

Woke right, il woke di destra, sembra una di quelle accuse ribaltate, tipiche della polarizzazione, in cui ogni concetto viene riutilizzato come clava retorica, dentro un rumore di fondo fatto di estremismi, semplificazioni e caos comunicativo. In realtà, dietro questo termine, c’è molto di più: c’è la frattura che attraversa l’universo trumpiano. E allora cercheremo di spiegare che cos’è e perché non si tratta soltanto di un’etichetta.
Come abbiamo già ricostruito in un precedente articolo, la crisi della Heritage Foundation è il sintomo più evidente della frattura che attraversa la destra americana. Il punto di rottura è arrivato con la scelta della leadership della Heritage, guidata da Kevin Roberts, di difendere Tucker Carlson dopo le sue aperture a Nick Fuentes, figura apertamente antisemita e identitaria.

Perché è proprio su Israele e sull’antisemitismo che si gioca lo scontro decisivo. È il tallone d’Achille della destra: quella che, grazie a posizioni fortemente pro-Israele, era riuscita a mettere in secondo piano la propria eredità storica legata all’antisemitismo. Quando questa linea si incrina e Israele diventa il bersaglio, riaffiora una frattura identitaria profonda: non una semplice divergenza politica, ma il punto in cui la destra torna a confrontarsi con ciò che credeva di avere superato.
Quando il termine woke right è comparso veniva usato soprattutto da commentatori moderati di sinistra per segnalare una somiglianza strutturale tra gli estremismi: l’idea che una parte della destra stesse adottando le stesse categorie morali e lo stesso stile militante attribuiti al woke progressista, ovvero una politica incentrata su tematiche identitarie e su narrazioni di vittimismo (“americani di origine europea penalizzati”, “cristiani perseguitati”, “Occidente sotto attacco”), che usa strumenti tipicamente associati al wokeismo — scomuniche interne, accuse di tradimento, campagne di shame e boicottaggio contro il dissenso — e che concepisce la politica come una lotta tra oppressi e oppressori, limitandosi a invertire i ruoli rispetto alla sinistra radicale.
Il punto è proprio questo: se la definizione di woke right poteva funzionare come categoria descrittiva condivisa da osservatori moderati — di destra e di sinistra — non spiega perché oggi venga usata all’interno della stessa estrema destra. La ragione sta nel fatto che il termine non indica soltanto uno stile identitario, ma una frattura ideologica che ha come nodo centrale la questione israelo-ebraica. È qui che la galassia trumpiana si divide: da un lato la destra MAGA mainstream, fortemente pro-Israele; dall’altro una destra che scivola verso un antisionismo intrecciato a retoriche antisemite e al filo-islamismo. In questo campo, Israele diventa l’“oppressore”, le élite ebraiche la “cabala”, e la narrativa ricalca speculare quella della sinistra woke anti-coloniale. È per questo che woke right non è più soltanto un’etichetta esterna, ma un’accusa interna: serve a tracciare una linea di demarcazione tra destre sempre più antitetiche.
In Italia, questo cortocircuito ideologico ha un nome preciso: rossobrunismo. È la convergenza tra estrema destra ed estrema sinistra su un terreno comune che non è più economico o sociale, ma simbolico e geopolitico. Rossobruni condividono innanzitutto un odio strutturale per l’Occidente liberale, considerato decadente, corrotto e “globalista”. Da qui una simpatia per il mondo islamico, percepito come forza “anti-occidentale”, identitaria e antagonista nei confronti di Stati Uniti, UE e Israele. In questo schema, Israele diventa il nemico assoluto, letto attraverso lenti complottiste e antisioniste che spesso scivolano nell’antisemitismo, mentre la Russia di Putin viene idealizzata come baluardo di ordine, sovranità e resistenza alla “corruzione dell’Occidente“, nonostante il suo autoritarismo e il suo imperialismo. È una saldatura che unisce simboli e linguaggi della sinistra radicale (anti-imperialismo, anti-NATO, retorica coloniale) con quelli della destra estrema (identità, civiltà, culto della forza), producendo un fronte trasversale anti-israeliano, pro-russo e indulgente verso l’islam politico, in cui la coerenza ideologica conta meno dell’ossessione per il nemico comune. È lo stesso meccanismo che oggi, negli Stati Uniti, viene chiamato woke right: nomi diversi, stessa dinamica di radicalizzazione speculare.
Tucker Carlson è la quintessenza di questa deriva. Negli ultimi anni ha costruito un discorso ostile all’Occidente liberale, presentato come decadente e corrotto, mentre rivaluta sistematicamente i propri avversari geopolitici. La sua intervista a Vladimir Putin non è stata un esercizio giornalistico, ma un’operazione di legittimazione.
Lo stesso schema ritorna nella sua posizione sull’Islam. Carlson ha accusato Israele di manipolare l’opinione pubblica americana. Secondo lui, l’idea che la destra debba “odiare i musulmani” sarebbe “un’altra classica psyop del governo israeliano”, insomma, una pura invenzione sionista. Da qui la tesi del suo ragionamento: “Non conosco nessuno negli Stati Uniti che negli ultimi 24 anni sia stato ucciso dall’Islam radicale”, mentre – sostiene – conosce molte persone morte per overdose, suicidio o distrutte economicamente e socialmente. “Vedo milioni di americani distrutti, e niente di tutto questo avviene per mano dell’Islam radicale”. Una narrazione che ribalta il tradizionale impianto della destra americana, assolvendo l’islam politico e concentrando l’attacco sull’Occidente, sulla modernità liberale e, implicitamente, su Israele.

Va da sé che l’affermazione secondo cui l’islam radicale “non è una minaccia” è smentita dai fatti. Negli ultimi 24 anni il terrorismo jihadista è stato responsabile di alcuni dei più gravi attentati della storia recente in Occidente, per numero di vittime e impatto politico:
- 11 marzo 2004, Madrid: attentati ai treni pendolari, 193 morti (al-Qaeda).
- 7 luglio 2005, Londra: attacchi alla metropolitana e a un bus, 52 morti.
- 13 novembre 2015, Parigi: Bataclan e altri obiettivi, 130 morti (ISIS).
- 22 marzo 2016, Bruxelles: aeroporto e metropolitana, 32 morti (ISIS).
- 14 luglio 2016, Nizza: attentato con camion sulla Promenade des Anglais, 86 morti (ISIS).
- 22 maggio 2017, Manchester: concerto alla Manchester Arena, 22 morti (ISIS).
- 11 dicembre 2018, Strasburgo: attacco al mercatino di Natale, 5 morti.
- 2 novembre 2020, Vienna: attentato jihadista nel centro città, 4 morti.
E l’elenco non include decine di attentati minori, tentativi sventati, né le vittime in Medio Oriente e in Africa, dove l’islamismo radicale continua a provocare migliaia di morti ogni anno.
Mentre Tucker Carlson sostiene che l’islam radicale “non è una minaccia”, la posizione delle agenzie di sicurezza statunitensi resta diametralmente opposta. In un intervento pubblico, Tulsi Gabbard, oggi direttrice dell’Intelligence, ha spiegato come “la più grande minaccia che affrontiamo resta l’islam radicale”.
Ed è qui che sorge la domanda: questo cortocircuito è solo ideologico? Laura Loomer, tra le figure più note di QAnon e nemica dichiarata del wokismo di destra, ha reagito alle parole di Tucker Carlson, ribattezzandolo “Tucker Qatarlson” e accusandolo di legami opachi con Doha.

Secondo una parte crescente della destra americana, Carlson sarebbe coinvolto in attività di lobbying per conto del Qatar, attraverso operazioni di “media coaching”, apparizioni a eventi di alto profilo come il Doha Forum e interviste estremamente indulgenti ai vertici qatarioti. A rafforzare i sospetti è arrivato anche il suo recente annuncio di voler acquistare una proprietà a Doha. Su questo sfondo si colloca una trasformazione delle sue posizioni a difensore del Qatar e a minimizzatore dei suoi legami con Hamas e i Fratelli Musulmani, accompagnata da una retorica sempre più ostile nei confronti di Israele. Carlson respinge ogni accusa di finanziamenti, ma la somma di apparizioni, narrazioni e scelte simboliche alimenta il sospetto di un allineamento con le priorità qatariote, rendendolo uno dei casi emblematici nel dibattito sul woke right e sulle nuove convergenze tra populismo identitario, anti-israelismo e vicinanza al mondo islamico.
Questa traiettoria converge sempre più con quella di Nick Fuentes, figura chiave dell’estrema destra americana e leader del movimento America First, noto per le sue posizioni apertamente suprematiste, antisemite e antisioniste. Infatti, per Fuentes, non è più la sinistra il vero nemico ma gli ebrei, per la loro “infuenza ebraica organizzata”.

Fuentes è diventato popolare tra una parte dei giovani conservatori attraverso il streaming e i social media, promuovendo una visione etno-nazionalista degli Stati Uniti, ostile all’alleanza con Israele e all’ordine liberale occidentale. In questo quadro, la convergenza con Tucker Carlson è narrativa: entrambi descrivono Israele come un attore manipolatorio, negano la minaccia dell’islamismo e presentano l’America come vittima di élite interne più che di nemici esterni.

La frattura che emerge non è quindi solo con il conservatorismo tradizionale, ma anche con ampie parti dell’estrema destra americana e del mondo MAGA, storicamente ancorate a un asse pro-Israele, anti-islamista e filo-occidentale. È qui che il woke right completa la sua parabola: non solo adotta i metodi della sinistra radicale ma finisce per convergere anche sulle alleanze e sui bersagli. L’Occidente liberale diventa il nemico comune, Israele il simbolo dell’“oppressore”, il mondo islamico un alleato tattico, Putin un referente idealizzato. In questo cortocircuito, figure come Carlson e Fuentes non stanno semplicemente radicalizzando la destra: cercano di riallinearla su coordinate che la avvicinano, per il linguaggio, i nemici e la geopolitica, a quel woke di sinistra che per anni aveva dichiarato di combattere.
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Ottima come sempre, mi sorge una domanda: perché l’attentato alle Torri Gemelle non è stato inserito tra le azioni del radicalismo musulmano?
Non è stato inserito perché Carlson non avrebbe potuto negarlo, per questo ha detto “24 anni” e non “25”.
Questione di mesi, certo ma era chiaro che Carlson si riferisse al post 11 settembre nella scelta del numero.
Il terreno ultra-fertile di tutto ciò è l’ignoranza, sempre più ubiquitaria
A questa ottima analisi aggiungo una ulteriore chiave di lettura. La stragrande maggioranza degli umani nasce con un cervello con logica mentale conservatrice. Una delle caratteristiche dei conservatori è il bisogno di sentirsi rassicurati dalle paure che il mondo gli crea. L’abbracciare una o più ideologie gli fornisce quella chiave di lettura di ciò che accade e gli permette di catalogare gli eventi e le persone, rassicurandoli e abbassando la loro ansia. Quindi i conservatori sono maggioranza in tutti i contesti ideologizzati , sia a destra che a sinistra, ma possono dividersi e combattersi tra le loro ideologie.