Nei giorni scorsi abbiamo raccontato come il colosso del web Yandex abbia ceduto ad un gruppo di investitori tutte le attività russe per un controvalore 475 miliardi di rubli, pari a 5,2 miliardi di dollari.
Il divorzio dal resto delle attività internazionali, deciso dal fondatore Arkady Volozh, uscito definitivamente dal territorio della Federazione Russa a seguito dell’invasione dell’Ucraina e che già aveva stabilito nei Paesi Bassi la sede principale del gruppo, potrebbe ora mettere fine all’innovazione venticinquennale della quale l’azienda è stata, caso raro in Russia, assoluta protagonista.
L’azienda, visto anche il suo immenso potenziale, legato soprattutto ai milioni di utenti che utilizzano i suoi servizi, aveva persino resistito all’assalto di Google, che aveva provato a rilevarne le attività, ma la sua popolarità ha ad un certo punto spaventato il Cremlino, che nel 2008 ha preteso l’ingresso nel capitale dell’istituto statale Sberbank con potere di veto su alcune scelte strategiche e in questi ultimi mesi ha di fatto pilotato la cessione della filiale di Mosca attraverso Sergej Kirienko, Vice Capo di Gabinetto dell’Amministrazione Presidenziale.
Il fondo attraverso il quale è stata mesa in campo l’operazione include il socio amministratore del gruppo di investimenti tecnologici LETA Capital, Alexander Chachava, una affiliata della società petrolifera Lukoil, il CEO di Infinitum Pavel Prass e l’investitore indipendente Alexander Ryazanov. Secondo la legge russa, tuttavia, il fondo chiuso non è obbligato a fornire informazioni sui proprietari finali. Pertanto, nel corso del tempo, le persone nominate nell’accordo potrebbero essere facilmente sostituite senza che esterni lo sappiano.
Sono infatti molti a scommettere che a rilevare le attività sarà alla fine il miliardario, grande amico di Putin, Yury Kovalchuk (non coinvolto nelle trattative in questa prima fase, perché sottoposto a sanzioni), con il quale uno degli investitori, Pavel Prass, ha già avuto rapporti diretti. Questa potrebbe dunque essere la parte finale di una strategia per mettere sotto controllo il mondo del web, passato attraverso passaggi chiave quali il trasferimento del controllo di VKontakte (una sorta di Facebook russo) nelle mani dello Stato, dopo l’estromissione del fondatore Pavel Durov nel 2014, ma anche la chiusura di LinkedIn nel 2016 e più di recente la sospensione di piattaforme social come Instagram, Facebook e Twitter all’indomani dell’invasione dell’Ucraina, con lo scopo di “isolare” gli utenti dal resto del mondo e filtrare le informazioni alle quai la popolazione russa può avere accesso.
In questo contesto si inquadra la scelta russa di costituire la rete RuNet, progetto avviato subito dopo l’annessione della Crimea nel 2014 ed il conseguente lancio di piattaforme che intendono sostituire quelle occidentali. Da RuStore, l’app store che ha sostituito Google Play, l’AppStore di Apple, fino a Yappy, Rossgram e RuTube, che hanno rimpiazzato rispettivamente i nostri TikTok, Instagram e YouTube.
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