


Nel confronto con Teheran, la superiorità militare americana potrebbe non bastare. Daniel Pipes legge la crisi iraniana come una prova di resistenza politica, strategica e psicologica: una partita in cui Washington rischia di scoprire i propri limiti prima ancora di imporre quelli dell’avversario.
La voce di un esperto e studioso delle dinamiche politiche e strategiche mediorientali come Daniel Pipes — politologo e scrittore statunitense, fondatore del Middle East Forum e, durante la presidenza di George W. Bush, membro dello United States Institute of Peace — offre spunti di notevole interesse per analizzare il conflitto in corso con l’Iran, insieme alla sua evoluzione militare e diplomatica e agli equilibri politici del Medio Oriente.
Come si concluderà il “braccio di ferro” in essere con il doppio e rispettivo blocco dello Stretto di Hormuz tra Stati Uniti e Iran?
Penso possa concludersi male per il fronte statunitense-israeliano, perché la Repubblica Islamica dell’Iran può resistere più a lungo del governo degli Stati Uniti. Diverse ragioni spiegano questo: in primo luogo, le dittature possono imporre sacrifici alle proprie popolazioni molto più di quanto possano fare le democrazie. Inoltre, per Teheran questa è una questione esistenziale, mentre per Washington non lo è. Ancora: la pressione internazionale ricade molto più su Donald Trump che su chiunque stia prendendo decisioni in Iran. Se la mia analisi è corretta, Trump dovrà accontentarsi di un accordo molto inferiore rispetto alla sua aspirazione iniziale di cambio di regime e rimozione dei materiali fissili.
Gli obiettivi degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran possono allora essere raggiunti?
L’analisi sopra esposta suggerisce di no. Come ho sostenuto a lungo, l’attacco statunitense alla Repubblica Islamica presupponeva che il modello Venezuela potesse essere applicato all’Iran. Una notizia secondo cui i governi degli Stati Uniti e di Israele vedevano Mahmoud Ahmadinejad come una figura sul modello di Delcy Rodríguez lo conferma.
L’intera amministrazione Trump condivide gli stessi obiettivi strategici in politica internazionale oppure esiste una profonda divisione tra individui e correnti ideologiche al suo interno?
I conservatori americani hanno sempre avuto divergenze in politica estera, ma in generale concordavano sull’orgoglio nazionale, sul sostegno agli alleati e sulla disponibilità a usare la forza militare contro i nemici. L’emergere del movimento oggi noto come MAGA è in disaccordo con tutti questi principi. Come implica il loro nome (“Make America Great Again”), vedono gli Stati Uniti contemporanei come un Paese in declino, guardano agli alleati in modo transazionale (“Cosa puoi fare per me?”) e vogliono concentrarsi sulle questioni interne, non su quelle estere. Questa divisione è reale ed è profonda.
E per quanto riguarda i Democratici?
Come altrove nel mondo, negli ultimi venticinque anni è emersa una progressione quasi lineare: i Repubblicani hanno sostenuto sempre di più Israele e si sono opposti all’islamismo, mentre i Democratici si sono mossi nella direzione opposta. Se i Democratici dovessero prendere il controllo di Washington, la politica mediorientale subirebbe un cambiamento radicale, allontanandosi da Israele e avvicinandosi a Turchia, Qatar e Iran.
Se Washington dovesse raggiungere un accordo con Teheran che Gerusalemme rifiuta, si aspetta che Israele continui una guerra separata contro la Repubblica Islamica dell’Iran?
Non credo. Attraverso parole e azioni, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dimostrato di dare priorità alle eccellenti relazioni con Trump rispetto a quasi ogni altra questione politica. Di conseguenza, Israele ha perso controllo e autonomia decisionale e strategica sulle suddette questioni. Se fossi il primo ministro israeliano, probabilmente seguirei lo stesso approccio, per quanto possa trovarlo sgradevole.
L’amministrazione Trump sostiene che le sue azioni abbiano tagliato fuori l’“asse del terrore” iraniano dal controllo e dai finanziamenti di Teheran. Lei è d’accordo?
Credo sia troppo presto per giudicare. La guerra ha senza dubbio devastato le finanze di Teheran, ma questo non significa necessariamente che siano cessati tutti i finanziamenti ai suoi alleati e proxy stranieri. Aspettiamo e vediamo.
Perché gli Emirati Arabi Uniti hanno ridefinito la propria politica estera uscendo dall’OPEC e alleandosi con Israele?
Questo deriva in parte dal rapporto personale e dalla rivalità tra i leader degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita, Mohamed bin Zayed e Mohammed bin Salman. Riflette inoltre due frustrazioni emiratine: una vecchia, cioè il fatto di non poter esportare più di una frazione del proprio potenziale produttivo di petrolio e gas; e una nuova, ossia l’essere stati pesantemente presi di mira dall’Iran senza ricevere alcun aiuto significativo dagli altri Stati arabi, ma solo da Israele.
Che cosa significa questa ridefinizione per gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e Israele?
Segna gli Emirati Arabi Uniti come l’unico Stato mediorientale, oltre a Israele, disposto a entrare pienamente nel campo americano. Approfondisce ed estende la rivalità con l’Arabia Saudita. E rappresenta solo la seconda volta — la prima fu la Turchia trent’anni fa — in cui Israele ha un vero alleato nella regione.
In Ungheria gli elettori hanno respinto Viktor Orbán, che ha governato come primo ministro per 7.245 giorni dal 1998, scegliendo un politico più giovane che condivide alcune sue idee ma non il suo bagaglio politico. Vede la possibilità che qualcosa di simile accada a Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano per quasi 7.000 giorni dal 1996?
Le loro carriere sono sorprendentemente parallele: entrambi arrivarono inizialmente al potere come giovani riformatori, trascorsero anni nel deserto politico e tornarono come figure senior arrabbiate, appesantite da molti fardelli e capaci di suscitare una forte ostilità diffusa. Ma Orbán ha perso il favore della sua base in un modo che Netanyahu non ha ancora sperimentato, quindi non prevedo che subisca una massiccia bocciatura come quella di Orbán nelle elezioni successive del 2026. Se Netanyahu perderà, il margine sarà probabilmente ristretto.
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