
La tanto riservata, quanto spettacolare uscita di scena di Alice ed Ellen Kessler ha suscitato più commozione che scandalo. Il loro suicidio di coppia è apparso un atto di reciproco e incondizionato amore anche agli occhi di chi ritiene teoricamente illegittimo affrettare la “fine naturale” di una vita umana.
Comprensibilmente, la notizia ha rilanciato la campagna pro eutanasia in Italia, dove la Corte Costituzionale, con la sentenza sul caso Cappato–Dj Fabo, ha aperto da anni una strada che il legislatore nazionale finora non ha voluto percorrere e, negli ultimi tempi, ha provato anche a sbarrare.
Dietro la comprensione o addirittura l’ammirazione quasi generalizzata per questo sororale “You’ll Never Walk Alone” si cela però un equivoco che andrebbe risolto. E a preoccuparsi di denunciarlo e di risolverlo dovrebbe essere innanzitutto chi (come il sottoscritto) pensa che una disciplina giuridica proibizionista sul fine vita sia un intollerabile retaggio da stato etico e che l’oltranzismo pro life non possa che mutarsi nel suo contrario, cioè nella necrofilia riduzionista che identifica il valore della vita umana con la mera continuità del corpo umano, attraverso la surrogazione meccanica delle sue funzioni organiche.
Di questa necrofilia diede una lugubre dimostrazione chi si oppose per anni alla richiesta dei genitori di Eluana Englaro e alla sentenza della Corte di Cassazione, che riconobbe nelle volontà espresse dalla giovane una sorta di testamento biologico ante litteram, sostenendo che il suo corpo fosse ancora fertile e in grado di generare un bambino.
Proprio chi è a favore dell’eutanasia dovrebbe chiarire che il suicidio di Alice ed Ellen Kessler non è – e non deve, né può essere qualificato come – un caso di eutanasia. Semplificando molto, l’eutanasia è l’aiuto medico prestato alla volontà di un malato di morire bene, anziché male, non di morire anziché di vivere.
Tutti gli interventi eutanasici – che si tratti di sospensione dei trattamenti vitali, da cui consegue come effetto diretto la morte del paziente (come nel caso Englaro), dell’assistenza a un suicidio autonomamente compiuto dal malato (come nel caso di Dj Fabo), o della cosiddetta eutanasia attiva, cioè il compimento da parte di un terzo dell’atto richiesto dal paziente che non può materialmente provvedervi in via autonoma – implicano come presupposto l’esistenza di una patologia irreversibile e gravemente invalidante o a prognosi infausta e causa di gravi sofferenze psico-fisiche.
Il caso di due persone che non accettano di sopravvivere l’una all’altra non è un caso di eutanasia, perché ne manca il presupposto non solo clinico, ma anche bioetico. Il fatto che forse nel caso di Alice ed Ellen Kessler almeno per una delle due potesse sussistere questo presupposto e l’altra l’abbia voluta seguire nella morte non rende di per sé eutanasica la morte della sorella “accompagnatrice”.
Una delle ragioni per cui l’eutanasia si è progressivamente imposta come soluzione compatibile con la deontologia medica è perché essa rappresenta, quando ricorrono alcune condizioni, l’unica soluzione a sofferenze o a condizioni di vita umanamente intollerabili e paradossalmente cronicizzate proprio dai progressi della scienza medica, non perché integra un incondizionato diritto al suicidio, cui corrisponde un dovere d’assistenza da parte del personale sanitario per rendere meno cruento e doloroso l’atto suicidario.
È certo vero che Alice ed Ellen Kessler hanno esercitato un diritto loro riconosciuto dalla Corte Costituzionale tedesca, che, a differenza di quella italiana, non ha subordinato la liceità dell’assistenza al suicidio all’esistenza di una malattia dolorosa, irreversibile o terminale, ma solo alla volontà genuina e non condizionata del richiedente. Ma questa è solo un’ulteriore conferma che parlare di eutanasia è del tutto improprio e sviante.
A evitare l’errore – ripeto – dovrebbero essere proprio i sostenitori dell’eutanasia, contro i quali l’accusa più velenosa (ma in alcuni casi, a quanto pare, fondata) è proprio quella di non volere legalizzare l’eutanasia, ma liberalizzare l’aiuto medico al suicidio tout court e promuovere la morte come soluzione igienica e pietosa ai mali della vita, con tutti i rischi che questo comporta sul piano individuale (la morte come impegno morale, come sacrificio altruistico, come “non disturbare”) e collettivo (la morte come alternativa alla cura e ai costi della vecchiaia e di altre gravose condizioni di bisogno), a maggior ragione in società sempre più decrepite dal punto di vista demografico.
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Credo che in un vero stato di diritto ciascuno dovrebbe essere padrone della propria vita e delle proprie scelte, senza condizionamenti “etici” calati dall’alto in modo dogmatico. L’unica limitazione ai diritti dovrebbe essere quella di non ledere i diritti altrui con le nostre azioni. La Germania dimostra di avere una visione moderna, laica e inclusiva.