di abbandonare la propria vituperata comfort zone allude al più all’andare in palestra o a mettersi a dieta, non certo a farsi un bagno di Realtà.
Oppure, come chi scrive, potete considerare insopportabilmente paternalistico e interessato il messaggio protettivo di Netflix.
Cosa vi attende, in tal caso? Netflix mette in guardia sulla presenza di «scene esplicite» che renderebbero sconsigliata la visione a «chi ha subito traumi».
In realtà, al netto di eventuali vicende individuali, il trauma non è connesso con scene particolarmente «pulp». Il vero trauma è, appunto, l’inequivocabile prorompere di un senso di Realtà che la cornice della fiction non riesce ad arginare.
Perché la sceneggiatura di quei due episodi è come se fosse stata scritta dagli uomini di Hamas, cioè da chi l’ha interpretata e filmata con bestiale efferatezza dal vivo. È il grande rimosso del 7 ottobre che pare fluire dallo schermo per ghermirci sul divano, tempio iconico della nostra opportunistica alienazione.
Il 7 ottobre che Israele, troppo impegnato ad affrontare fronti crudamente reali per presidiare anche quello dell’infowar, ha deciso di non mostrarci. Sopravvalutandoci, evidentemente.
Il 7 ottobre che la trappola mediatica dei suoi macellai ci ha indotti a mettere tra parentesi nel giro di poche ore, con la complicità di un sistema politico-mediatico-culturale vergognosamente partigiano e a ciò già predisposto.
Non ci sono, in realtà, scene da cui distogliere lo sguardo in quei due episodi. Non c’è motivo per indulgere all’angoscia farlocca di capire «come va a finire il film»: non c’è motivo, perché in quella parte il film non è un film e perché si sa già come è andato a finire anche quel pogrom.
C’è invece tanta angoscia vera: è quella che ti fa interrompere la visione per controllare il minutaggio. Quanto dura ancora? Quando si è abituati a proteggersi, le immersioni nella Realtà sono dolorose.
Ti arriva l’angoscia dell’assalto, dell’«intrusione» non come episodio militare o di ordine pubblico, ma come metafora dell’assedio. Ti sovrasta l’angoscia sprigionata dall’avvertire l’odio dei terroristi verso gli ebrei in quanto tali, il piacere belluino provato da chi, in nome «dell’unico, vero Dio», sembra volerli cancellare, uccidendo, bruciando, stuprando, rapendo.
Guardare quei due episodi non fa impressione visivamente. Fa «solo» sentire, letteralmente, il 7 ottobre, la sua enormità. «Saltarli non farà perdere il filo della trama». In compenso, vi farà perdere un trauma assolutamente necessario.
Scriveva Kafka che un libro deve essere «l’ascia per il mare ghiacciato che è in noi». Al tempo di Netflix, può esserlo anche «Fauda». In versione integrale.
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