


La modernità occidentale non può essere liquidata come semplice storia di conquista e dominio. Dentro l’Europa convivono ordine e frattura, ragione e abisso, libertà e violenza. È proprio questa tensione irrisolta a renderla una civiltà tragica, capace di processare continuamente se stessa.
Entrando in una libreria, qualche giorno fa, mi è capitato di leggere il cartoncino scritto a mano con cui il libraio consigliava un libro di un noto filosofo italiano. Più che un suggerimento commerciale, sembrava una piccola professione di fede civile.
Diceva pressappoco così: viviamo in una modernità che ha separato l’uomo dal mondo; la tecnica ha ridotto la natura a oggetto di dominio; l’essere umano si è elevato a padrone del vivente, smarrendo il senso dell’appartenenza; occorre allora ritrovare una relazione più autentica con ciò che ci circonda.
Sono righe che oggi incontrano un consenso quasi spontaneo. Anzi, appartengono ormai a una specie di lessico “filosofese” che si può orecchiare in giro, nelle conferenze o negli incontri culturali più divulgativi.
L’Occidente come civiltà della separazione; la ragione moderna come dispositivo di controllo; la tecnica come volontà di ridurre il mondo a materiale disponibile, ecc. È una sensibilità diffusissima, soprattutto negli ambienti colti europei, e possiede una forza morale indiscutibile, perché nasce anche dall’orrore per le devastazioni prodotte dalla storia moderna: colonialismo, guerre industriali, totalitarismi, sfruttamento della natura, alienazione tecnica.
Ora, sarebbe semplicemente folle minimizzare tutto ciò. Quando si parla, ad esempio, della conquista dell’America, nessuna sottigliezza filosofica può attenuare l’enormità delle stragi, delle distruzioni culturali, della violenza riversata sui popoli indigeni.
Interi mondi vennero spezzati. Lingue, culti, memorie, forme della vita furono cancellati nel nome della conquista, dell’oro, della missione religiosa, della superiorità europea. È giusto che la coscienza occidentale se ne assuma il peso storico e morale.
Tuttavia proprio qui si apre il problema decisivo. Perché la storia dell’Europa diventa incomprensibile nel momento in cui viene ridotta a una sola intenzione fondamentale: “dominare”. È questa semplificazione che andrebbe guardata con cautela.
Una parte non piccola della cultura europea contemporanea tende spesso a raccontare la modernità come una lunga malattia della ragione. In passato prevalevano narrazioni trionfali: il progresso, la civiltà, la missione universale dell’Europa. Oggi il pendolo si è spostato quasi interamente dalla parte opposta.
La tonalità dominante è quella decostruttiva (o distruttiva): l’Europa viene interpretata soprattutto come apparato di potere, come macchina metafisica del dominio tecnico, economico e coloniale.
In certi ambienti culturali questa lettura è diventata quasi automatica, al punto da apparire non più un’interpretazione tra le altre, ma una sorta di presupposto tacito, insieme indiscusso e indiscutibile, di molte riflessioni sulla civiltà occidentale.
Tra l’altro il “dominio”, nelle sue diverse configurazioni, non è certo assente nella storia di altre civiltà. Ogni grande civiltà storica ha conosciuto guerre di conquista, gerarchie, schiavitù, espansioni imperiali. La peculiarità dell’Europa sta forse piuttosto nella capacità di universalizzare storicamente la propria forma.
Il punto è che la storia europea possiede un carattere infinitamente più drammatico e ambiguo di queste riduzioni. Non nasce da una semplice volontà di potenza, che da Platone giunge fino a noi, secondo una lettura nietzschiana forse un po’ troppo stilizzata (mi permetto di dire).
Alla base c’è una tensione. È questo il piano che Biagio De Giovanni, da poco scomparso, ha colto con straordinaria profondità nelle sue riflessioni sull’origine spirituale dell’Europa.
Al centro della vicenda occidentale vi sarebbe il conflitto mai pacificato tra Forma e Vita, tra Uno e molteplice, tra il desiderio di ricondurre il reale a un ordine intelligibile e la continua eccedenza del vivente, dell’accidentalità, che sfugge, resiste, trabocca.
L’Europa è il continente in cui questa tensione, per così dire, diventa coscienza di sé, pensiero ontologico e progetto politico. La filosofia greca ne costituisce il primo grande laboratorio.
Platone e Aristotele avvertono la necessità di dare forma al caos del mondo sensibile, andando oltre la negazione parmenidea della verità del molteplice e del movimento. Il principio d’ordine del cosmo deve fare i conti con la varietà brulicante della vita, affrontare il rompicapo terribile di come questa possa essere ricondotta a forme stabili (si pensi, per essere concreti, a come dare ordine a una città!).
Sembrano rarefatti arzigogoli metafisici e invece sono l’apparato cardiocircolatorio della nostra civiltà.
Ciò che rende peculiare l’Europa, seguendo questa linea, è che tale spinta all’ordine non riesce mai a eliminare completamente ciò che eccede l’ordine stesso. Il negativo ritorna sempre. La frattura riappare dentro ogni costruzione.
È da qui che nasce l’inquietudine europea. Non esiste forse immagine più simbolica di quella hegeliana della “potenza del negativo”, che De Giovanni pone al centro della propria interpretazione.
L’Europa costruisce sistemi e insieme produce le forze che li incrinano. Cerca l’unità e genera conflitto. Vuole universalizzare e finisce per lacerare. Produce forme di razionalità potentissime e contemporaneamente scopre che la vita concreta non entra mai del tutto nelle forme che la vogliono contenere.
L’Uno non vince mai del tutto: l’Imperatore trova il Papa; il Papa trova i grandi ordini religiosi; le monarchie trovano aristocrazie e autonomie cittadine.
Persino all’alba dell’espansione moderna, l’Europa si duplica immediatamente nelle sue potenze concorrenti: la Spagna contro il Portogallo, poi la Francia contro l’Inghilterra, e più tardi gli imperi nazionali che si contendono il mondo mentre parlano il medesimo linguaggio universale della civiltà europea.
Da questi attriti nasce quasi tutto ciò che definiamo “Occidente”. Nasce la scienza moderna, certo, con il suo desiderio di intelligibilità universale; la musica di Bach, nella quale la matematica della forma diventa vertigine spirituale; il diritto moderno, l’idea che esista una dignità umana universale, indipendente dal sangue, dal ceto o dall’origine.
Nasce la critica storica, la libertà di coscienza, l’autonomia dell’individuo. Nasce persino quella forma singolare di autocritica radicale che porta l’Europa a processare continuamente se stessa.
E tuttavia, dalla medesima sorgente, emergono anche le ombre e le notti spettrali. L’organizzazione razionale dello Stato, infatti, può trasformarsi in macchina burocratica dello sterminio. La tecnica che cura e connette può diventare apparato impersonale di devastazione.
Auschwitz, in tale prospettiva, non rappresenta il ritorno di una barbarie estranea alla civiltà europea. È probabilmente il collasso interno di una civiltà altamente organizzata, colta, scientifica.
La patria di Goethe e Beethoven produce anche i campi di sterminio. Ed è precisamente questa coesistenza degli estremi che rende l’Europa un problema filosofico prima ancora che politico. Perciò risultano insufficienti sia la nostalgia apologetica sia la pura demonizzazione.
Chi racconta l’Europa soltanto come trionfo della ragione dimentica i suoi abissi. Ma chi la riduce interamente a storia di oppressione, magari sognando una riscrittura in chiave solo penitenziale della sua memoria, dimentica qualcosa di altrettanto essenziale: la capacità occidentale di generare continuamente forme nuove della libertà, della critica, della soggettività, perfino della contestazione dell’Occidente stesso.
Esiste un paradosso (già portato alla luce da altri) che andrebbe meditato più spesso. Le categorie attraverso cui oggi l’Europa viene accusata — diritti umani, dignità universale, critica del dominio, emancipazione dei soggetti oppressi — appartengono anch’esse, in larga misura, alla storia spirituale dell’Europa.
È l’Occidente che ha prodotto l’idea secondo cui nessuna autorità storica possa sottrarsi al giudizio morale universale. Questo non la assolve. Ma impedisce di leggerla come una figura univoca.
Forse il tratto più autentico dell’Europa non sta né nella conquista né nella colpa, né nel progresso né nella decadenza. Sta nell’impossibilità della quiete. Nel fatto che ogni sua forma storica porta dentro di sé una contraddizione che la spinge oltre se stessa.
La civiltà europea non riesce a coincidere pacificamente con alcuna identità definitiva. È una civiltà tragica proprio perché non smette di domandarsi che cosa sia.
Per questo le interpretazioni troppo lineari risultano inevitabilmente povere. La modernità non è stata soltanto dominio tecnico del mondo; è stata anche apertura inesauribile del possibile umano.
Le caravelle che attraversano l’Atlantico portano con sé avidità, violenza, missione religiosa, sete di conoscenza, spirito scientifico, desiderio di infinito. Nello stesso gesto convivono slancio e distruzione. È questo intreccio che va pensato.
È quando questa tensione viene dimenticata che l’Europa si impoverisce: sia quando si contempla narcisisticamente come modello universale, sia quando si riduce a contemplare soltanto le proprie colpe, trasformando la storia in una liturgia dell’autodenigrazione.
L’Europa è stata questo dramma. E continua, nel bene e nel male, a esserlo ancora.
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