
Dalla morte di Mahsa Amini alle repressioni più recenti, le autorità iraniane non colpiscono solo i manifestanti ma anche le loro famiglie. Arresti, intimidazioni e pressioni sistematiche delineano un quadro di controllo che si estende oltre le proteste, aggravando il dolore di chi ha già perso un familiare.
Dopo che, il 16 settembre 2022, la giovane Mahsa Amini è stata uccisa a Teheran dalla polizia morale, suo padre Amjad è stato più volte citato in giudizio dalla magistratura iraniana con l’accusa di “propaganda contro lo Stato”. I mandati di comparizione sono apparsi in particolare nel gennaio 2025, dopo che su Instagram aveva espresso solidarietà nei confronti di Pakhshan Azizi, una prigioniera politica che aveva ricevuto una condanna a morte.
Secondo l’organizzazione umanitaria “Hengaw”, Amjad Amini non è l’unico parente della giovane curda uccisa nel 2022 a essere stato preso di mira. Lo zio di Mahsa, Safa Aeili, è stato arrestato nell’aprile 2025 da agenti dell’intelligence iraniana e rinchiuso nel carcere di Saqqez senza preavviso.
In precedenza, nel febbraio 2024, Aeili aveva ricevuto una condanna di tre anni, sei mesi e un giorno per “associazione a delinquere contro la sicurezza nazionale”, sette mesi e sedici giorni per “propaganda contro il regime” e un anno e un giorno per “insulto nei confronti di Ali Khamenei”.
Persecuzione sistematica
Quello che ha subito la famiglia di Mahsa Amini è solo un esempio di un fenomeno più ampio: in diverse occasioni, le autorità iraniane hanno preso di mira i parenti dei manifestanti e di altre persone uccise dal regime, aggravando il dolore di famiglie ancora in lutto.
“Hengaw” ha riportato che, il 21 marzo, le autorità hanno arrestato Esmail Shokri, minacciando di sparargli se avesse provato a resistere all’arresto. Suo figlio, Sepehr Shokri, aveva preso parte alle proteste antiregime ed era stato ucciso dalle forze governative l’8 gennaio, all’età di 25 anni.
Questa non era la prima volta che veniva presa di mira la famiglia Shokri: il 18 marzo, le forze di sicurezza si erano recate presso il luogo dove era stato sepolto Sepehr e avevano minacciato di stupro di gruppo le persone venute a rendergli omaggio, compresa sua madre.




In precedenza, il 22 febbraio, sono state arrestate da agenti armati con il volto coperto anche Samira Kordi e sua sorella Azin: la prima in casa sua e la seconda nell’ospedale dove lavora come infermiera, senza che venissero comunicate le ragioni dell’arresto. Si tratta delle zie di Surena Golgoon, una studentessa universitaria che aveva solo 18 anni quando, il 9 gennaio, è stata uccisa dalle forze di sicurezza a Tonekbon, città affacciata sul Mar Caspio (nota anche come Shahsavar).
Dopo la morte di Golgoon, le autorità hanno cercato di attribuire l’omicidio ad “agenti del Mossad”, arrivando a fare pressione sui parenti affinché adottassero questa versione. In una dichiarazione pubblica, la famiglia ha affermato che qualunque adozione della versione ufficiale da parte dei familiari più stretti sarebbe stata estorta tramite coercizione.
Un fenomeno diffuso
Oltre alle sorelle Kordi, il 21 febbraio è stata arrestata in casa sua nella città di Ramsar anche Azar Saheli, il cui fratello Mehdi Saheli è stato ucciso dai governativi il 10 gennaio all’età di 26 anni. L’arresto è avvenuto in seguito a un discorso che ha tenuto a una cerimonia di commemorazione per i 40 giorni dalla morte del fratello.
Prima ancora, il 18 gennaio, sono stati arrestati senza che i familiari fossero a conoscenza delle accuse almeno sette parenti di Arman Gorjian: originario di Baba Meydan-e Sofla, un piccolo villaggio nel sud dell’Iran, aveva solo 19 anni quando è stato ucciso dalle forze governative l’8 gennaio.
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