


Un episodio di antisemitismo avvenuto in un negozio di Milano diventa il punto di partenza per un viaggio nella mente dell’antisemita, tra paranoia, pregiudizi e bisogno di umiliare l’ebreo reale quando non corrisponde alla figura mostruosa costruita dall’odio.
Esistono varie forme di avversione e discriminazione, ma fra tutte l’antisemitismo non ha eguali. È troppo particolare per essere paragonato a qualsiasi altro fenomeno di odio e violenza. Per comprendere l’antisemitismo bisogna entrare nella mente dell’antisemita e questo significa compiere un viaggio ai confini fra la fantascienza e la psichiatria.
Innanzitutto, l’ebreo che popola la psiche antisemita è immaginario e ha caratteristiche inverosimili. Può essere deforme fisicamente, di solito controlla l’intero mondo con altri 3 o 4 ebrei immaginari, è ricchissimo, trama alle spalle di chiunque a livello globale per il proprio tornaconto e ha già avviato un piano per la distruzione dell’intero pianeta.
Chiaramente, l’ebreo immaginario fa tutto questo di nascosto e solo all’antisemita è conferito il dono di poter svelare questi segreti al resto della popolazione ignara.
Una volta che il primo strato di paranoia è stato gettato come le fondamenta di un nuovo edificio, ecco che l’antisemita diventa architetto e si adopera per la costruzione di diversi piani. Se i primi sono caratterizzati dall’indifferenza totale alla realtà, ai piani più alti troviamo il vero talento dell’odiatore di ebrei: la magia.
All’ebreo vengono attribuite caratteristiche magiche e sovrannaturali. Nella mente di un antisemita un ebreo può spostare le nuvole affinché le piogge danneggino i raccolti in Iran; può addestrare delfini affinché spiino i gazawi e riportino le informazioni segrete al Mossad; un ebreo può anche disporre di raggi laser per far evaporare i cadaveri di Gaza affinché l’intero globo non riesca mai a verificarne i decessi; un ebreo può addestrare dei cani affinché vadano a stuprare i palestinesi; un ebreo può scuoiare vivi i palestinesi per poi fare delle fabbriche di pelle.
Tutto è possibile nella mente dell’antisemita col tratto magico di personalità.
Quando le caratteristiche dell’ebreo immaginario e dell’edificio magico-paranoide sono state completate, l’antisemita deve attivarsi affinché qualche ebreo muoia davvero. Per questo motivo l’antisemita adora la Shoah e la commemora con infinito cordoglio. Può anche visitare i lager o recarsi alle occasioni pubbliche nel Giorno della Memoria.
L’antisemita si mostrerà addolorato e tutti penseranno che si stia sentendo male per il ricordo del terribile Olocausto. In realtà, l’antisemita è lì contrito con lo sguardo basso perché non tutti gli ebrei sono morti davvero durante il Terzo Reich.
In alcuni casi questa delusione si mescola disgraziatamente ad una sorta di invidia: essendo un fallito e un irresponsabile, l’antisemita ha bisogno del vittimismo per poter sopravvivere, ma come si permettono allora gli ebrei, non solo ad essere sopravvissuti, ma a risultare le vittime per antonomasia della peggior tragedia che l’Europa abbia vissuto? Come osano rubarci il podio nella classifica delle vittime storiche per eccellenza?
Imperdonabile.
Si fa sempre più forte, quindi, l’urgenza di attivarsi affinché almeno qualcuno di questi ebrei muoia. Ed ecco che in questo passaggio accade la tragedia delle tragedie di ogni antisemita: nasce un luogo in cui l’ebreo sarà a casa propria e si difenderà. Nasce Israele.
Questo è un torto personale e intimo per l’antisemita. Come si permettono i miei ebrei immaginari a essere sopravvissuti, ad essere le vittime vere della recente storia e a costruirsi per di più uno stato tutto loro dove scamperanno alla morte europea?
Non resta che attivarsi contro lo stato ebraico in quanto ebraico affinché venga demonizzato e, per estensione, dall’ebreo immaginario si passi allo stato immaginario in cui regnano apartheid, genocidio, in cui lo sport nazionale è sputare sui cristiani, di cui all’antisemita non è mai fregato nulla, oppure rubare le terre dei palestinesi, controllare l’acquedotto di Gaza, staccare l’elettricità ai palestinesi per fargli dispetto, sparare su migliaia e migliaia di bambini…
Ma attenzione! Ecco che l’antisemita scorge all’orizzonte la risposta a tutte le sue preghiere: un jihadista. Un sociopatico irrecuperabile che non vede l’ora di ammazzare ebrei per compiacere Allah e accaparrarsi pure 72 vergini in paradiso! Nessun antisemita poteva sperare in qualcosa di meglio!
L’alleanza è fatta, sancita, scolpita. Per ringraziare gli jihadisti, l’antisemita europeo ora si traveste anche da arabo, indossa la kefiah, organizza psicosi di massa in piazza ogni settimana, sventola le bandiere delle peggiori organizzazioni terroristiche, disegna i deltaplani di Hamas del 7 ottobre, disegna svastiche sui cartelli degli ostaggi di 9 mesi catturati all’alba, addirittura manda soldi agli jihadisti affinché completino l’opera lasciata in sospeso in Europa.
Nel sogno ad occhi aperti dell’antisemita tutto va a gonfie vele… finché qualcosa va storto. Arriva un ebreo a Milano ed entra in un negozio di una grande catena. È un ebreo vero, non è immaginario. Ha il suo abbigliamento tipico degli ortodossi, ha un figlio e una moglie incinta. Nessuno di loro è immaginario.
Sono sopravvissuti sia all’Olocausto che agli jihadisti, quelli che erano stati pagati dagli europei affinché lavorassero bene, non hanno l’aria di gente che controlla il mondo e non sono deformi fisicamente. Anche i loro nasi sembrano normali. Questo è un problema. Qualsiasi antisemita andrebbe in corto circuito.
L’addetto alla security del negozio si avvicina all’ebreo. Lo accusa di aver rubato e lo obbliga a mostrare l’interno dello zainetto e delle tasche. Ma lo zainetto non contiene refurtiva, le tasche nemmeno, l’ebreo è innocente e questa è una catastrofe.
Ed ecco che si arriva ad un elemento cruciale della mente dell’antisemita: se proprio non può ricorrere alla violenza fisica, si accontenta di umiliare l’ebreo capitato sotto tiro. L’antisemita forse non crede davvero alle bugie che popolano la sua mente in merito all’ebreo del momento, ma gode infinitamente nel vederlo obbligato a giustificarsi e al fornire spiegazioni.
Pertanto, l’addetto alla security approfitta del proprio ruolo e intimidisce l’ebreo, vorrebbe perquisirlo ancora e l’ebreo chiede cosa debba mostrargli che non abbia già visto, così l’addetto gli risponde: “Potrei anche spogliarti!”.
L’ebreo inizia a registrare col proprio telefonino la grave scena umiliante, sempre in presenza del figlio piccolino e della moglie incinta, quando interviene il personale del negozio e obbliga l’ebreo a fermare la registrazione e a cancellare i file.
La faccenda si fa talmente tanto tesa che il personale decide di impedire all’ebreo di uscire dal negozio finché non abbia cancellato foto e video dal proprio telefono. Un passaggio notevole dallo scrivere “vietato l’ingresso agli ebrei” al “vietata l’uscita agli ebrei in possesso di prove di antisemitismo”.
Ora il personale del negozio deve provare a interiorizzare la catastrofe. Una famiglia di ebrei innocenti non ci voleva. Maledetta sfortuna.
L’ebreo si recherà in seguito alla polizia per denunciare il grave atto di antisemitismo, ma si sentirà rispondere che “non c’è nessun aumento dell’antisemitismo”.
Presso la comunità ebraica di riferimento, invece, segnaleranno proprio a seguito di questo episodio che il medesimo addetto alla security dello stesso negozio abbia ripetuto la scena con altri ebrei, fra cui un rabbino della comunità locale, nella stessa settimana.
Ma l’antisemitismo non sta aumentando…
(L’ebreo che ha vissuto questo episodio è un mio caro amico israeliano. Questo articolo lo dedico al cucciolo che la moglie porta in grembo con l’espressione “am Yisrael chai”. Perché è vero: il Popolo di Israele vive! Anche se all’antisemita proprio non va giù).
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Prova a riscriverla perché si vede e si sente lontano un miglio che è inventata. Sei da denuncia. Prima o poi riusciremo a farti curare. Sei pericolosa. Sei da TSO.
Ha fatto il ritratto preciso sputato di uno che commenta da Nicola Porro, che evidentemente non deve avere un lavoro visto il tempo che dedica a imperversare a tutto campo, indipendentemente dal fatto che l’articolo del momento abbia o no a che fare con gli ebrei o con Israele. Segnalo solo un errore: quelli addestrati dal Mossad non erano delfini bensì squali: quelli mandati a Sharm el Sheikh ad attaccare i bagnanti per rovinare il turismo dell’Egitto. Poi ci sono i topi liberati a Gerusalemme est addestrati a infestare selettivamente le case degli arabi, lo sparviero spia del Mossad catturato in Egitto con l’inconfondibile anello alla zampa – perché è ovvio che le spie del Mossad abbiano un segno inconfondibile, se no come si farebbe a riconoscerle? – arrestato, incarcerato, interrogato, e lui si è rifiutato di rispondere (sic!) dimostrando così irrefutabilmente di essere una spia del Mossad (in effetti quale spia del Mossad si metterebbe a rispondere a un interrogatorio da parte del nemico!). Poi sono sicura che debba esserci ancora qualcos’altro ma sul momento non m viene in mente.
Eccellente articolo comunque.
È l\’antica storia di Caino e Abele. Il figlio che si crede negletto trova un\’unica soluzione al proprio tormento: uccidere il figlio prediletto. Ma l\’assassinio non estingue l\’odio, anzi aggiunge senso di colpa che deve riversare sulla vittima \”che lo ha costretto al fratricidio\”. Così si perpetua il male da millenni. Nadia Mai
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