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Ho letto con un po’ di calma il rapporto Draghi. Purtroppo non riesco a leggere 328 pagine in mezz’ora come ho visto riuscire a taluni commentatori. Lettura, questa, che lascia in generale una sensazione oscillante tra rabbia e frustrazione. Molte informazioni sono assolutamente note, Draghi ha il merito di creare un quadro organico, che in fondo non fa altro, almeno secondo me, che aumentare il pessimismo.
Riprendo due o tre concetti generali secondo me chiave, e poi mi dilungo un attimo sui temi a me più familiari.
Sostiene Draghi che servirebbero un sacco di soldi (750/800 mld/anno), suddivisi come da tabella allegata, per ridare competitività ad una Europa rimasta in panne. Il tutto moltiplicato almeno per 5 anni, sulla base di un bilancio comune. Infatti, Germania e paesi Nordici hanno già alzato il ditino, indovinate quale.

Ma perché abbiamo perso competitività? Di solito si dice perché non si investe in Ricerca e Sviluppo, ed invece i dati dicono altro:

Paragonati agli USA i valori Europei sono del tutto simili, cambiano però le modalità, e probabilmente i settori di investimento, con gli USA (e la Cina) che spingono molto di più su quelli a più alto valore aggiunto. Questo si collega anche ad un calo degli investimenti Europei in quegli stessi settori:

Il report evidenzia il gap su settori quali AI, Cloud computing, spazio, difesa. Per quanto concerne le rinnovabili, il punto da sottolineare è come ci si muova rapidamente verso importanti sussidi ai sistemi di accumulo (batterie), necessari a sostenere l’espansione di eolico e solare.

Tutto questo oggi comporta un ulteriore significativo trasferimento di denaro dalla EU alla Cina, come il report sottolinea. O se preferite, una replica del tragico errore commesso con i pannelli solari.
E ahimè credo sia ormai un filino tardi per una inversione ad “U”.
Questo grafico, in particolare, è una fotografia impietosa del nostro ritardo strutturale, frutto di politiche Europee che oggi possiamo definire folli ed ideologiche:

Queste politiche hanno buttato miliardi in sussidi all’energia prodotta da Fotovoltaico ed Eolico, e non alle filiere di produzione di pannelli e pale, inoltre hanno fatto spegnere centrali nucleari e non hanno colto la deindustrializzazione in atto.
Ora i Governi tentano ad esempio di attirare la produzione di auto elettriche, ma il gap di efficienza con la Cina è colossale (vedi grafico sui costi di produzione). In questo scenario, se Xi sarà magnanimo, avremo qualche fabbrica di assemblaggio senza grande valore aggiunto. Con buona pace dei sindacati Tedeschi, Italiani, Francesi.

In tutto questo il tema dell’energia sarà cruciale. Anche qui Draghi fa un’analisi seria, ma non certo nuova. L’Europa soffre di prezzi dell’energia molto elevati, rispetto alla concorrenza internazionale. Il prezzo del gas nell’UE è tre-cinque volte più elevato che negli Stati Uniti, mentre quello dell’elettricità è due-tre volte più elevato. Nel 2023 circa il 60% delle società europee attribuiva proprio ai costi dell’energia la propria difficoltà nell’investire. Il report evidenzia, inoltre, i rischi di una corsa incontrollata verso le rinnovabili. Delle proposte esposte, sottolineo quella più sensata a mio avviso: decarbonizzare progressivamente il settore, passando all’idrogeno e ai gas verdi quando sarà economicamente conveniente e mantenere l’approvvigionamento nucleare esistente, accelerando lo sviluppo del “nuovo nucleare”.
Sull’esclusione dell’Europa dal tema del controllo delle terre rare, delle materie prime critiche c’è ormai poco da dire. Sulle tecnologie verdi abbiamo già detto: pannelli fotovoltaici, batterie e larga parte della componentistica eolica sono ormai monopolio Cinese o quasi. Ovvero, le tecnologie più diffuse sono ormai fuori dal nostro controllo, e pensare di recuperare il gap è francamente velleitario. E su questo tema, onestamente le proposte del report di Draghi non sono per nulla convincenti, e vanno più nel senso di un dirigismo pseudo-statale anziché di competizione e mercato.
In definitiva, Draghi descrive correttamente un’Europa che ha preso una direzione ideologica, estremista e che ora si sveglia dal suo sogno di “dare l’esempio” ad un mondo che “se ne frega”, e che in realtà la vede come un mercato o poco di più, tra l’altro a breve nemmeno il più remunerativo. Un’Europa quindi frammentata, incapace di unirsi e cambiare con forza direzione per competere con i giganti Usa e Cina. Un continente vecchio, di pensionati ideologici e burocrati nella loro torre d’avorio e di giovani che hanno paura di rischiare.
A parte quei pochi che fanno le valigie e vanno a competere nel mondo.
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1 thought on “Se in un’Europa ideologica e divisa anche la ricetta Draghi sembra tardiva”