


Roma diventa capitale, ma deve ancora imparare a esserlo. Dopo Porta Pia, lo Stato unitario costruisce attorno alla città papale una nuova macchina amministrativa, laica e monumentale: nasce la Roma umbertina, amata poco, ma decisiva nel dare forma visibile al potere nazionale.
Dopo la Breccia di Porta Pia, Roma diviene capitale dell’Italia unita. Ha tutto per esserlo, ma le manca quasi tutto per esercitarne la funzione.
È ancora la città papale che è stata per secoli: stratificata, irregolare, scenografica. Una città fatta di chiese, palazzi, improvvisi slarghi e vicoli senza apparente logica; attraversata ancora da armenti in transumanza, con i panni stesi tra i ruderi dei Fori, abitata, spesso negli stessi quartieri, dal generone romano, dai nobili, talora decaduti, e dal popolo minuto.
Il nuovo Stato italiano ha bisogno di altro: ordine, direzione, rappresentanza.
Servono ministeri, tribunali, caserme, scuole, uffici, strade, argini. Serve una capitale laica, amministrativa, moderna. Non più soltanto la città del Papa, ma la città dello Stato.
Così viene messa in atto una trasformazione metodica e profonda. Non si demolisce la città storica: le si costruisce intorno un’altra Roma.
Nasce quella che verrà chiamata Roma umbertina. Non è figlia di uno stile puro, ma di una lingua mista, resa unitaria da una grammatica chiara: simmetria, monumentalità, decoro pubblico. Deve esprimere autorità, senza cercare compiacimento.
In questa operazione si sente un’eco precisa: quella torinese. Non tanto nei nomi degli architetti, quanto nel metodo. Torino aveva già costruito una città di Stato: assi rettilinei, prospettive controllate, architettura disciplinata. Roma assorbe questo modo di pensare.
Il risultato si vede subito.
Il Vittoriano, progettato da Giuseppe Sacconi, domina la città come una dichiarazione. Non è solo un monumento: è una scena, bianca, enorme, definitiva. Dice una cosa semplice: lo Stato dei Savoia è qui.
Il Palazzo di Giustizia, opera di Guglielmo Calderini, è ancora più esplicito. Massiccio, severo, quasi eccessivo. Non invita: impone. È la legge tradotta in pietra.
Voluto dal ministro Giuseppe Zanardelli per riunire gli uffici giudiziari della capitale, nasce su un terreno difficile, alluvionale, vicino al Tevere. Le fondazioni richiedono enormi lavori; il progetto viene ridotto, perdendo un piano rispetto all’idea iniziale.
La sua mole, i costi, le polemiche e i problemi statici gli varranno il soprannome di Palazzaccio.
Il Palazzo delle Esposizioni, progettato da Pio Piacentini, vuole mostrare invece il volto culturale della nuova capitale. Anche qui tutto è ordinato, centrato, controllato: la cultura diventa funzione pubblica, una pessima idea illiberale che, passata per il fascismo, perdura ai nostri giorni.
E poi ci sono i ministeri, disseminati nella città nuova: edifici solidi, severi, spesso anonimi, ma necessari. Sono la burocrazia che prende corpo. La capitale non è più solo simbolo: diventa un meccanismo operante.
La loro collocazione, soprattutto nelle vicinanze della stazione Termini, è una dimostrazione della concezione centralista dello Stato, che non delega in periferia e costringe a soventi trasferte nella capitale.
Via Nazionale è un altro dei segni più evidenti della trasformazione: un taglio netto nel tessuto urbano, lineare, continuo, quasi estraneo alla Roma che lo circonda. È la strada di uno Stato moderno, non di una città antica.
La stessa sorte tocca alla creazione di Corso Vittorio Emanuele, ottenuta smantellando le vecchie costruzioni della città rinascimentale e barocca che ne ostruivano il tracciato fino al Tevere.
Anche il fiume cambia volto. Dopo le piene disastrose, soprattutto quella del 1870, vengono costruiti i muraglioni. Roma viene protetta, ma perde gran parte del suo rapporto naturale con il Tevere, che da presenza viva e imprevedibile diventa un canale monumentale dentro la capitale.
La nuova Roma è anche laica. Lo si vede nella politica municipale di Ernesto Nathan, sindaco dal 1907 al 1913: rigore amministrativo, scuola pubblica, autonomia del Comune, distanza dal potere ecclesiastico.
Il suo lascito alla città: il quartiere di San Saba e la prima centrale termoelettrica pubblica, la Montemartini sulla via Ostiense.
Lo si vede anche nella costruzione del Tempio Maggiore, la grande Sinagoga progettata da Vincenzo Costa e Osvaldo Armanni, inaugurata nel 1904 alla presenza del re Vittorio Emanuele III.
Nel cuore dell’ex ghetto, liberato dai suoi confini, quel tempio dice che la Roma del nuovo Stato non appartiene più a una sola autorità religiosa.
Ma i due luoghi dove l’idea torinese della città viene quasi pedissequamente trasposta sono due piazze progettate da Gaetano Koch, autore anche della sede della Banca d’Italia in via Nazionale.
Piazza Vittorio Emanuele II e piazza dell’Esedra – oggi piazza della Repubblica – sono due veri innesti sabaudi nel tessuto romano.
La prima è una piazza rettangolare, regolare, con portici continui: un organismo urbano pensato per essere vissuto, non solo attraversato, ma trascurando la sostanziale differenza di clima tra Torino e Roma, che rende meno necessaria la presenza di camminamenti coperti.
La seconda riprende la curva delle antiche terme di Diocleziano, ma la trasforma in una scenografia ordinata, con portici che impongono ritmo e misura.
Ugualmente intrisi di cultura e concezione sabaude sono i quartieri Prati e Mazzini, con la scansione ortogonale delle strade, con al centro via Cola di Rienzo e percorsi rettilinei, ampi e alberati come i viali delle Milizie e Giulio Cesare.
La Roma umbertina non è la più amata. Spesso è stata criticata, a volte rifiutata. Ma ha svolto un compito preciso: dare forma visibile a una capitale.
Una prima rivoluzione urbanistica dopo secoli, che sarà seguita dagli stravolgimenti imposti dalla mistica imperiale mussoliniana e dalla speculazione edilizia senza regole del secondo dopoguerra.

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Leggendo il suo bel pezzo sulla Roma che dovette “imparare” a fare la capitale, non ho potuto trattenere un sorriso di discreto orgoglio torinese. Da torinese doc, mi ha colpito quanto l’articolo colga nel segno, perché quella grammatica sobria, simmetrica e disciplinata che lo Stato unitario portò a Roma non era solo tecnica, ma profondamente sabauda nell’anima. Torino non ha mai avuto bisogno di urlare. Le sue prospettive finiscono contro le Alpi, i portici sono un rito civile e sotto il carattere un po’ “bogianen” si nasconde un’eleganza pudica e misurata. Se Roma è il grande palcoscenico, Torino è stata la sartoria silenziosa che ha cucito l’abito istituzionale con cui il giovane Regno si è presentato al mondo, severo ma dignitoso, ordinato senza rigidità, autorevole senza retorica. E forse il complimento più bello alla Roma umbertina è proprio questo. Non ha tradito la propria natura, ma ha saputo indossare con signorilità un abito che non era suo, tagliato su misura da una città che, in silenzio, aveva già imparato da tempo cosa significa essere capitale. Grazie per aver raccontato questa storia con tanta delicatezza.