


Le violenze della Diaz e di Bolzaneto restano una ferita inferta allo Stato di diritto. Ma quella verità non dimostra che il movimento di Genova avesse ragione su tutto. Dopo venticinque anni, ricordare non basta: occorre distinguere tra protesta, violenza e autoassoluzione.
“Avevamo ragione, ma dopo i giorni di Genova la nostra stagione si è fermata”. È uno dei concetti chiave dell’intervista concessa da Zerocalcare a “la Repubblica” il 18 luglio 2026, alla vigilia del venticinquesimo anniversario del G8.
Michele Rech, questo il suo vero nome, è oggi uno dei più popolari fumettisti italiani; nel luglio 2001, giovanissimo, partecipò alle manifestazioni. Oggi ricorda quei fatti di Genova come uno «spartiacque tra l’infanzia e l’età adulta», aggiungendo di non averli mai davvero archiviati e di averne disseminato il ricordo nel proprio lavoro.
È comprensibile: ogni generazione possiede eventi nei quali la storia collettiva irrompe nella biografia e vi lascia una fenditura. Ma proprio perché sono trascorsi venticinque anni, alla memoria dovrebbe ormai accompagnarsi il giudizio.
Sui fatti della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto non è lecita alcuna reticenza. Le sentenze hanno accertato pestaggi, umiliazioni, falsificazioni e violenze inflitte a persone inermi.
I tribunali, oltre che la Corte europea dei diritti dell’uomo, hanno ricostruito le violenze delle forze dell’ordine, definendole punitive, vendicative e dirette all’umiliazione: delle vere e proprie torture.
Non si trattò di semplici “eccessi”, ma di una degradazione dell’autorità pubblica: uomini investiti della forza della Repubblica la rivolsero contro la legge che avrebbe dovuto governarla, profanando così l’uniforme che portavano.
Tale speciale gravità non obbliga, però, a consacrare politicamente tutto ciò che stava dall’altra parte delle barricate. La piazza di Genova era smisurata ed eterogenea.
Nel Genoa Social Forum convivevano diverse anime: movimenti politici di sinistra, gruppi di matrice cattolica, sindacati, associazioni umanitarie, ambientalisti, pacifisti, autonomi e reti antagoniste. Il programma del luglio 2001 spaziava dai diritti del lavoro alla finanza etica, dal debito dei Paesi poveri alla critica delle multinazionali, fino alla denuncia delle guerre in corso.
Una parte dei manifestanti concepiva lo scontro non come un incidente, ma come una forma del linguaggio politico. La maggioranza fu pacifica; nondimeno, automobili incendiate, negozi devastati e beni comuni distrutti non furono immagini inventate dalla propaganda governativa.
La sproporzione tra la violenza di gruppi di piazza e la violenza illegale dello Stato resta evidente: dalla polizia si esige ciò che non si può esigere da una moltitudine, perché la sua forza è pubblica, organizzata e vincolata dal diritto. Ma riconoscere questa asimmetria non significa abolire ogni distinzione morale.
Durante le iniziative per il ventennale del G8, Zerocalcare giudicò sbagliata la distinzione tra manifestanti “buoni” e “cattivi”, osservando che il confine tra le due categorie tende a spostarsi fino a restringere progressivamente lo spazio della protesta legittima.
Il fumettista richiamò inoltre l’attenzione sulle pene che giudicava sproporzionate per il reato di devastazione e saccheggio. È un’avvertenza seria: categorie sommarie possono preparare la criminalizzazione del dissenso.
Esiste però un rischio inverso, del quale occorre essere altrettanto consapevoli: che il rifiuto delle etichette impedisca di distinguere tra manifestazione pacifica, disobbedienza civile e devastazione deliberata.
Non tutti coloro che furono chiamati cattivi lo erano, certo. Allo stesso tempo, però, non tutte le condotte diventano innocenti perché compiute contro il potere.
Rimane poi la domanda più impegnativa: su che cosa, precisamente, “avevamo ragione”? Il movimento denunciava il potere della finanza, le disuguaglianze, lo sfruttamento del lavoro e l’opacità delle istituzioni internazionali. Molti problemi erano e sono reali; ciò non rendeva vere tutte le diagnosi, né praticabili le alternative.
La formula “un altro mondo è possibile”, posta in testa al programma del controvertice, possedeva una grande forza morale e una modesta determinazione politica: univa proprio perché lasciava indeterminato il mondo da costruire.
In una parte di quella cultura agiva inoltre un terzomondismo che non coincideva con la legittima solidarietà verso i popoli impoveriti. In questa componente non marginale affiorava una geometria morale: da una parte il Nord occidentale, soggetto della conquista, del debito e dello sfruttamento; dall’altra i popoli esclusi, elevati quasi per collocazione geopolitica a depositari dell’innocenza.
Da questo schema discende una tentazione ancora viva: giudicare gli atti non per ciò che sono, ma per il campo dal quale provengono; essere intransigenti verso l’imperialismo occidentale e indulgenti verso quello russo, cinese o regionale; chiamare “multipolare” un mondo che può essere semplicemente spartito tra potenze meno vincolate dal diritto.
Il terzomondismo, nato per dare voce ai senza potere, rischia così di divenire l’alibi di poteri autoritari, purché ostili all’Occidente.
Caro Zerocalcare, molti giovani di allora non pensavano – e molti giovani di oggi non pensano – che migliorare il mondo significhi sfasciare una città o attendere la palingenesi dal crollo del “sistema”.
Hanno scelto il volontariato, la cooperazione, la ricerca, l’associazionismo, l’impresa responsabile e la politica riformatrice. La loro azione è meno spettacolare, ma forse più esigente: non promette di rifare il mondo in un giorno e si assume la fatica di correggerlo senza esaltare o tollerare lo scontro violento, facendo dell’indignazione per le ingiustizie un criterio dell’azione.
Fare giustizia, non essere giustizieri: tra questi due poli sta l’alternativa tra la politica che sa trasformare e la lotta tanto inconcludente quanto autoassolutoria.
Dopo i quarant’anni non è necessario rinnegare i propri miti fondativi; diventa però doveroso sottoporli a revisione. Genova deve restare il nome di una ferita inferta alla democrazia da chi avrebbe dovuto custodirla: alla Diaz e a Bolzaneto fu tradito lo Stato di diritto, e dobbiamo ricordarlo sempre.
Ma da questa verità non segue che la piazza avesse ragione su tutto. La maturità comincia forse quando si riesce a pronunciare entrambe le frasi senza servirsi dell’una per cancellare l’altra.
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Mah, a me “un altro mondo è possibile” pare tanto uno slogan vuoto per adescare e turlupinare teste vuote.
Ineccepibile.
Purtroppo, siamo pieni di eterni ragazzi, contestatori 40enni, giustizieri 50enni, in nome di una lotta puramente ideologica all’occidente, eterogenesi dei fini che culmina nella giustificazione della dittatura sol che sia antioccidentale, nella giustificazione dell’integralismo religioso islamico sol che sia contro la cultura cristiana, nella giustificazione della violenza purché sia rivolta contro noi stessi. Fenomeno dietro ai quali si cela un infantilismo ideologico di alcuni, e un “professionismo” ideologico di altri (non meno in malafede dei “poteri” contro cui si rivolgono).
Fra l’incudine e il martello rimangono i proprietari delle auto, delle vetrine e delle case devastate, incendiate, occupate. Rimane una larga parte della popolazione, che appartiene al mondo di coloro che soffrono davvero le conseguenze di questo sistema economico e di potere, di coloro “che non arrivano a fine mese”, per i quali la politica, persa a disquisire sui temi della polarizzazione ideologica, fa ben poco di concreto. Le vere vittime degli eccessi del capitalismo, dimenticate in primis da quella parte politica che avrebbe nel proprio statuto la difesa del proletariato. Vittime che non protestano. Che, se scendessero in piazza, ne avrebbero tutte le ragioni. Che protestano non andando a votare, o votando per le estreme destre.
Un film già visto, purtroppo, e che, nel nostro mondo tecnologico e “social”, potrebbe approdare a conseguenze ancor più catastrofiche di quelle viste nel ‘900.