C’era una volta un esercito russo, più strano, più anomalo. Che aveva provato ad inventarsi moderno, più agile nel pensare, più snello nei comandi. Che aveva abbandonato la massa per la qualità, perdendo l’una e mancando l’altra. Che aveva accantonato la rigidezza degli schemi di cartapecora da Tannenberg 1914 per la spigliatezza arrogante della Crimea 2014. Cento anni esatti, di cui 90 di grevezza plumbea e forse dieci di innovativo approccio, adottato più per forza che per scelta.
L’avevano chiamata Dottrina Gerasimov e puntava in teoria a snellire il pachiderma travestendolo da agile, astuto, aggressivo leopardo, adatto cioè alle nozze dei poveri, ossia ad ottenere di più con minori risorse, approccio creativo e reparti speciali: che non sarebbe di per sè un’eresia a patto di rottamare i vertici inadatti assieme al pachiderma, privilegiando per una volta le capacità al gerarchismo stolido di mentalità sovietica.
Invece, nella Russia neocastale ma stracciona di Putin, dove la piaggeria è la chiave per accedere alle cerchie favorite, i residuati sono rimasti al loro posto, grigi nel comando ma sfavillanti di medaglie, oltretutto conferite a profusione dopo il test Crimea, positivo ma parziale, che aveva illuso sulla capacità dei pachidermi di muoversi nelle strette.
E così nelle prime settimane in Ucraina, davanti ad una situazione dinamica, fuori schema, che nessuno aveva preventivato, l’intero sistema è andato in corto, intrappolato tra il modello innovativo della guerra ibrida e la rigida ottusità di chi era stato chiamato ad applicarlo nel suo primo test probante.
L’esercito si era quindi liquefatto. I piccoli reparti agili annientati, i pochi mezzi moderni bruciati nei roghi dei loro difetti. E quegli ufficiali post-sovietici educati al dinamismo in Siria ed Crimea uccisi a mucchi senza altro risultato.
Nella primavera 2022 moriva l’esercito russo che avrebbe voluto essere moderno ed intelligente e rinasceva il pachiderma forza bruta ed ignoranza. JozeJechich_JJ

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