

Stipendi che non tengono il passo, case sempre più irraggiungibili e opportunità condizionate dalla famiglia d’origine. Maurizio Franzini e Michele Raitano smontano i luoghi comuni che giustificano le disuguaglianze e mostrano quanto incidano sulla vita quotidiana.
Ogni giorno leggiamo di salari che non tengono il passo con il costo della vita, di giovani che rinunciano ad acquistare una casa, di famiglie costrette a rivedere le proprie abitudini di consumo.
Eppure, quando il dibattito si sposta sulla disuguaglianza economica, riaffiorano quasi sempre le stesse obiezioni. Non è aumentata poi così tanto. È il prezzo inevitabile della crescita. L’importante è ridurre la povertà, non preoccuparsi della distanza tra chi ha molto e chi ha poco. Oppure, più semplicemente, ognuno ha ciò che si merita.
È proprio da queste convinzioni, così radicate da sembrare quasi naturali, che prende le mosse La disuguaglianza oltre i luoghi comuni (Castelvecchi), il nuovo libro di Maurizio Franzini e Michele Raitano.
Un volume che affronta uno dei temi più discussi dell’economia contemporanea scegliendo però una prospettiva insolita. Non si limita a chiedersi quanto sia cresciuta la disuguaglianza. Si domanda, prima ancora, perché continuiamo a raccontarcela in un certo modo.
Il punto di partenza è semplice quanto efficace: molte delle idee che circolano sulla disuguaglianza sono diventate decisamente troppo familiari. Sono formule rassicuranti, spiegazioni immediate, scorciatoie interpretative. In una parola, luoghi comuni. Ed è proprio contro questi ultimi che Franzini e Raitano costruiscono il loro ragionamento.
Non è casuale che questo libro porti la firma di due studiosi che da anni dedicano la loro attività di ricerca ai temi della distribuzione del reddito, del welfare e della giustizia sociale.
Maurizio Franzini, professore emerito di Politica economica alla Sapienza, già presidente dell’Istat e direttore del Menabò di Etica ed Economia, è tra gli economisti italiani che più hanno contribuito a riportare il tema delle disuguaglianze al centro del dibattito pubblico.
Basti ricordare libri come Disuguaglianze. Quante sono, come combatterle, Dobbiamo preoccuparci dei ricchi?, scritto con Elena Granaglia e Michele Raitano, e Il mercato rende diseguali?, firmato insieme allo stesso Raitano.
Quest’ultimo, professore ordinario di Politica economica e direttore del Dipartimento di Economia e Diritto della Sapienza, da anni studia il mercato del lavoro, le politiche sociali e la mobilità economica. Il loro ultimo volume rappresenta la naturale prosecuzione di un percorso di ricerca sviluppato nel tempo.
Leggere Franzini significa anche ritrovare, pur con accenti e approdi diversi, l’impronta della scuola di Federico Caffè, di cui fu allievo e collaboratore. Non una scuola di pensiero chiusa, ma un modo di intendere l’economia come disciplina capace di dialogare con il diritto, la politica e la società.
Non è un caso che da quella stessa esperienza siano usciti studiosi e protagonisti delle istituzioni italiane come Mario Draghi e Ignazio Visco. È una tradizione che ha sempre guardato ai numeri senza dimenticare le persone che quei numeri rappresentano.
Ed è probabilmente questa la cifra più interessante del libro. Pur essendo ricco di dati e grafici, La disuguaglianza oltre i luoghi comuni non è destinato soltanto agli economisti. Anzi, non occorre esserlo per affrontarne la lettura. Basta avere la curiosità di capire perché, su un tema che riguarda tutti, continuiamo a raccontarci sempre le solite storie.
I grafici non interrompono il ragionamento, lo sostengono: servono a verificare se convinzioni molto diffuse resistano davvero alla prova dei fatti.
Gli autori mettono subito in guardia da un equivoco: «La disuguaglianza, anche quella economica, non può essere ridotta a un mero fenomeno quantitativo». I numeri sono indispensabili, ma non bastano. Per comprenderla, e persino per giudicarla, occorre interrogarsi anche sui meccanismi che la producono e sul grado di accettabilità che una società è disposta a riconoscerle.
Il volume è infatti anche una riflessione sul peso della comunicazione: il modo in cui raccontiamo un fenomeno finisce spesso per condizionare la maniera in cui decidiamo di affrontarlo. È un ragionamento che riguarda inevitabilmente anche chi contribuisce a formare l’opinione pubblica. Perché il linguaggio della politica e dell’informazione non si limita a descrivere la realtà: concorre anche a definirla.
Gli autori passano così in rassegna alcune delle argomentazioni più ricorrenti. La convinzione che la disuguaglianza non stia crescendo. L’idea che sia necessaria per favorire lo sviluppo economico. L’identificazione quasi automatica tra reddito elevato e merito. La tesi secondo cui il vero problema sarebbe soltanto la povertà, mentre la distribuzione dei redditi passerebbe in secondo piano.
Infine, la tendenza a osservare la disuguaglianza attraverso un’unica lente – il genere, il territorio, il livello di istruzione – dimenticando quanto le diverse forme di svantaggio tendano a intrecciarsi.
Tra i luoghi comuni più radicati c’è anche quello secondo cui maggiori disuguaglianze favorirebbero la crescita economica. Gli autori dedicano pagine particolarmente interessanti alla teoria del trickle-down, il cosiddetto “sgocciolamento” della ricchezza: l’idea che favorire i redditi più elevati finisca, prima o poi, per avvantaggiare l’intera società.
Franzini e Raitano ne ricostruiscono con cura anche la storia, ricordando il celebre Cross of Gold Speech pronunciato da William Jennings Bryan nel 1896. Pur senza utilizzare l’espressione trickle-down, Bryan contrapponeva già due diverse idee di prosperità: quella che immagina la ricchezza “sgocciolare” dall’alto verso il basso e quella che, al contrario, vede nel benessere delle classi popolari il motore della crescita.
Il termine entrerà nel lessico politico soltanto più tardi, ma quel dibattito attraverserà buona parte del Novecento e continua, sotto forme diverse, ancora oggi.
Alla prova dei dati, osservano gli autori, la teoria dello sgocciolamento resta però «priva di conferme empiriche» e finisce per rappresentare «la forma più estrema di luogo comune diretto a giustificare le disuguaglianze o, meglio, a tentare di giustificare ulteriori arricchimenti dei già ricchi».
Un altro capitolo particolarmente interessante riguarda il rapporto tra disuguaglianza e opportunità. Franzini e Raitano richiamano la cosiddetta “curva del Grande Gatsby”, resa celebre dall’economista Alan Krueger.
Il nome richiama il celebre romanzo di Francis Scott Fitzgerald, ma il significato è tutt’altro che letterario: descrive il legame tra disuguaglianza economica e scarsa mobilità sociale. Nei Paesi dove le distanze economiche sono più ampie, mostrano gli studi richiamati dagli autori, il reddito e la condizione della famiglia d’origine tendono a incidere maggiormente sul futuro dei figli. Il punto di partenza pesa sul punto di arrivo.
Non sorprende che tra i Paesi citati figuri anche l’Italia, dove le origini familiari continuano a esercitare un’influenza rilevante sui redditi e sulle opportunità delle nuove generazioni, persino a parità di livello di istruzione.
Tra i capitoli più appassionanti c’è quello dedicato al merito, parola spesso evocata nel dibattito pubblico come giustificazione quasi automatica delle disuguaglianze. Franzini e Raitano non ne negano il valore. Si chiedono, piuttosto, quanto esso riesca davvero a spiegare la distribuzione della ricchezza nelle società contemporanee.
Per quanto elastica possa esserne la definizione, osservano gli autori, i redditi di molti tra coloro che occupano i gradini più alti della scala economica non possono essere ricondotti semplicemente al merito individuale. Entrano in gioco altri fattori: il potere, la trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze, le reti relazionali, il nepotismo.
Come scrivono con efficace sintesi, «la disuguaglianza spesso mortifica il merito». Una riflessione che invita a distinguere il valore dell’impegno personale dai meccanismi che, nella realtà, determinano la distribuzione della ricchezza.
Il pregio del libro non consiste tanto nel proporre una verità alternativa, quanto nel mostrare la fragilità di spiegazioni che spesso vengono accettate senza essere davvero discusse. Franzini e Raitano chiedono al lettore di dubitare circa l’origine di convinzioni che, proprio perché ripetute nel tempo, finiscono per sembrare ovvie.
Pur senza inseguire l’attualità, gli autori offrono strumenti utili per leggere molte delle discussioni che caratterizzano il nostro Paese. Il dibattito sulla disuguaglianza, del resto, attraversa ormai da anni anche la riflessione economica internazionale.
Dai lavori pionieristici di Anthony B. Atkinson fino alle analisi di Joseph Stiglitz e Thomas Piketty, numerosi studiosi hanno mostrato come la distribuzione della ricchezza non sia soltanto una questione di equità, ma incida sulla crescita, sulla mobilità sociale e sulla qualità delle istituzioni democratiche.
Il libro di Franzini e Raitano si inserisce in questo filone mantenendo però uno sguardo profondamente italiano, attento alle peculiarità del nostro sistema economico e sociale.
C’è poi un altro aspetto che merita attenzione. Gli autori insistono sul fatto che ridurre la disuguaglianza non significa inseguire un’astratta uguaglianza assoluta. Significa piuttosto interrogarsi su quali disuguaglianze siano compatibili con una società democratica e quali, invece, finiscano per comprometterne il funzionamento.
È una distinzione importante, perché sposta la discussione dal terreno dell’ideologia a quello delle istituzioni e della qualità della convivenza civile.
Emblematica, in questo senso, è una delle riflessioni che attraversano il volume: la disuguaglianza contemporanea, scrivono gli autori, «sembra, al contrario, essere in larga parte priva di buone ragioni e, per di più, esibisce tratti spesso sgradevoli, che autorizzano a usare – con senso della misura – l’aggettivo “inaccettabile”».
Naturalmente il lettore potrà non condividere tutte le conclusioni proposte dagli autori. Ed è giusto che sia così. I libri migliori non sono quelli che chiudono una polemica, ma quelli che la aprono.
E La disuguaglianza oltre i luoghi comuni invita a rimettere in discussione convinzioni che troppo spesso consideriamo scontate e ricorda che, prima ancora delle politiche economiche, sono le idee a orientare il nostro modo di decodificare la realtà.
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Premesso che la stragrande maggioranza degli umani nasce con un cervello con logica mentale conservatrice, di vario grado, ne consegue che il pianeta è a loro immagine e somiglianza. Fatto salvo i pochi cervelli con logica mentale progressista, che hanno portato il progresso e le scoperte, tutto il resto è prodotto dai cervelli conservatori e quindi le ideologie, le religioni, le società e anche l’economia nelle sue diverse coniugazioni. Il problema povertà o disuguaglianze è il prodotto della società dei conservatori e non è risolto fino ad oggi e forse non lo sarà mai, perché la visione dei conservatori è quella che conosciamo e non amano i grandi e profondi cambiamenti perché li mette in ansia e genera insicurezza. Se ne continuerà a discutere ma non credo che caveranno il ragno dal buco.