

Con questo articolo comincia la collaborazione di Luca Longo con InOltre. Chimico industriale, chimico teorico, giornalista, comunicatore e formatore scientifico; con una preoccupante passione per la Storia. Benvenuto Luca.
Tra guerra, proteste e crisi economica, la Repubblica islamica appare più fragile che in passato. Ma la storia insegna che i sistemi autoritari possono sopravvivere a lungo anche quando sembrano già condannati.
Le proteste interne e la speranza di un collasso rapido
Alla fine del 2025 centinaia di migliaia di iraniani sono scesi in piazza in diverse città del Paese. Le manifestazioni hanno denunciato il deterioramento delle condizioni economiche, la disoccupazione crescente, la repressione politica e soprattutto la sensazione diffusa di un futuro bloccato sotto il sistema della Repubblica islamica.
In questo contesto di crescente tensione interna, Washington e Gerusalemme hanno interpretato l’esplosione del malcontento come una possibile finestra strategica; ed hanno cercato di coglierla. Lo stesso Trump aveva più volte sostenuto pubblicamente che un’azione militare contro le infrastrutture iraniane avrebbe potuto accelerare la caduta del regime, favorendo una sollevazione popolare.
Anche alcune voci del Congresso statunitense hanno avanzato previsioni estremamente ottimistiche. Il senatore Lindsey Graham, ad esempio, ha ipotizzato che il sistema politico iraniano potesse collassare nel giro di poche settimane.
Ma numerosi analisti invitano alla cautela. La storia dell’Iran – ma anche quella dei sistemi autoritari in tutto il mondo – dimostra che il deterioramento interno non coincide necessariamente con un crollo immediato.
Negli ultimi decenni, infatti, la Repubblica islamica ha attraversato ciclicamente fasi di protesta popolare, spesso molto ampie e diffuse. In quasi tutti i casi, però, la risposta del potere è stata la stessa: repressione, arresti di massa e uso sistematico della forza per ristabilire il controllo politico. Le mobilitazioni sono nate da cause diverse — crisi economiche, elezioni contestate, restrizioni alle libertà civili — ma condividono un tratto comune: sono state tutte soffocate nel sangue.
L’episodio più recente è rappresentato dalle proteste esplose tra il 2025 e il 2026, che in alcune città hanno assunto dimensioni paragonabili alle grandi mobilitazioni degli anni precedenti. Le manifestazioni sono state alimentate dalla crisi economica, dall’inflazione e dalla disoccupazione, ma si sono rapidamente trasformate in una contestazione più ampia del sistema politico. In molti casi gli slogan non riguardavano più soltanto il caro vita o la gestione economica del Paese, ma chiedevano apertamente la fine della repressione politica e una trasformazione profonda dello Stato.
Anche questa nuova ondata di proteste è stata affrontata con arresti, interventi delle forze di sicurezza e un controllo sempre più rigido dello spazio pubblico. Il regime era ben cosciente dei rischi connessi a Internet nell’organizzazione delle proteste. Per questo, ha immediatamente bloccato la rete e attivato sofisticate tecnologie che hanno ridotto al silenzio anche la rete satellitare Starlink.
Ma un momento di svolta si era già verificato tra il 2022 e il 2023 con il movimento conosciuto come “Donna, Vita, Libertà”, nato dopo la morte della giovane Mahsa Amini, arrestata dalla Polizia Morale per una presunta violazione delle norme sul velo. La notizia della sua morte provocò un’ondata di indignazione che si trasformò rapidamente in proteste diffuse in tutto il Paese. Per mesi migliaia di donne e uomini scesero in piazza sfidando apertamente l’autorità dello Stato e denunciando non solo l’obbligo del velo ma l’intero sistema di controllo sociale della Repubblica Islamica.
La risposta delle autorità fu estremamente dura: disarticolazione delle proteste attraverso il blocco delle comunicazioni e il coprifuoco, centinaia di morti, migliaia di arresti e processi culminati in condanne capitali.
Qualche anno prima, tra il 2019 e il 2020, l’Iran era stato scosso da un’altra grande sollevazione popolare. La rivolta era scoppiata dopo l’improvviso aumento del prezzo del carburante deciso dal governo, una misura che colpiva direttamente milioni di famiglie già alle prese con un’inflazione elevata. Nel giro di pochi giorni le manifestazioni si erano diffuse in numerose città e avevano assunto una dimensione nazionale. La repressione fu rapidissima e brutale: le forze di sicurezza aprirono il fuoco sui manifestanti in diverse località e le stime delle organizzazioni internazionali parlano di centinaia di vittime.
Anche le proteste del 2017-2018 – note come proteste di Dey, dal mese del calendario persiano in cui ebbero inizio – nacquero inizialmente da motivazioni economiche. Le difficoltà finanziarie, la disoccupazione e la percezione di una crescente disuguaglianza alimentarono le prime manifestazioni. Tuttavia, nel giro di pochi giorni, gli slogan cambiarono tono e cominciarono a mettere in discussione direttamente il sistema teocratico. Ancora una volta la risposta dello Stato fu repressiva: arresti su larga scala, uso della forza e un controllo ancora più stretto delle manifestazioni pubbliche.
Un precedente ancora più significativo è rappresentato dal Movimento Verde del 2009, forse la più grande mobilitazione urbana nella storia della Repubblica islamica. Milioni di iraniani scesero in piazza per contestare le elezioni presidenziali che avevano riconfermato Mahmoud Ahmadinejad. Le proteste, concentrate soprattutto a Teheran e nelle grandi città, furono guidate da un ampio movimento riformista e sostenute da settori importanti della classe media urbana. Anche in quel caso il potere reagì con fermezza: arresti di massa, processi contro gli attivisti e un progressivo smantellamento dell’opposizione politica organizzata.
La sequenza delle grandi mobilitazioni popolari iraniane risale però ancora più indietro nel tempo. Nel 1999 una rivolta studentesca scosse il Paese dopo la chiusura di un quotidiano riformista da parte delle autorità. Gli studenti universitari organizzarono proteste e sit-in che si trasformarono rapidamente in scontri con le forze di sicurezza. Per diversi giorni le università e le strade delle principali città divennero il centro di un confronto aperto tra giovani manifestanti e apparati statali. Anche in quell’occasione la repressione fu dura: arresti, espulsioni dalle università e condanne giudiziarie.
Guardate nel loro insieme, queste ondate di protesta mostrano una dinamica ricorrente nella storia recente dell’Iran. A intervalli regolari emergono movimenti di contestazione che mettono in discussione aspetti diversi del sistema politico — dalle libertà civili alle condizioni economiche — ma ogni volta l’apparato statale riesce a ristabilire il controllo attraverso una repressione spietata.
Questa sequenza di mobilitazioni soffocate con la forza racconta due realtà parallele: da un lato la persistenza di un malcontento sociale profondo e diffuso, dall’altro la notevole capacità del regime di mantenere il potere attraverso i suoi apparati di sicurezza. Proprio questa combinazione spiega perché, nonostante le ripetute sollevazioni popolari, la Repubblica islamica sia riuscita finora a sopravvivere alle crisi che ciclicamente la attraversano.
La Repubblica islamica stessa è nata da una grande mobilitazione popolare che ha prodotto un esito politico molto diverso da quello immaginato dai suoi protagonisti. La rivoluzione del 1979, che portò alla caduta dello scià Mohammad Reza Pahlavi, nacque infatti da un vasto movimento eterogeneo composto da studenti, gruppi di sinistra, nazionalisti e religiosi. Le proteste di massa, alimentate da scioperi e manifestazioni che paralizzarono il Paese e contribuirono alla fuga dello scià nel gennaio 1979, aprirono la strada al ritorno dall’esilio dell’ayatollah Ruhollah Khomeini e alla nascita della Repubblica islamica. Tuttavia, una volta consolidato il potere, il nuovo regime clericale eliminò progressivamente i movimenti che avevano partecipato alla rivolta: partiti laici e gruppi di sinistra furono messi fuori legge, militanti e attivisti arrestati o giustiziati, mentre le università — epicentro della mobilitazione studentesca — furono purgate durante la cosiddetta “Rivoluzione culturale” dei primi anni Ottanta.
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L’illusione della caduta imminente
La storia recente dell’Iran sembra quindi seguire un paradosso ricorrente: grandi ondate di protesta riescono a scuotere profondamente il sistema politico, ma finora non sono riuscite a trasformarsi in un cambiamento duraturo del potere.
Ma ampliamo lo sguardo al di là dell’orizzonte persiano. In tutto il mondo e in tutta la storia recente, ogni volta che un regime autoritario entra in una fase di crisi profonda, la previsione della sua imminente caduta diventa quasi inevitabile. Questo riflette una dinamica ricorrente nelle crisi dei regimi autoritari: quando la pressione interna ed esterna cresce simultaneamente, si tendono a interpretare i segnali di debolezza come il preludio di un crollo imminente.
Eppure, la storia politica del Novecento e dei primi decenni del XXI secolo ci racconta una realtà molto più complessa. I sistemi autoritari raramente cadono nel momento in cui appaiono più fragili. Più spesso entrano in una lunga fase di deterioramento, durante la quale continuano a sopravvivere nonostante una legittimità sempre più ridotta.
Il modello storico delle “lunghe agonie”
L’idea di un regime che si disgrega lentamente non è una novità nella storia politica contemporanea.
Uno dei casi più citati è quello dell’ Unione Sovietica. Già negli anni Settanta numerosi analisti occidentali descrivevano l’URSS come un sistema in declino strutturale: crescita economica stagnante, rigidità ideologica, inefficienza amministrativa e crescente distanza tra élite e società. Nonostante questi segnali, il sistema sovietico sopravvisse per oltre un decennio prima di crollare definitivamente nel 1991.
Un’altra esperienza significativa è quella della Jugoslavia socialista. Dopo la morte di Josip Broz Tito nel 1980, molti osservatori prevedevano una disgregazione rapida dello Stato federale. In realtà il sistema jugoslavo resistette per quasi undici anni prima di entrare nella spirale di crisi che avrebbe portato alle guerre balcaniche degli anni Novanta.
Anche il regime dell’apartheid in Sudafrica offre un esempio utile. Negli anni Ottanta il sistema appariva già delegittimato sul piano internazionale e attraversato da profonde tensioni interne. Tuttavia, il potere della minoranza bianca non crollò immediatamente: furono necessari quasi dieci anni di crisi politica, pressioni economiche e negoziati prima che il sistema venisse definitivamente smantellato.
Questi precedenti mostrano una dinamica ricorrente: quando un regime autoritario entra nella fase finale della propria storia, il processo di dissoluzione può essere sorprendentemente lungo.
Le fragilità strutturali della Repubblica islamica
Il sistema politico iraniano presenta oggi molti dei sintomi tipici di questa fase di deterioramento.
Sul piano economico, il Paese è sottoposto da anni a un regime di sanzioni internazionali che ha ridotto drasticamente l’accesso ai mercati finanziari e agli investimenti stranieri. L’inflazione elevata, la svalutazione del Rial e la disoccupazione giovanile hanno alimentato un diffuso malcontento sociale.
A questi fattori si aggiunge la crescente sfiducia di una parte significativa della popolazione nei confronti delle istituzioni religiose che costituiscono il cervello del sistema politico. Le proteste che si sono susseguite negli ultimi anni hanno mostrato un livello di contestazione che raramente si era visto nella storia della Repubblica islamica.
Nonostante questo quadro di tensione interna, il regime conserva ancora strumenti di controllo molto efficaci. Il sistema di sicurezza, dominato dal Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica (Pasdaran), mantiene una presenza capillare nella società e nell’economia. Questo apparato rappresenta uno dei principali pilastri della resilienza del sistema.
Il nodo della successione alla guida suprema
Un altro elemento di incertezza riguarda il futuro della leadership politica.
Dopo oltre tre decenni di potere, la figura di Ali Khamenei ha rappresentato il punto di equilibrio del sistema istituzionale iraniano. La sua successione apre inevitabilmente interrogativi sulla stabilità del regime. La scelta dell’Assemblea degli Esperti di investire del potere Mojtaba Khamenei, figlio della guida suprema e vicino ai vertici dei Pasdaran, esplicita un enorme irrigidimento nella storia della Repubblica islamica, che ora viene guidata da una leadership dinastica e, se possibile, ancora più fanatica della precedente.
Questa nuova fase ha certamente accentuato le tensioni all’interno dell’élite politica iraniana, dove convivono correnti diverse — religiose, militari e tecnocratiche — spesso in competizione tra loro. Questi conflitti interni indeboliranno seriamente il regime o, anche stavolta, renderanno ancora più uniti, fanatici e spietati i vertici al potere perché, come l’ultimo Mussolini ed i fascisti di Salò, ormai non hanno più nulla da perdere?
La guerra come fattore ambiguo
Il confronto militare con Israele e con gli Stati Uniti introduce un ulteriore elemento di complessità nel quadro politico iraniano.
Da un lato, il conflitto contribuisce a mettere sotto pressione il sistema economico e logistico del Paese, aggravando problemi già esistenti. Le sanzioni, gli attacchi militari e l’isolamento internazionale rendono sempre più difficile la gestione dell’economia nazionale.
Dall’altro lato, però, la guerra può produrre l’effetto opposto a quello desiderato dai suoi avversari. In molte situazioni storiche, i regimi autoritari hanno utilizzato il conflitto esterno come strumento per rafforzare la mobilitazione patriottica e consolidare il controllo interno.
Questo fenomeno è noto nella scienza politica come “rally around the flag”: di fronte a una minaccia esterna, una parte della popolazione tende a compattarsi attorno alle istituzioni nazionali, anche se queste sono contestate in tempi normali.
Un declino che potrebbe durare anni
L’insieme di questi fattori rende estremamente difficile prevedere il futuro della Repubblica islamica.
Da un lato il sistema appare più fragile di quanto non sia mai stato in tutta la sua storia: la crisi economica, il malcontento sociale e le tensioni politiche interne hanno eroso fino in fondo l’autorevolezza su cui il regime aveva costruito il proprio potere.
Dall’altro lato, nonostante i colpi subiti, le strutture di controllo dello Stato restano solide e l’apparato di sicurezza continua a esercitare un’influenza determinante sulla vita politica del Paese.
Per questo motivo, molti analisti invitano a evitare previsioni affrettate sulla caduta del regime. La crisi iraniana potrebbe rappresentare non l’ultimo capitolo della Repubblica islamica, ma l’inizio di una lunga fase di trasformazione.
La storia dei regimi autoritari suggerisce uno scenario più complesso delle semplificazioni narrate da Trump. I sistemi politici possono entrare in una fase di lenta decomposizione, mantenendo però per anni la capacità di esercitare il potere.
In questo senso, la crisi iraniana potrebbe non essere l’ultimo capitolo della Repubblica islamica, ma l’inizio di un processo molto più lungo. Un processo nel quale il regime continuerà a indebolirsi progressivamente, senza necessariamente crollare nel breve periodo.
Ed è proprio questa prospettiva — una lunga agonia politica più che una rapida implosione — a rendere il futuro dell’Iran uno dei dossier geopolitici più incerti dei prossimi anni.

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