

Chi finisce sotto i riflettori e chi ne resta fuori non dipende solo dai fatti, ma da un’agenda che decide cosa è scandalo e cosa no. Tra doppi standard, polemiche e silenzi, il confine tra informazione e costruzione narrativa si fa sempre più sottile.
L’informazione “democratica” – Report, Il Fatto e giù per li rami delle testate e trasmissioni consorelle – funziona ad esempio così. Si prende la foto di un mafiosetto, tale Gioacchino Amico, sconosciuto e infiltrato nella politica, con gli stessi metodi e gli stessi fini di più famose e famosi figuranti della commedia di Palazzo: con lusinghe e mirabolanti promesse di sostegno politico-elettorale e per trarne un vantaggio di reputazione o copertura e, in casi più fortunati, una consulenza buona per il curriculum (in casi fortunatissimi, anche altro).
Poi si accosta il nome chiacchierato a quello di un mazzo di parlamentari che l’hanno incrociato – pure quelli a cui il mafiosetto ha rubato un selfie o su cui è inciampato per caso nei paraggi di Montecitorio – e si chiede a Meloni e a tutti loro, in un unico mucchio, di “chiarire i rapporti di Fratelli d’Italia con i boss” o formule analoghe.
Ma per questa informazione “democratica” chiedere di chiarire i rapporti col Cremlino ai Di Battista, ai D’Orsi e a tutta l’intendenza domestica della propaganda putiniana, che fa avanti e indietro dalla Russia e ricalca e rilancia il Soloviev pensiero, è considerata un’intollerabile diffamazione e un oltraggio alla loro specchiata libertà intellettuale.
Allo stesso modo, per questa informazione “democratica” e per tutto il cucuzzaro ordinistico-sindacale che le gira intorno e la protegge, denunciare il definitivo sdoganamento del free speech antiebraico e dei suoi codici tradizionali – ebreo = israeliano = genocida = nazista – è un attentato alla libera espressione del dissenso contro il pensiero unico sionista, quello che la madrina dell’antisemitismo umanitario Francesca Albanese addebitava alla lobby ebraica americana e al senso di colpa europeo.
Quindi, che succede a chi denuncia questo (eufemismo) scivolamento nella licenza di dare dell’assassino a un ebreo europeo “perché Netanyahu ecc. ecc.” o di smentire con finta precisione che il 7 ottobre fossero stati bruciati dei bambini ebrei – solo ammazzati e non bruciati? Insomma, cosa capita a chi, come Iuri Maria Prado, ha chiesto alle sezioni disciplinari dell’Ordine dei Giornalisti di valutare se, dal punto di vista deontologico, questi e molti altri numeri da circo dell’informazione ça va sans dire anti-genocidaria fossero davvero tutti legittimi o magari, in parte, censurabili?
Capita di diventare il bersaglio di una interrogazione ad personam da parte di tre parlamentari del Campo Largo, che hanno qualificato le iniziative di Prado come “una possibile forma di pressione o intimidazione, con il rischio di determinare un effetto dissuasivo sulla libertà di opinione e sul pluralismo informativo” e “di compromettere la libertà di stampa e la sicurezza di chi esercita la professione”. Ovviamente è del tutto casuale che una delle tre parlamentari, Stefania Ascari del M5S, sia quella che ha portato D’Orsi alla Camera a presentare la sua ultima fatica letteraria sui crimini del liberismo occidentale.
Intanto, coorti di magistrati, trionfatori nel referendum, continuano a seppellire dietro tonnellate di querele e di azioni civili i pochi cronisti giudiziari che in Italia non fanno i portaborracce o le cheerleader delle procure e dei procuratori sulla breccia.
Chissà come mai le vestali della stampa democratica non insorgono contro la persecuzione giudiziaria dei cani da guardia della democrazia (gli Aliprandi, gli Antonucci, i Sansonetti, i Torchiaro…), che non abitano nei canili delle testate e delle trasmissioni che contano, ma girano randagi tra testate escluse dall’arco costituzionale dell’informazione perbene e non raccontano le gesta dei giudici e della giustizia italiana con una prosopopea da Film Luce del Ventennio.
Sia chiaro: questa informazione “democratica” non è neppure peggiore di quella “patriottica”, che abusa quando può degli stessi mezzi, anche se con fini e bersagli opposti, in modo perfino meno difendibile ma più sconclusionato, approssimativo e dilettantistico. Infatti il fango di destra, salvo eccezioni, scivola via come l’acqua, mentre l’informazione “democratica” continua a dettare l’agenda setting della politica e della comunicazione di massa e a comporre il palinsesto degli scandali notiziabili e non notiziabili, decidendone i sommersi e i salvati, malgrado abbia perso gran parte delle casematte della Rai.
Che dire? Onore al merito e alla professionalità.
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