


L’antisemitismo contemporaneo non colpisce soltanto l’ebreo separato e riconoscibile, ma soprattutto quello perfettamente integrato. La sua riuscita individuale diventa prova di un potere collettivo, la solidarietà si trasforma in lobby e l’assimilazione in infiltrazione. Un pregiudizio capace di adattarsi a ogni condizione e di convertire gli opposti nella conferma dello stesso sospetto.
Nei giorni scorsi InOltre ha pubblicato due editoriali di Filippo Piperno dedicati, da prospettive diverse, al rapporto fra Israele e antisemitismo: uno sulla clausola di stile che accompagna una parte della sinistra quando difende Israele, l’altro sul rovesciamento che attribuisce allo Stato ebraico la responsabilità dell’odio antiebraico. Questo intervento muove da lì, ma sposta lo sguardo sulla figura dell’ebreo che il pregiudizio contemporaneo identifica come proprio bersaglio.
Parafrasando un’espressione usata negli anni passati in maniera profondamente infelice, so bene che quegli interventi non nascono dal nulla, bensì da una conoscenza del problema dell’antisemitismo che non data dal 7 ottobre, ma appartiene da sempre alla sensibilità e alla discussione della nostre conversazioni in famiglia.
La lettura di quei due editoriali mi spinge ad affrontare un tema in parte diverso: quello del puro e semplice antisemitismo, sfrondato per quanto possibile dalle implicazioni contingenti e dai fiumi di dotti commenti e chili di libri scritti sull’argomento.
La domanda è semplice: quale figura di ebreo viene assunta, nell’immaginario antisemita, come rappresentante dell’intero ebraismo? Fino a diventare oggetto di sospetto, riprovazione e, nei casi peggiori, odio palese o malcelato.
Di certo non l’ultraortodosso vestito di nero, con i riccioli alle tempie e la moglie rasata a zero con la parrucca, figura immediatamente riconoscibile, separata e spesso estranea o persino contraria al sionismo politico.
Può diventare oggetto di curiosità, caricatura o scherno, alimentato anche da leggende grottesche.
Di recente è invece salita alle cronache l’avversione per i cosiddetti coloni, ormai descritti come un blocco indistinto e trasformati in una categoria simbolica sulla quale concentrare la condanna di Israele, giunti al momento opportuno per rimpiazzare il genocidio, che ha perso un po’ di spinta mediatica.
Ma il punto focale è un altro: l’ebreo della diaspora, religioso o laico, ricco o povero, europeo, americano, sudamericano o australiano, professionista, commerciante, impiegato, giornalista, medico, professore, artista o politico.
È qui che emerge uno degli elementi cruciali, ma poco messi a fuoco, dell’antisemitismo contemporaneo: il paradosso dell’ebreo urbano integrato, definito spregiativamente assimilato.
L’ebreo che più facilmente diventa bersaglio del pregiudizio non è necessariamente quello che vive separato dagli altri, come gli ultraortodossi, ma quello che della società circostante fa pienamente parte.
Il massimo che qualcuno si concede è indossare la kippah, però parla la stessa lingua, frequenta le stesse scuole, esercita le stesse professioni, abita negli stessi quartieri, condivide gusti e modelli culturali degli altri cittadini.
Può essere osservante, laico o perfino ateo, eppure continuerà a definirsi ebreo per cultura, memoria familiare, storia e sentimento affettivo delle proprie origini.
Il paradosso è proprio questo: l’integrazione lo ha reso socialmente indistinguibile, ma non cancella agli occhi degli altri la sua diversità. Anzi, può renderla più sospetta.
Non essendo immediatamente identificabile attraverso abiti, lingua o costumi, viene percepito come perfettamente interno alla società e insieme appartenente a un’entità separata.
Da qui nasce uno dei meccanismi più antichi del pregiudizio: la somma arbitraria degli individui.
La presenza, storicamente significativa, di persone di origine ebraica in alcuni settori della cultura, delle professioni, dell’università, della finanza, dello spettacolo, dell’editoria o della comunicazione viene trasformata in qualcosa di diverso.
Ciò che nella realtà è una costellazione di individui diversissimi per idee, condizioni economiche, fede e interessi diventa, nell’immaginario antisemita, un gruppo omogeneo dotato di obiettivi comuni.
Il successo di un banchiere diventa il successo «degli ebrei», un produttore cinematografico la prova del «controllo ebraico» di Hollywood, un imprenditore o un giornalista la conferma di un potere collettivo.
Le vite ordinarie, le sconfitte e le differenze di milioni di persone scompaiono perché non servono allo stereotipo.
Su Wikipedia non si legge mai l’origine di un personaggio famoso, salvo quando è di origine ebraica, come un tic incontrollabile.
L’ebreo si trova così contemporaneamente dentro e fuori: perfettamente inserito nella società, ma sempre ricondotto a un’appartenenza collettiva.
Il successo può diventare privilegio, l’integrazione infiltrazione, la solidarietà con altri correligionari, di norma ammessa per tutti, diviene prova di appartenenza a una lobby.
Come osservava Sartre, l’origine ebraica, prima o poi, sono gli altri a ricordartela.
Un esempio emblematico delle difficoltà degli immigrati ebrei in America è quello degli attori di tale origine negli anni Quaranta e Cinquanta, molti dei quali costretti ad adottare nomi d’arte anglosassoni per poter lavorare celando la loro provenienza: ad esempio Danny Kaye, Kirk Douglas, Lauren Bacall, Walter Matthau e molti altri.
Il paradosso è che ciò avveniva all’interno di un’industria cinematografica le cui major erano state fondate da imprenditori ebrei immigrati anche loro.
Da sempre potere e denaro sono bersagli privilegiati dell’immaginario antisemita.
Nascono così le teorie sulla lobby che condiziona la politica statunitense, sulle grandi banche controllate dagli ebrei, sui Rothschild, sulla finanza internazionale, su BlackRock, sul controllo di Hollywood, dell’informazione, della musica e, più recentemente, delle grandi aziende tecnologiche.
Il meccanismo è sempre lo stesso: si scelgono alcuni personaggi realmente influenti, li si somma tra loro e se ne ricava l’esistenza di una volontà collettiva.
Negli ultimi decenni questo schema ha trovato terreno fertile nel mondo universitario occidentale, anche per l’infiltrazione di elementi islamici di propaganda, divenendo il principale crogiolo che ha prodotto una classe intellettuale, già normalmente avversa all’Occidente, che ha individuato in Israele e negli ebrei la prova vivente delle proprie convinzioni.
Israele, da Stato sottoposto, come tutti, alla critica delle proprie scelte politiche e militari, è assurto a simbolo stesso di colonialismo, capitalismo, imperialismo e dominio.
Criticare il governo israeliano è ovviamente legittimo, come per tutti i governi di tutti gli Stati, ma quando il modo di essere di Israele coincide con quelli che per secoli sono stati gli stereotipi attribuiti agli ebrei – avidità, cinismo, sete di potere, doppiezza, capacità di manipolazione – è lecito dedurre che si stia aggiornando un repertorio molto antico.
Agli ebrei della diaspora viene continuamente chiesto di prendere pubblicamente le distanze da Israele, di giustificarsi o di dimostrare la propria estraneità alle decisioni di un governo per il quale non hanno votato, non essendo cittadini israeliani.
È una forma di responsabilità collettiva che difficilmente si applica ad altri.
L’antisemitismo moderno, dunque, non ha bisogno di rappresentare l’ebreo come un corpo estraneo, come nei secoli passati, arrivando a segregarlo nei ghetti.
Può fare esattamente il contrario: trasformare la sua perfetta integrazione nella prova di una presenza sospetta e la sua riuscita individuale nella dimostrazione di un potere collettivo.
È questa la forza singolare del pregiudizio: l’ebreo povero è indesiderabile, quello ricco è potente; quello separato non vuole integrarsi, quello assimilato si infiltra; quello religioso è fanatico, quello laico dissimula. Qualunque condizione può diventare conferma dello stereotipo.
È forse questa capacità di adattarsi a circostanze opposte a rendere l’antisemitismo così resistente. Ed è questo che ancora oggi stiamo vivendo.
Negarlo significa non voler vedere che, sotto linguaggi nuovi e circostanze diverse, continuano ad agire meccanismi molto antichi.
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La dimensione della repsonsabilità collettiva è sempre la spia da cui emerge il male del razzismo. Non è atteggiamento riservato solo agli ebrei, ma certo per gli ebrei si radica nella storia da centinaia e centinaia di anni, con un substrato di odio religioso che infetta un po’ tutto dal “deicidio” al far “quattrini a usura”, peccati tremendi e convenienti per l’occidente cattolico, da cui emergono alcuni dei luoghi comuni sulla ricchezza degli ebrei, Rothschild, padroni del mondo e altre boiate a grappolo fino ai giorni nostri.
Il capro espiatorio è indubbiamente un ruolo che l’Occidente ha ormai introiettato nei momenti di caos, quando l’odio tribale dilaga, per chi o per cultura o per fede definiamo “ebreo”. Tristissimo, ignobile, allucinante ma è così. Vediamo negli USA come anche il razzismo per le persone di colore sia tutt’altro che scomparso e i crimini d’odio contro le persone di colore restano in cima a questo tipo di reati.
Se pessimisticamente la malattia dell’antisemitismo e più in generale del razzismo tra tribù sono croniche, un limite dell’Homo sapiens, uno schifo che evidentemente non si cancella e non si aggiusta in via definitiva, quali sono i modi per tenerlo sotto controllo, per calmierarlo, per anestetizzarlo? Questa è secondo me una domanda che lecita.
Soprattutto ora visto come negli ultimi anni i crimini d’odio verso gli ebrei sono cresciuti esponenzialemente, quindi le cose stanno peggiorando e parecchio. A fronte di questo dato la domanda “che fare?” diventa urgentissima. Cosa “funzionava” (virgolette per dire come il problema fosse più contenuto e non certo risolto) 50 anni fa che non sta funzionando ora?
alifuoco@yahoo.it
Tocco tre punti.
In “La famiglia Karnowsky” il figlio dell’ebreo polacco immigrato in Germania sceglie di “assimilarsi”, al motto di “ebreo in casa, tedesco fuori”. In realtà in casa diventa sempre meno ebreo mentre per i tedeschi è sempre e solo “l’ebreo”
Una conoscente, persona di grande cultura e presidente e anima di un’associazione culturale di prestigio, un giorno se ne è uscita con la cosa che “gli ebrei sono tutti ricchissimi”. Ho replicato “Almeno la metà delle barzellette ebraiche ha per protagonisti dei mendicanti: secondo te come mai?” Ha risposto: “Ma sono comunque tutti ebrei i più ricchi del mondo che controllano e decidono l’intera finanza mondiale”. Praticamente i Protocolli di Sion.
Non so se ha letto “L’autre collaboration” – da intendere nel senso di collaborazionismo – di Michel Onfray. In esso documenta dettagliatamente il virulento antisemitismo di Sartre e lo stretto collaborazionismo durante l’occupazione, in aggiunta all’avere firmato, insieme alla sua degna comare, manifesti per la legalizzazione della pedofilia (cosa coerente con l’essere entrambi accaniti predatori sessuali) e varie altre cose. Il titolo è dovuto al fatto che il libro è dedicato allo smascheramento di insospettabili, che dopo la guerra si sono fabbricati una narrativa di eroica resistenza, con la quale sono passati alla storia