

Negli ultimi mesi la giunta militare ha intensificato gli attacchi nelle regioni del Karen e del Rakhine. L’obiettivo è stringere il controllo in vista delle elezioni di dicembre. Ma è possibile tenere elezioni in un paese devastato da una guerra che dura da quando, nel 2021, i militari hanno rovesciato il governo e arrestato Aung San Suu Kyi? Da allora il Myanmar è sprofondato in un conflitto diffuso, con offensive crescenti contro minoranze, opposizione e aree contese, e con un numero di vittime e sfollati in continuo aumento.
Ne abbiamo parlato con Cecilia Brighi, segretaria generale di Italia-Birmania. Insieme APS, una delle voci europee più autorevoli sul paese. “Si tratta di elezioni assolutamente illegali” spieha Brighi, “perché organizzate da un regime privo di legittimità”.
Che un regime indichi elezioni fantoccio, facendo scempio della democrazia per darsi una facciata di legittimità, non è certo una novità. La Russia lo fa sistematicamente da anni. Prima nelle repubbliche separatiste georgiane di Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, dove Mosca ha avallato consultazioni prive di validità internazionale. Poi, in Ucraina, con i referendum messi in scena in Crimea nel 2014, nelle “repubbliche popolari” di Donetsk e Luhansk, nei territori occupati dopo il 2022, come Kherson e Zaporizhzhia, usati per giustificare annessioni illegali. E infine, ancora in Georgia, nell’ottobre del 2024, attraverso le manipolazioni del governo di Sogno Georgiano.
Si tratta di mosse create per essere, in primis, legittimate dagli stati vassalli e per porre il resto del mondo davanti a uno stato di fatto, ovvero l’accettazione di una situazione sul campo, guadagnata con le armi piuttosto che con accordi o elezioni reali. La democrazia viene svuotata e trasformata in un rito utile al regime: si eliminano partiti, si zittisce l’opposizione, si manipola il voto e lo si usa come certificato di stabilità. In questo modo il linguaggio democratico diventa uno strumento di controllo.
Ma nel caso del Myanmar, spiega Brighi, la questione è ancora più urgente: “La giunta oggi controlla appena il 21% del territorio. L’opposizione democratica e le forze etniche armate ne controllano oltre il 40%, mentre il resto è zona di guerra.” In sostanza, la giunta, in grande difficoltà, deve riguadagnare il controllo del territorio che ha perso in tempi brevissimi, prima del voto. Da qui, l’intensificare degli attacchi.
“Non c’è alcuna condizione per elezioni libere e eque”, afferma Brighi. La giunta ha messo 63 township sotto legge marziale, ha cancellato 40 partiti, tra cui la National League for Democracy di Aung San Suu Kyi, e sta arrestando chiunque contesti il voto. Molte condanne vanno dai tre anni di carcere alla pena di morte. Eppure c’è il rischio che molti paesi accettino il risultato per convenienza geopolitica.
“Il regime punta a un voto che gli offra una facciata istituzionale e, soprattutto, rassicuri Pechino” continua Brighi. “La Cina ha investito miliardi nel paese e considera il Myanmar cruciale per i suoi corridoi strategici. Il progetto più rilevante è il porto di Kyaukpyu, nel Rakhine, collegato a una ferrovia che arriverà fino allo Yunnan. Il Myanmar permette alla Cina di evitare lo stretto di Malacca e di accorciare di giorni le rotte commerciali. È un tassello fondamentale della sua presenza nell’Oceano Indiano.”
Il Myanmar, come l’Ucraina, è cruciale per ragioni che vanno ben oltre i suoi confini. Entrambi i paesi sono diventati punti di pressione in cui si intrecciano il controllo delle rotte, l’accesso alle risorse e le ambizioni geopolitiche della Russia e della Cina.
L’Ucraina è la porta d’ingresso all’Europa orientale, un corridoio energetico e agricolo decisivo e il tassello che può fermare o facilitare l’espansione russa verso ovest. Il Myanmar svolge una funzione simile in Asia: è il collegamento diretto tra la Cina e l’Oceano Indiano, il ponte che consente a Pechino e a Mosca di proiettare potenza nell’Indo-Pacifico.
In entrambi i casi, chi controlla il territorio controlla anche le rotte commerciali, le risorse strategiche e l’equilibrio politico della regione. Ed è per questo che le due crisi non sono locali, ma tasselli di un confronto più ampio, in cui il risultato può spostare gli equilibri globali.
L’analisi di Brighi è netta: “il Myanmar non è un conflitto periferico, ma uno snodo decisivo.”
E proprio questi due paesi conducono esercitazioni navali continue nell’area e stanno sviluppando porti profondi anche nel sud del paese, come quello di Dawei, destinato a collegarsi alla Thailandia con autostrade e zone industriali di grande portata. Una presenza che irrita l’India e altera gli equilibri dell’intera regione.
Il Myanmar è ricchissimo di risorse naturali: gas, petrolio, rame, pietre preziose, uranio e, soprattutto, terre rare, oggi più strategiche che mai. Non stupisce che Stati Uniti, Cina, Russia e India guardino al Myanmar come a un terreno di competizione. Nel frattempo il paese è il primo produttore mondiale di oppio e uno dei centri globali dello scam online, con decine di migliaia di lavoratori schiavizzati nei call center illegali.
“Il Financial Action Task Force”, prosegue Brighi, “nella revisione del 25 ottobre ha confermato il Myanmar nella blacklist insieme all’Iran e alla Corea del Nord per il traffico d’armi, la corruzione e i crimini finanziari. È il secondo paese al mondo per intensità del conflitto, dopo quello israelo-palestinese, il primo produttore di oppio e uno dei paesi più corrotti. Eppure il G7 in Canada non lo ha citato nemmeno nella sua dichiarazione finale.
E allora, le chiediamo, perché si parla così poco di Myanmar, se lì, come in Ucraina, si sta giocando una partita da cui dipenderanno gli equilibri mondiali?
Il silenzio internazionale, secondo Brighi, è dovuto a una miopia politica: “C’è un provincialismo enorme. Si parla solo dei conflitti che ci toccano da vicino, ma il Myanmar è un pilastro. Se cade definitivamente, si aprono scenari pericolosi in tutta l’Asia, da Taiwan alle Filippine. Può essere un trampolino di lancio. La Cina sta aumentando la pressione: droni su Taiwan e in Giappone, espansione su scogli artificialmente ampliati per costruire basi, richieste di sovranità su nuove aree di mare, reazioni aggressive alle posizioni del nuovo governo giapponese. Il rischio di rottura e di conflitto è alto.”
Brighi ci spiega che anche l’Europa ha dormito: “Nel 2006 pubblicammo un libro che raccontava la strategia cinese in Africa sin dagli anni Sessanta: infrastrutture costruite senza vincoli sui diritti umani, sul lavoro o sull’ambiente, spesso con manodopera carceraria. Una politica che ha comprato consensi alle Nazioni Unite e ha creato Stati vassalli. Lo stesso è accaduto in Asia.”
Si tratta di politiche portate avanti per decenni, pazientemente e con una presenza continua sul territorio, che hanno permesso a Cina e Russia di costruire una rete di paesi dipendenti e riconoscenti. Una rete che oggi controlla il voto in molte istituzioni internazionali e che offre legittimazione politica a decisioni e interventi che in passato sarebbero stati condannati senza esitazione. Il risultato è un paradosso inquietante: organismi creati per tutelare diritti, pace e legalità internazionale vengono svuotati dall’interno e trasformati in strumenti nelle mani dei regimi autoritari che li hanno conquistati attraverso anni di investimenti, pressioni e diplomazia interessata.
Il Parlamento italiano ha approvato solo pochi giorni fa una risoluzione sul tema, dopo mesi di tentativi. Brighi lo considera un passo avanti, ma insufficiente. Serve un investimento politico europeo più ampio, sia sul fronte diplomatico sia su quello della difesa comune. “La democrazia non si difende a parole”, sottolinea. E cita un esempio concreto: “Nella giungla birmana, i giovani costruiscono droni con stampanti 3D per difendere il loro futuro. Hanno tutto il diritto, e il dovere, di farlo.”
Per Brighi, la crisi birmana è una cartina di tornasole di un ordine globale che si sta orientando verso le autocrazie. “Basta guardare la composizione dei BRICS e dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. La maggior parte dei governi coinvolti è autoritaria. E stanno conquistando spazio anche all’interno delle Nazioni Unite. L’Unione Europea continua a finanziare solo gli aiuti umanitari. Altri aiuti sono bloccati dalle sanzioni, ma prima o poi gli stessi attori europei diranno che bisogna “fare i conti con la realtà”. Se Cina, Russia, Bielorussia, India, Thailandia e altri paesi vicini riconosceranno il futuro governo semicivile, l’Europa rischia di rimanere isolata. Anche gli Stati Uniti hanno un forte interesse per le terre rare birmane, cruciali per molte filiere industriali. E questo potrebbe influenzare le loro scelte future.”
La conclusione è amara, ma chiara: il destino del Myanmar non riguarda solo la sua popolazione. Riguarda l’equilibrio tra democrazie e regimi in un mondo che sta cambiando rapidamente. “Se continuiamo a ignorarlo, pagheremo un prezzo molto alto. Forse quando sarà troppo tardi.”
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Analisi lucidissima e completa. La Birmania è solo un tassello della sovversione descritta, perché di questo si tratta. Interessante sarebbe raccordare in maniera organica tutti i paesi del mondo che vivono guerre, talvolta poco “reclamizzate” dai media e associarle alla presenza di risorse, di qualsivoglia tipo. E allora si vedrebbe anche l’altra faccia del soft-power “sporco” oltre che del power violento, alla russa maniera. Infine, sarebbe ancor più chiara la crisi del cosiddetto Occidente. Concludo con una domanda: ma l’attuale establishment americano ha chiaro tutto ciò?
L’establishment americano probabilmente pensa di poter tirare acqua al suo mulino. Il problema dell’Europa è che deve diventare indipendente dall’America perché non sempre (e lo stiamo vedendo in Ucraina) gli interessi coincidono.
Gli interessi non coincidono nemmeno tra gli Stati europei che di fatto non vogliono un’Europa con più poteri decisionali e ognuno guarda al proprio piccolo tornaconto. Questo va ovviamente a vantaggio delle grandi potenze economiche e militari mondiali.