

Sergej Eisenstein, che non era uomo facile agli entusiasmi occidentali, arrivò a dire che il cinema d’animazione americano – e in particolare quello di Disney – era stato uno dei più grandi doni fatti dagli Stati Uniti all’arte e all’umanità. Non parlava da turista incantato, ma da regista rivoluzionario, da teorico del montaggio, da architetto di immagini capaci di scuotere le coscienze. Se un sovietico, e non uno qualunque, riconosceva quella grandezza, forse vale la pena chiedersi che cosa ne sia rimasto.
C’è un nesso – che qualcuno troverà ardito, ma che ardito non è – tra la salute culturale di un Paese e la vitalità delle sue grandi istituzioni simboliche. Quando una nazione produce capolavori popolari capaci di parlare al mondo intero senza rinunciare alla profondità, significa che in quel Paese esiste ancora una fiducia nel proprio immaginario, una forza morale che non teme di esporsi. Quando invece quelle stesse istituzioni si rifugiano nell’automatismo, nella formula, nel compitino ben confezionato per non disturbare né il mercato né l’algoritmo, qualcosa si è incrinato.
Disney – o meglio The Walt Disney Company, perché ormai è un impero più che uno studio – è stata per decenni una fabbrica di miti. Cioè non solo favole, ma favole che sono diventate quasi dei miti. Biancaneve, Gli Aristogatti, La carica dei 101, Mary Poppins, Fantasia erano opere che non si limitavano a intrattenere, ma educavano lo sguardo, formavano l’immaginazione, insegnavano la paura e il coraggio, il lutto e la rinascita. Erano film per bambini che non avevano paura di turbare i bambini, perché rispettavano la loro intelligenza, ed erano film per adulti che non avevano interrotto i ponti con i bambini che erano stati.
Poi, negli anni Duemila, quando tutto sembrava già orientato al consumo rapido, sono arrivati ancora autentici sussulti d’arte cinematografica e di poesia. Come i primi venti minuti di Up, dove si racconta una storia d’amore durata una vita in un modo essenziale e commovente. Un film che ha detto più sulla vita coniugale, sul tempo e sulla perdita di quanto molte pellicole “adulte” osino suggerire. E Coco, che ha saputo parlare della morte con una grazia e una serietà quasi liturgiche, e persino con qualche interessante suggestione escatologica, senza scadere nel sentimentalismo. E poi Luca, che pur essendo meno ambizioso, ha un suo respiro poetico e una freschezza che tradisce ancora un’autentica necessità narrativa.
Dopo di allora, però, si ha l’impressione che la macchina si sia messa a funzionare da sola. Non nel senso virtuoso dell’artigianato rodato, ma in quello inquietante dell’industria che replica se stessa. Ottomila colpi di scena al minuto, inseguimenti pirotecnici, precipizi mozzafiato, dialoghi costruiti con la furbizia del meme già pronto per circolare sui social. Una comicità di maniera, che imita la freschezza di un tempo senza possederla. L’effetto speciale non è più uno strumento, ma un fine. La sorpresa non nasce da un conflitto interiore, ma da un ribaltamento meccanico della trama.
Il problema non è il “commerciale” in sé. Disney è sempre stata commerciale. Anche Walt Disney lo era, eccome. Ma commerciale non significa mediocre. Significa parlare a molti senza tradire se stessi. Oggi, invece, si percepisce la paura. Paura di rischiare, paura di scontentare, paura di non intercettare la moda del mese. La narrazione diventa prudente, calibrata, talvolta didascalica. E quando l’arte diventa prudente, smette di essere arte e diventa un prodotto qualsiasi, qualcosa che non è più sostanzialmente diverso da un televisore o da un frigorifero, salvo per il riuscire ad amplificare qualsiasi moda o abitudine già in voga, indipendentemente dalla visione del mondo che adotta e dal tipo di umanità che prospetta e propugna.
Questo torpore creativo non è un fatto isolato. È lo specchio di un clima più ampio, di una società che confonde la forza con l’arroganza e la libertà con l’impunità, in cui le uniche differenze che contano sono quelle sancite dal successo commerciale o dal numero dei follower. In un contesto simile, non è un caso che anche sul piano politico si assista all’ascesa di figure che riducono la democrazia a spettacolo muscolare, che ostentano durezza con i deboli e indulgenza verso i potenti. Non si tratta solo di un problema politico e istituzionale: è anche un sintomo culturale. Significa che una parte significativa dell’opinione pubblica non riconosce più come valore centrale la dignità dell’altro, che non la considera più inscindibile dalla propria, ma le antepone il successo, l’arroganza, l’applauso, gli incassi e tutto quanto è in grado di prescindere dalla qualità estetica di un’opera.
Allo stesso modo, quando una grande casa cinematografica smette di interrogare il proprio tempo e si limita a rifletterlo superficialmente, si entra in una fase di decadenza. Non tecnica – la qualità dell’animazione è altissima – ma spirituale. È come un’orchestra perfettamente intonata che però non ha più nulla da dire.
La grandezza di Disney stava nella capacità di unire tecnica e visione, intrattenimento e profondità morale. Oggi la tecnica è rimasta, la visione si è appannata. Non mancano i colori, mancano le ombre. Non manca il ritmo, manca il silenzio. Non manca la battuta brillante, manca il momento in cui il pubblico respira più sereno e sorride, senza sapere se lo fa per tristezza, allegria o per la scoperta di un senso nuovo e insieme antico che affiora sul fondo dell’anima.
Forse non è una decadenza irreversibile. Le civiltà creative conoscono cicli. Ma per uscire dal torpore occorre un atto di coraggio: tornare a raccontare storie che non chiedano il permesso all’algoritmo, che non inseguano la tendenza, che osino essere impopolari se necessario. Perché un Paese che smette di produrre miti e si limita a fabbricare contenuti è un Paese che ha smarrito la propria fiducia nel futuro.
E allora la domanda non è se Disney tornerà a essere grande. La domanda è se l’America – e con essa l’Occidente – saprà ancora credere che la grandezza non consiste nell’alzare la voce, nell’imporre agli altri la propria dura legge commerciale e militare, ma nel saper raccontare, con verità e immaginazione, la fragilità dell’essere umano e tutti i possibili motivi per sorridere che si nascondono nelle pieghe della vita di ogni giorno.

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Un’analisi preziosa di come la cultura e l’arte si intrecciano alla politica
Grazie, a tenerle insieme e a farle procedere nella stessa direzione sono dei paradigmi culturali sempre attivi in entrambi i campi e capaci di produrre una sostanziale sintonia.