

Con l’indebolimento di Hezbollah, sono diventate sempre più forti in Libano le voci di coloro che vogliono la pace con Israele, per non essere più succubi di una guerra portata avanti sulla loro pelle da un movimento che è la quinta colonna dell’Iran all’interno del tessuto sociale libanese. Il MEMRI (Middle East Media Research Institute) ha tradotto dall’arabo alcune di queste voci.
I politici
Il deputato Sami Al-Gemayel, che nel parlamento libanese rappresenta il Partito Falangista, ha dichiarato al giornale An-Nahar: “L’interesse del Libano risiede nel porre fine a ogni guerra o aggressione contro di esso, anche a costo di negoziati diretti con Israele per raggiungere un accordo di sicurezza, un cessate il fuoco o persino un accordo di pace […] Perché a Hezbollah è stato permesso di negoziare con Israele nel 2006 per garantire la liberazione dei suoi ostaggi, mentre allo Stato del Libano è proibito negoziare per rivendicare i diritti di tutti i libanesi e garantire la stabilità lungo il suo confine meridionale? […] Sostengo i negoziati diretti con Israele, a patto che non avvengano a scapito degli interessi del Libano, oltre a qualsiasi misura che protegga il Paese e ne garantisca il futuro”.
Di un simile avviso è anche Fouad Makhzoumi, unico deputato del Partito Nazionale del Dialogo, il quale ha detto al giornale Al-Quds Al-Arabi: “Quanto accaduto a Sharm El-Sheikh dimostra che la pace non è una debolezza, bensì coraggio, consapevolezza e responsabilità. Anche il Libano deve ritrovare questo coraggio. Il Paese si trova di fronte a una scelta chiara: sostenere lo Stato, la legge e le istituzioni o continuare il ciclo di divisione e caos”.
Gli editorialisti
Oltre che in politica, anche nei media sono emerse voci a favore della pace con Israele: Marwan Al-Amin, editorialista del quotidiano libanese Nida Al-Watan, ha invitato il presidente libanese Michel Aoun a non sprecare l’occasione che si è creata con la recente tregua: “Dal vertice di Riyadh a quello di Sharm El-Sheikh, sta emergendo un nuovo quadro regionale di stabilità, prosperità e pace. Questo quadro rimescola le carte nella regione sulla base di una chiara equazione: limitare le armi alle legittime istituzioni e prendere decisioni coraggiose sulla strada della pace con Israele”.
Al-Amin ha aggiunto: “Alcuni si chiederanno: è possibile avviare negoziati diretti e parlare di pace, mentre Israele continua a eliminare gli agenti di Hezbollah, tenere prigionieri (libanesi) e a occupare territori libanesi? La risposta più semplice e realistica è sì, proprio per tutto questo. Se avessimo vissuto in un periodo di stabilità e prosperità, non ci sarebbe stata alcuna urgenza nell’avviare negoziati o discutere un accordo di pace. Ma la situazione oggi è completamente diversa. L’interesse nazionale del Libano, e in particolare degli sciiti e degli abitanti del Libano meridionale, è quello di avviare negoziati diretti con Israele per risolvere le divergenze e imboccare la strada verso un accordo di pace […] in modo da porre fine allo spargimento di sangue e al ciclo di distruzione, e aprire la porta alla ricostruzione e al ritorno in sicurezza degli abitanti del Sud nei loro villaggi e nelle loro città”.
Un altro editorialista del giornale Nida Al-Watan, Charbel Sayah, ha scritto dopo gli accordi di Sharm El-Sheikh: “Beirut, Al-Damour, Al-Ashrafieh, Alma Al-Sha’b e Al-Nabatieh sono state distrutte, gli abitanti del Libano meridionale, del Monte Libano e del nord sono stati sradicati dalle loro case e i libanesi hanno vissuto nella paura per decenni. Ne è valsa la pena, solo per ottenere alla fine un accordo simile a quello che si sarebbe potuto raggiungere fin dall’inizio se solo la ragione avesse prevalso? […] Il Libano doveva davvero essere trascinato in una guerra distruttiva e il sud doveva diventare un’arena per regolamenti di conti tra Israele, palestinesi, somali, yemeniti e iracheni, con il popolo libanese a pagare il prezzo di lotte del tutto inutili?”.
Sayah ha concluso dicendo: “Ora il Libano si trova veramente a un bivio: essere guidato dagli eventi che si svolgono attorno a lui, o diventare un attore proattivo che coglie l’attimo correttamente e attinge alla sua lunga storia e a tutti i suoi punti di forza per definire una posizione e un ruolo coerenti con i suoi interessi nazionali supremi”.
Dallo stesso giornale si è fatto sentire anche l’opinionista Saleh Machnouk, il quale ha scritto: “C’è qualche libanese di buonsenso, normale ed equilibrato, non guidato da illusioni religiose o nazionaliste che superano i limiti, che si oppone alla pace per principio? […] La discussione riguarda le condizioni per la pace, non il principio della pace in sé […] Chiunque si opponga alla pace per principio deve spiegare […] qual è l’alternativa pratica – ad esempio, la guerra all’infinito – e quali obiettivi concreti cerca di raggiungere per servire gli interessi del popolo libanese”.
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Voci ancora flebili, ma è significativo che si alzino. Fino a due anni fa nessuno avrebbe osato per non rischiare di essere “giustiziato” sotto casa dagli sgherri della mafia. Perché di questo stiamo parlando: una mafia politico-affaristica-religiosa.