


Continua “Pensieri al Centro”, il dibattito sul nuovo progetto di centro liberal-democratico aperto dall’articolo di Alessandro Chelo.
Il nuovo centro non nasce come rifugio tra due estremi, ma come progetto politico di visione, esecuzione e ambizione europea. Europeisti.eu prova a trasformare una domanda diffusa in una rotta: pace, sicurezza e prosperità come pilastri di una nuova stagione di governo.
Mi inserisco con la cautela del neofita nel lodevole dibattito dei “Pensieri al centro”, promosso dagli amici di InOltre.
Di primo impatto, accumulare altre parole e idee attorno al concetto politico centrista in Italia, carente di execution, per dirla all’inglese, ma saturo di paranoie, mi sembrava superfluo.
Poi, leggendo gli importanti interventi di Alessandro Chelo, Gustavo Micheletti, Stefano Piperno e altri, mi sono convinto che due parole meritavano di essere dette.
Non perché possa aggiungere molto alla portata intellettuale del dibattito, ma perché il cantiere del nuovo centro lo sto vivendo da un punto di vista se non privilegiato, perlomeno strategico.
Con Piercamillo Falasca, Daniele Nahum, Sergio Scalpelli e tantissimi amici, più esperti di me, provenienti da realtà civiche e non solo, abbiamo lanciato europeisti.eu, esordendo il 15 giugno al Teatro Parenti a Milano!
Lo confesso: se i primi giorni in cui si discuteva tra intimi del progetto, si validava il simbolo, si vagliavano le disponibilità iniziali e ci si preparava a partire, mi avessero detto che un lunedì di metà giugno ci sarebbero state più di 700 persone ad ascoltarci, non ci avrei creduto.
E poi si dice che a 20 anni si è troppo ottimisti… ma questo è un altro discorso.
Il dato politico è inequivocabile: abbiamo messo in moto un processo di cui non solo un’area specifica sentiva il bisogno, ma, mi azzardo a dire, tutto il Paese.
Gli ultimi sei anni sono stati come una levitazione temporale, con cui socialmente e politicamente dobbiamo fare ancora pienamente i conti.
Dal primo shock di febbraio 2020, quando un virus ha fermato quella che sembrava una consolidata inesorabile routine, fino al secondo shock del febbraio 2022, a suo modo correlato con la pandemia, quando un dittatore ha messo in discussione il già fragile equilibrio pacifico nel vecchio continente.
Due crisi, o una lunga crisi che promana metastasi, che hanno portato molte persone, chi per sfinimento, chi per profonda convinzione, chi per mancanza di alternative, a riporre una piccola speranza, forse l’ultima, nel rafforzamento europeo.
Questo si evince dall’enorme eterogeneità sociale tra chi dice che oggi, come Italia, non contiamo più nulla e che possiamo tornare a dire qualcosa in questo mondo impazzito solo rinvigorendo la nostra posizione all’interno di istituzioni europee più incisive.
A queste persone, maggioranza silenziosa del nostro bel Paese, va data una direzione.
Questa è proprio la nostra idea di centro: non un punto schiacciato tra due estremi, ma una rotta di visione ed esecuzione.
Abbiamo dimostrato che unire tutti i partiti disposti a impegnarsi per realizzare l’Europa potenza, obiettivo molto diverso dall’europeismo pronto a tingersi di chiazze moscovite-pentastellate, si può fare.
E a chi elogia la lodevole tessitura per far convergere le tante anime liberaldemocratiche a un’unica meta, rispondiamo che è il minimo.
D’altronde, come possiamo mostrarci credibili nel dire che vogliamo mettere d’accordo le nazioni e le identità d’Europa se prima non riusciamo neanche a conciliare sotto uno stesso tetto chi la pensa in maniera simile in Italia?
Dunque, si può fare.
Poi, ci sono le giustissime osservazioni, anche scettiche, su come far sbocciare questo tulipano blu.
Che si possa sfamare e attrarre elettori solo a suon di citazioni di Einaudi, Schuman, De Gasperi, Spinelli e Sassoli, non lo credevano innanzitutto i diretti interessati.
Tutti padri nobili di diverse culture politiche che, però, traevano dalla storia del pensiero politico lo stesso insegnamento: non si mantiene un “principato”, o una “repubblica”, o una “federazione”, senza garantire pace, sicurezza e prosperità.
Noi non dobbiamo fare nulla di nuovo, se non riappropriarci culturalmente di questi obiettivi politici, per comunicare e fare davvero l’Europa.
Perché pace non è sinonimo di resa, a nessuno, e, come dice il manifesto di Europeisti.eu, “l’Ucraina siamo noi, domani”.
È vitale reagire all’attacco concentrico contro il nostro modo di vivere, preparandoci ad abbracciare e risollevarci insieme agli eroici popoli ucraini, georgiani, armeni, serbi che lottano per la libertà.
Ma vi dirò di più: dobbiamo ristabilire il principio di correttezza nei rapporti internazionali, ricominciando a “parlare europeo” ai popoli e alle nuove generazioni non europee, più che alle loro vecchie classi dirigenti.
E mi spingo oltre: dobbiamo prepararci ad aiutare anche il popolo russo quando, presto o tardi, si libererà dal giogo del regime, sottraendo la nazione all’atomizzazione e al saccheggio di Cina e Usa, per evitare che una calamità di dimensioni inaudite esploda proprio alle nostre porte.
Perché sicurezza non fa il pari con xenofobia e razzismo.
È un’esigenza diffusa, dalle periferie ai centri pulsanti del continente. E va affrontata col pragmatismo di chi riconosce l’esigenza di proteggersi dalle minacce interne e dalle minacce esterne, attrezzandosi per affrontare un mondo che non fa sconti a nessuno.
Perché prosperità non può voler dire sussidio.
Vuol dire crescita del potere di acquisto, crescita di imprenditorialità e produttività, creazione di scintille innovative che accendono il mercato.
L’humus è fertile, siamo noi che con le nostre barriere interne ci autoinfliggiamo la stagnazione.
Sono questi i motivi che devono portare a batterci per il mercato unico dei capitali, per l’uniformità fiscale e per l’incentivazione alla scalarità delle imprese.
Ed è solo dando corpo a queste idee politiche che ci si può permettere di non lasciare indietro nessuno.
Questa piattaforma, permettetemi, non può essere la meta di un terzo polo; ma deve avere l’obiettivo di aggregare attorno a sé le forze per diventare il primo polo di governo di una nazione pronta a guidare la nuova Europa che verrà.
Se non costruiremo un solido e orgoglioso presente europeo per opporci a chi millanta un futuro nazionale servo dei dittatori di oriente e occidente, la nostra sfida con la storia sarà persa.
Il 18 luglio ci vediamo, promotori e semplici interessati, in assemblea a Roma.
Non c’è posto migliore per continuare questo dibattito.
Gli interventi precedenti
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