

È troppo presto per esprimere giudizi definitivi sull’accordo su Gaza basato sul piano dell’amministrazione Trump. Come ogni compromesso è probabile che finisca per scontentare entrambi i contendenti e segnali in tal senso già si colgono dalle dichiarazioni di una parte e dell’altra.
Ma questa volta va dato atto alla testardaggine di Donald Trump nel cercare di trovare una via d’uscita ad una situazione che sembrava ferma al proposito israeliano di cancellare Hamas dalla faccia della terra. Un proposito lodato da gran parte del mondo nelle segrete stanze e osteggiato solo da quelle piazze italiane che, dopo mille ridicoli equilibrismi, hanno chiarito il loro appoggio incondizionato alla lotta per la liberazione della Palestina modello Hamas, dal fiume al mare.
È opinione di chi scrive che Trump abbia chiesto rassicurazioni a Netanyahu, durante il loro recente incontro a Washington, sulla realistica possibilità di portare a termine il lavoro e che le risposte di Netanyahu non lo abbiano convinto.
Da qui l’accelerazione al piano americano che si è giovato di due circostanze: Israele non poteva opporsi pubblicamente al piano del suo principale alleato. Hamas, che non ha le bombe nucleari di cui dispone Putin, ha dovuto cedere al diktat di Trump.
E dunque, scontenti tutti, tranne i famigliari degli ostaggi israeliani che forse vivaddio torneranno a casa e quelle persone che, in Israele e a Gaza hanno festeggiato per le strade.
In questo clima di vigile attesa per gli sviluppi di una situazione che ha il pregio di scompaginare un copione sempre uguale da due anni, già si avvertono nel nostro dibattito pubblico da gaglioffi, la delusione ed il fastidio di chi, con la guerra di Gaza, ha trovato fama e ricchezza.
Gli influencer del genocidio, gli acrobati dell’antisionismo che non è antisemitismo, i volenterosi velinari del ministero della Salute di Hamas, i grossisti di fake news, gli “esperti” di Medioriente indefessi lodatori della temperanza iraniana, le cassandre del suicidio d’Israele, di fronte a questo nuovo scenario appaiono confusi e disorientati.
È la sindrome classica di ogni post-conflitto: il complesso dei reduci.
Per costoro la guerra di Gaza, che già all’indomani del 7 ottobre hanno piegato alla narrazione di Hamas, è stata soprattutto una vetrina e una passerella usate senza nessuno scrupolo per rimettere, una volta ancora, gli ebrei sul banco degli imputati.
Se il piano Trump riuscirà a liberarci da questa orrenda falange di vedette antisemite in libera uscita su tv, social e giornali, già solo per questo andrebbe salutato come una buona notizia.
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Netanyahu doveva portare a termine il piano di occupazione di Gaza.
Questa pace di compromesso soddisfa solo l’ego di Trump e la sua ambizione al Nobel.
Hamas non smilitarizzerà. L’Iran tace ma si rinforza sostenuta da Russia e Cina e sta per completare l’atomica. Non ci sarà sicurezza per Israele se non eliminerà il vicino sedizioso e odiatore.
Ormai credo non ci sia più una sicurezza “certa” per nessuno, nemmeno per gli Stati Uniti. In Europa abbiamo una guerra alle porte, anche se in molti pensano non ci riguardi. E’ tempo per tutti i paesi occidentali di prepararsi e rispondere eventualmente alle mosse degli avversari.
L’Iran con l’atomica sarebbe una minaccia, ma non tanto diversa da altri Paesi che già la possiedono. Provare ad usarla per annientare Israele sarebbe un grosso rischio. Certo mai dire mai, ma è difficile che osino fino a quel punto. Inoltre per abbattere il regime iraniano, Israele da solo non può farcela e gli Stati Uniti non sembrano convinti di entrare in un conflitto del genere.