

Non riuscendo ad avere un’idea propria, o forse non avendola mai avuta, il Partito Democratico sembra affittare la propria identità dall’esterno. L’ultimo eroe è il sindaco di New York, Zohran Mamdani, di cui fino a tre mesi fa nel PD nessuno parlava.
Non c’è elezione estera – nazionale o locale – in cui il PD non trasformi un leader di sinistra straniero, dotato di un qualche seguito elettorale, in modello da imitare, faro da seguire, ispirazione improvvisa.
Nulla di male, ovviamente, nel guardare oltre confine: anzi, studiare idee, pratiche, linguaggi e simboli che funzionano sulla scena internazionale è doveroso. Il problema è la velocità con cui i modelli vengono consumati, e la loro molteplicità.
Si passa dall’uno all’altro con la stessa voracità con cui il PD ha bruciato i propri segretari.
Sembra quasi che, non contento di cambiare continuamente la guida interna, pur di saziare la propria autofagia, il partito cerchi bocconi da assimilare e poi inghiottire anche oltre confine.
E non serve guardare solo all’estero. Dopo l’innamoramento per Giuseppe Conte – una cotta adolescenziale che una parte del PD non dimenticherà mai del tutto, proprio perché l’unione ardentemente desiderata non è stata consumata – è arrivata Elly Schlein: con lei finalmente il PD avrebbe agguantato il destino.
Dopo poco tempo, però, già si intravedono nuovi corteggiamenti, nuove suggestioni: guardare a Genova, per esempio. Nel frattempo, nel grande album delle infatuazioni internazionali, si è passati da Barack Obama ad Alexandria Ocasio-Cortez, fino allo stesso Mamdani. In Europa, da Alexis Tsipras a Jean-Luc Mélenchon, mentre Pedro Sánchez rimane il poster appeso in camera: sempre bello e impossibile, tipo Kevin dei Backstreet Boys per le adolescenti della mia generazione.
In fondo di questo si tratta: di un’adolescenza politica che non passa.
Proprio come un adolescente, il partito cerca continuamente fuori di sé un riferimento per sapere chi vuole diventare; nel mentre, per differenziarsi e affermare la propria autonomia, protesta a prescindere, simpatizza per gli estremismi più strampalati, rifiuta in tronco ciò che i genitori gli hanno trasmesso con fatica (nel caso del PD, il patrimonio del liberalismo occidentale), ragion per cui accetta acriticamente tutto ciò che percepisce alternativo al proprio mondo.
Nella vita di una persona, però, l’adolescenza, a un certo punto, finisce.
Il tumulto matura in identità adulta, che ha integrato nuovi valori (magari dissonanti da quelli ereditati), in continuità con le proprie radici: forte di questo nuovo equilibrio, l’adulto cammina nel mondo con un profilo più o meno riconoscibile.
Smette di protestare sempre, soppesa le novità con senso critico, ha fatto pace con la propria storia riconoscendo le cose negative ma valorizzando quelle positive, è pronto a prendersi cura di altri, avendo una propria relativa stabilità emotiva e intellettiva.
Altrimenti il destino è quello dell’eterna incompiutezza: persone che non sanno scegliere, che saltano da uno slogan all’altro, che preferiscono l’utopia al lavoro concreto, che sfarfalleggiano da una filosofia all’altra, che cercano riconoscimento senza essere disposti a darlo, che incolpano sempre altri dei loro insuccessi, e quindi non incidono davvero sul pezzo di mondo in cui vivono.
“Come sembra meno magica la vita fuori dagli schemi, addosso a chi comincia ad invecchiare”, canta Giovanni Truppi.
Ecco: il PD ha compiuto diciotto anni da poco. Tecnicamente è diventato adulto. Servirebbe una identità propria, non un collage di suggestioni, non un eterno pendolo tra radicalismi.
Inizia tutto a essere meno magico e più patetico.
Magari non si vince al centro, va bene, ma neppure nei centri sociali. Forse non si vince al centro, d’accordo, ma sicuramente non si vince senza un centro di gravità.
Intanto la democrazia italiana aspetta un’alternativa di governo seria: sarebbe utile per la salute dell’intero sistema, indipendentemente dai gusti politici di ciascuno.
Ma l’adolescenza continua.
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Sarà che vivo le vicende del PD “da dentro” (benché solo come semplice militante “di base” nel minuscolo ambito di provincia nel quale vivo), ma trovo particolarmente fuori luogo la descrizione caricaturale che Lei ne fa nell’articolo e non posso non farle notare che il Partito Democratico è costituito, oltre che da alcune decine di migliaia di iscritti, anche da centinaia di amministratori locali che hanno a che fare quotidianamente con esponenti della società vivile, con Confindustria, Sindacati, rappresentanze sociali e del Terzo Settore impegnati, ogni giorno, ad affrontare tematiche che, evidentemente, passano in secondo piano rispetto a quella che è, per l’appunto, la caricatura che ne vien fatta nell’articolo.
Per quel che mi riguarda, il riferimento a “persone che non sanno scegliere, che saltano da uno slogan all’altro, che preferiscono l’utopia al lavoro concreto, che sfarfalleggiano da una filosofia all’altra” è semplicemente un insulto e non avrebbe meritato risposta se non l’avessi letto su queste pagine che leggo con coinvolto interesse.
E’ ciò che traspare dalle periodiche dichiarazioni della segretaria e dei principali esponenti del partito. A livello locale magari c’è un altro atteggiamento meno ideologico e più concreto e non viene percepito dal resto della popolazione a livello nazionale. Ma come detto, in quest’ultimo caso si vedono eccome l’inesperienza e l’impulsività dettata più dall’emotività e dall’istinto che dall’analisi seria dei temi da affrontare e delle proposte da mostrare.
La prossima volta magari invece di fare le primarie del partito facendo votare chiunque, anche a chi non interessa nulla del partito, ed eleggendo improvvisati capi assemblea studenteschi, provate a migliorare la modalità di voto oltre che la selezione di candidati che devono preparati e credibili e non indirizzati come al solito dalla ristretta cerchia che guida il PD e i partiti precedenti ad esso da molto tempo.
Non è Lanzieri che fa la caricatura del PD: è il PD che è una caricatura vivente. Provvedete voi “da dentro” a farne un organismo decente, e vedrà che a nessuno verrà più in mente di caricaturizzarlo.
E’ evidente che gli argomenti che ho usato per rispondere alle affermazioni espresse dal Dott.Lanzieri non vengono considerate. Vorrei tanto che la definizione caricaturale dell’adeloscente inconcludente e farfallone venisse rivolta (per esempio – uno fra i tanti) a Mattia Palazzi che da sindaco di Mantova sta attuando politiche sociali e di governo che, evidentemente, non interessano a chi preferisce divulgare la narrazione espressa nell’articolo citato. E le garantisco che si tratta di esperienze di governo ben più che “decenti”.
Quello che ho scritto rispondendo al dott.Lanzieri riguardava esattamente la mia intenzione di descrivere l’esistenza di un PD ben più che “decente” (per usare il Suo aggettivo) rispetto alle caricatura che permea l’articolo e potrei citare innumerevoli esperienze di governo locale come, per esempio (fra i tanti), la straordinaria esperienza di Mattia Palazzi che da sindaco di Mantova sta dando prova di governo attento e sociale che non potrebbe essere più lontano dalla caricatura espressa. Ma amen.
Lanzieri e io abbiamo parlato del partito, della sua politica, delle sue scelte, dei suoi valori, dei suoi principi, e della sua dirigenza; lei ha parlato di singole specifiche persone e delle loro specifiche azioni: sono due cose totalmente diverse. Quelle persone di cui lei parla appartengono a un partito, non SONO il partito.
l’ultimo solo in ordine di tempo della serie Tsipras, Zapatero…
È di ieri la dichiarazione di Elly Schlein: “Si torna a vincere con parole e programmi chiari!”. Quasi che avesse vinto lei, rectius il partito guidato da lei. Mentre, nella realtà, lei e la sua leadership non hanno vinto nulla, hanno solo ottenuto la conferma in qualche regione storicamente salda (meglio: sono riusciti, non senza timori fino all’ultimo e – in qualche caso – con percentuali risicate, ad allontanare il fantasma della sconfitta anche in quelle regioni). E Mamdani è solo l’ennesimo poster appeso in cameretta.