

Con questo articolo comincia la collaborazione di Antonio Giovanni Pesce con InOltre. Laureato in filosofia, insegnante di liceo, si occupa di metafisica e ha all’attivo diversi saggi. Ma si occupa anche di scuola, che ritiene il grande tema dimenticato dagli estremismi che tengono in ostaggio la discussione pubblica. Benvenuto Antonio.
Dal padre della bomba atomica all’eroe omerico, Christopher Nolan racconta l’uomo moderno alle prese con le conseguenze della propria volontà di dominio. La sua Odissea non copia il classico, ma lo reinterpreta come viaggio nella colpa, nella coscienza e nell’impossibilità di tornare davvero alla vita di prima.
Christopher Nolan si è finora confrontato con molti generi cinematografici, riportando spesso un grande successo, senza che gli venisse tributata quella marchettistica unanimità di giudizio tipica di avventurieri della cultura o prezzolati esperti di marketing. Lo ha ottenuto perché non si è limitato ad affrontare un tema mettendo in scena i luoghi comuni dell’immaginario collettivo, cioè la finzione per la finzione, ma reinterpretando i contenuti della realtà, usando l’immaginazione su ciò che non è ancora o per quello che potrebbe essere.
Ha usato, insomma, l’immaginazione per colmare ciò che il reale non può ancora dirci. Per questo non si può uscire dalla proiezione di molti dei suoi film: si resta nella sala con i personaggi per discuterli, per capirli e per capire l’insieme di tutta l’opera.
Per Interstellar (2014) si avvalse della revisione di Kip Stephen Thorne, poi premio Nobel per la fisica nel 2017, e ne uscì un capolavoro di fantascienza, un genere che può dare vita a bei film, ma che possono spegnersi nella fantasia come i giochi pirotecnici nel cielo, lasciando quella sensazione di vuoto dopo aver chiuso il sipario del divertimento di qualche ora.
Per questo non bisogna escludere Nolan dal novero dei cineasti che ideano e girano film impegnati, d’autore, purché l’impegno non sia ridotto solo alla spicciola cronaca politica e l’autore non debba per forza andare col cappello in mano a raccattare fondi per le proprie opere – due cose che Nolan non fa, lavorando su temi esistenziali e con produzioni dai bilanci per nulla risicati.
La polemica che ha visto coinvolta la sua Odissea non regge dopo la visione del film, perché Nolan non ha voluto trasportare le parole di Omero sul grande schermo, bensì ha voluto trasfigurare quel mondo per evocare qualcosa oggi.
Era Calvino che diceva che «un classico è quel libro che non ha finito di dire quello che aveva da dire», e ciò è valido soprattutto per i poemi omerici, che sono più di un libro, essendo il cristallizzarsi linguistico di una civiltà. Ed è proprio questa conquista filologica che rende inutile il filologismo di alcuni, che sono andati alla proiezione con la traduzione di Pindemonte in mano.
Una trasposizione molto fedele dell’opera omerica i filologisti ce l’hanno già, ed è l’ancora insuperata serie – come diremmo oggi – del 1968, per la regia di Franco Rossi, Piero Schivazappa e Mario Bava, e con Bekim Fehmiu nei panni di Ulisse e Irene Papas in quelli di Penelope.
Ma si tratta di un’operazione assai diversa da quella di Nolan, la quale va letta in continuità con un altro grande colossal del cineasta, Oppenheimer (2023). Al centro di entrambi i film c’è la tragedia dell’uomo moderno, liberato dalla propria scienza ma non dalla caducità delle sue conseguenze.
Nella Dialettica dell’illuminismo (1947), Max Horkheimer e Theodor W. Adorno scrivono: «[C]antare l’ira di Achille e le peripezie di Odisseo è già una stilizzazione nostalgica di ciò che non si può più cantare, e il soggetto delle avventure si rivela il prototipo dello stesso individuo borghese il cui concetto ha origine in quella compatta affermazione-di-sé di cui l’eroe pellegrino fornisce il modello preistorico».
Ulisse è l’emblema dell’uomo moderno, che si finge nessuno, perdendo la propria identità per un attimo, pur di sopravvivere – l’individuo che si fa servo per scoprirsi poi padrone del destino proprio e di Polifemo.
Infatti, «[i]l lungo errare da Troia ad Itaca è l’itinerario del soggetto – infinitamente debole, dal punto di vista fisico, rispetto alle forze della natura, e che è solo in atto di formarsi come autocoscienza -, l’itinerario del Sé attraverso i miti». Ma questa signoria su sé e sul mondo trova il suo naufragio, storicamente, nel tormento di Oppenheimer, che, pur di vincere il male nazista, arriva prima alla catastrofe del mondo.
L’Ulisse di Nolan è già giunto alla fine del processo storico: definito all’inizio dello stesso poema con l’aggettivo Polytropos, che ne esprime la versatilità, egli vede nelle rovine di Troia, negli stupri che poi Circe gli mostrerà nella trasformazione dei suoi uomini, la rovina che ha portato – non sono gli dèi che lo tormentano, ma la responsabilità degli inganni che egli ha perpetrato.
Il Cavallo non era forse un dono di pace? Eppure, dentro sé serbava la frode – pur di vincere il nemico. Ed ora che Ilio (Troia) brucia – ora che bruciano Hiroshima e Nagasaki – che senso ha avuto tutto questo affannarsi per giungere prima alla distruzione dell’altro?
Come un purgatorio, il viaggio di ritorno è un momento in cui il soggetto sperimenta la propria cattiva coscienza, a tal punto da volersi dimenticare, grazie al fiore di loto che gli offre Calipso. Il senso di colpa è tanto, perché si è distrutta Troia, si sono distrutte altre civiltà per depredarle di ciò che è necessario per sopravvivere nel viaggio di ritorno, e spesso la mente deve dimenticare se non vuole impazzire.
A chi rivolgersi per sopportare questo peso? Agli dèi? Questo Ulisse di Nolan sembra non crederci molto. I vecchi valori sono crollati, distrutti dagli stessi Achei, dallo stesso Ulisse, tanto che dovrà confessare, ancora sotto mentite spoglie, alla moglie Penelope di essere loro, lui e i suoi compagni di ventura ormai scomparsi, i «popoli del mare» di cui in Grecia si parla tanto con terrore, perché portatori di morte.
Con Oppenheimer questa responsabilità del destino che si cela dietro la scienza liberante, e che tramuta in senso di colpa, non poteva essere portata all’estremo come nell’Odissea: giustamente, tra noi e l’apocalisse atomica non ci sono tremila anni di distanza, e ancora quel tema della vittoria statunitense sul Giappone e l’opportunità di un uso della forza nucleare non si è storiograficamente esaurito.
Oppenheimer è sempre un personaggio storico che può essere assolto, perché stretto dalle necessità storiche, che l’individuo vivendo sente e che lo storico scrivendo analizza. «La storia non è mai giustiziera, ma sempre giustificatrice», notava giustamente Benedetto Croce. Ma qui, davanti ad una tragedia troppo lontana per non confondersi con il mito, possiamo vedere tutti il dramma della verità per un soggetto libero.
Ad Ulisse viene rivelata, ed è ciò di cui deve farsi portatore. Davanti alle rovine di Troia come alla sorte dei suoi compagni, Ulisse si fa carico del vero: tutto gli è chiaro, ma non serve a salvare lui e gli altri dal naufragio.
Itaca è persa, fintantoché egli pensa di «controllare tutto». Il dominio dell’essere, come descritto da Horkheimer e Adorno, è il carattere specifico della modernità di Ulisse. È solo rientrando in sé stesso e «lasciandosi andare» che egli potrà tornare a casa.
Ma, come per Oppenheimer e per Frodo Baggins, così per Ulisse nulla può tornare come prima, perché chi ha sperimentato quel viaggio dentro la coscienza e ne ha esplorato anche le zone d’ombra non può tornare alla sua antica vita: il mondo del passato è per altri, non appartiene più a loro.
Se partiamo dal fatto che Nolan abbia voluto interpretare l’Odissea, non certo raffigurarla, allora non ha senso sottolineare le parti che non corrispondono al testo omerico, o se qualcosa è esatta filologicamente e cosa non lo è.
Il regista angloamericano ha voluto restituire un classico nell’unico modo in cui un classico merita di essere restituito, e cioè non copiandolo. Qualcuno ha notato che questo Ulisse è uno statunitense affetto da stress post-traumatico. Bene, e come avrebbe dovuto essere, invece? Chi potrebbe restituirci il sentire di un personaggio il cui mondo è definitivamente scomparso?
I filologisti sono pericolosi, perché credono che il sarto cucia la pelle sulle persone e non abiti. Come gli scientisti che credono di quantificare il tutto. Per giunta, i filologisti, pur avendo a che fare con l’arte, la degradano a mera descrizione del tempo.
Ma se leggiamo, se dobbiamo leggere ancora l’Odissea, è perché c’è un filo, sottile quanto si voglia, che unisce noi, uomini del XXI secolo, a quelli di circa tremila anni fa. Gli aedi hanno intessuto, lentamente, una trama, che piano i rapsodi hanno interpretato. Siamo sicuri che questi non abbiano già tradito il poema di quelli?
E se Nolan fosse soltanto un rapsodo dei nostri tempi, che reinterpreta con l’arte che oggi possediamo e che non si conosceva soltanto due secoli fa, cioè il cinema?
In quella monumentale opera dedicata alla storia della letteratura greca, Albin Lesky definiva Omero «una conclusione e un inizio». Se mai sia esistito un Omero, o se non sia un aedo, perfino un rapsodo, peraltro cieco (o me oron, in greco, significa proprio ‘colui-che-non-vede’), che ha raccolto materiale epico cantato in precedenza e lo ha scritto, dandogli una forma molto simile a quella con la quale ci è giunta, noi questo non lo sappiamo.
Sappiamo, però, che l’Odissea è uno dei pilastri del canone occidentale proprio perché ogni uomo, di ogni tempo, ha saputo rispecchiarvisi.
Konstantinos Kavafis, in Itaca (1911), scriveva: «Itaca ti ha dato il viaggio bello./ Senza di lei non ti saresti messo in strada./ E non ha altro da darti».
L’Odissea non è la descrizione di un viaggio, senza essere prima un viaggio stesso di ogni uomo nei valori, nelle speranze e nelle paure della nostra civiltà. Ogni lettura è un ripartire per riguadagnare Itaca.
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