

La cattura di Nicolás Maduro è un fatto di potenza, non ancora un fatto di ordine. Sul piano operativo, l’evento separa due piani che l’opinione pubblica tende a confondere: la rimozione del capo e la ricostruzione della governabilità. Il primo è un atto puntuale, il secondo è un processo cumulativo, lento, conflittuale, spesso non lineare. È in questa distanza che si misura la tenuta di un’operazione di regime change.
Negli ultimi trent’anni l’Occidente ha mostrato una costante: capacità elevata nell’aprire crisi di vertice, capacità molto più debole nel produrre stabilità istituzionale post-intervento. Non per difetto di mezzi, ma per difetto di architettura politica, cioè di una catena credibile che colleghi sicurezza, amministrazione, legittimità e sviluppo. Il Venezuela entra ora esattamente in questo spazio intermedio, in cui la forza ha già inciso, ma l’ordine deve ancora essere costruito.
Continuità apparente, rottura strategica: il vero messaggio dell’operazione
Dal punto di vista strategico, l’operazione contro Maduro non va letta come un evento isolato né come un semplice atto di enforcement. È un atto multilivello, che produce effetti simultanei su più teatri e parla a più destinatari, ben oltre il perimetro venezuelano. La continuità amministrativa che seguirà alla rimozione del vertice non è una contraddizione dell’intervento, ma una sua componente prevista: la potenza non mira al vuoto, mira al riassetto.
Il primo destinatario del messaggio è l’asse revisionista, con l’Iran in posizione centrale. Caracas non era solo un alleato politico di Teheran, ma una vera e propria piattaforma operativa esterna: cooperazione energetica finalizzata all’aggiramento delle sanzioni, canali finanziari opachi, retrovie logistiche e politiche per apparati riconducibili ai Pasdaran e a Hezbollah. Colpire Maduro significa dunque colpire un’infrastruttura di sopravvivenza del sistema iraniano fuori dal Medio Oriente, riducendone profondità strategica e capacità di proiezione. Non è un caso che la reazione più immediata e viscerale non sia arrivata soltanto da Mosca o da Pechino, ma anche dai circuiti dell’opposizione iraniana, che colgono con lucidità la portata sistemica dell’evento: se cade un alleato strutturale della Repubblica islamica, cade anche il mito dell’intangibilità dell’asse autoritario.
Ma il colpo non riguarda solo Teheran. Dopo Assad, Maduro rappresenta un secondo protégé sacrificato, lasciato al proprio destino da una Russia che conferma i limiti di una potenza più assertiva che realmente egemonica. Mosca resta una potenza nucleare, ma sempre più priva di profondità strategica globale, incapace di proteggere stabilmente i propri avamposti extra-regionali. Negli anni dell’invasione dell’Ucraina, il Cremlino ha coltivato l’illusione di poter competere con l’Occidente sul piano strategico e militare globale; il raid statunitense su Caracas e la detenzione di Maduro smontano brutalmente questa pretesa. Il messaggio è chiaro: la Russia può destabilizzare, ma non garantire; può sostenere, ma non salvare. Per Mosca, la perdita di Maduro non è solo un arretramento geopolitico, ma una dimostrazione plastica della propria condizione di potenza di secondo piano, costretta a scegliere quali alleati sacrificare quando la pressione sistemica aumenta.
Un terzo destinatario implicito del messaggio americano è la Cina. Negli ultimi anni Pechino ha intensificato la propria presenza in America Latina, spingendosi oltre la dimensione economica verso una proiezione strategica, come indicano documenti ufficiali e iniziative diplomatiche recenti. Il raid su Caracas interrompe questa traiettoria: segnala che l’America Latina non è uno spazio negoziabile e che ogni tentativo di trasformare l’influenza economica in leva strategica incontra un limite netto. È un brusco risveglio per Pechino.
Da qui discende anche il tema, spesso evocato in modo improprio, di Taiwan. L’operazione venezuelana non accelera né rallenta automaticamente i calcoli cinesi, che rispondono a logiche regionali e temporali autonome. Contribuisce però a ridimensionare una convinzione diffusa: quella di un’America strutturalmente in ritirata. Non è una variabile decisiva, ma è un dato che Pechino non può ignorare.
Il secondo livello riguarda l’energia. La cattura di Maduro apre la strada a una ristrutturazione del settore petrolifero venezuelano sotto influenza americana. Non si tratta solo di accesso a riserve, ma di controllo dei prezzi marginali in un mercato già sotto stress. Le dichiarazioni del magnate russo Oleg Deripaska non sono un dettaglio folkloristico, ma una spia strategica: con Venezuela e Guyana sotto orbita statunitense, Washington rafforza la propria capacità di compressione dei ricavi russi. Un petrolio russo stabilmente sotto i 50 dollari al barile mette sotto pressione il modello di capitalismo di Stato di Mosca, riducendo margini fiscali, capacità di spesa e resilienza bellica. In questo senso, Caracas diventa un teatro indiretto della guerra economica legata all’Ucraina, senza che venga sparato un colpo in Europa.
Il terzo messaggio è diretto al Sud globale, in particolare all’America Latina. Con Maduro fuori gioco, cade un nodo centrale della rete che alimentava regimi ostili agli Stati Uniti, da Cuba fino ai partner extra-regionali. Il segnale è che l’America non ha abdicato al proprio emisfero e che la Dottrina Monroe, aggiornata e depurata dalla retorica novecentesca, resta operativa come principio di interesse vitale. La promessa implicita è stabilità condizionata, non esportazione ideologica della democrazia.
Dentro questo quadro, il paragone tra Venezuela e Ucraina risulta analiticamente scorretto. In Ucraina si difende un Paese sovrano aggredito, con confini riconosciuti e un governo legittimo. In Venezuela si è intervenuti contro un regime de facto, privo di mandato elettorale verificabile, isolato diplomaticamente e integrato in reti criminali transnazionali. Applicare la categoria “aggressore-aggredito” in modo simmetrico significa rinunciare all’analisi e rifugiarsi nella propaganda. È una scorciatoia narrativa che serve solo a chi ha bisogno di assolvere Mosca o rimpiangere Caracas.
Allo stesso modo, la nostalgia per il chavismo ignora un dato strutturale: il regime venezuelano non era più uno Stato redistributivo, ma un sistema estrattivo e repressivo, incapace di garantire benessere, legalità o sovranità reale. Difenderlo oggi non è una posizione anti-imperialista, ma una forma di cecità ideologica che confonde simboli del passato con rapporti di forza del presente.
Dal punto di vista strategico, dunque, l’operazione contro Maduro non è la fine della storia venezuelana, ma l’inizio di una ricomposizione multilaterale: pressione sull’Iran, compressione della rendita russa, riordino energetico, messaggio politico al Sud globale. La vera incognita non è la legittimità dell’atto, ma la capacità di governarne gli effetti secondari. Ed è lì che si misurerà se l’intervento resterà un successo tattico o si tradurrà in un vantaggio strategico duraturo.
La transizione come problema di potere, non di volontà
Rimossa la figura di Nicolás Maduro, il problema venezuelano non entra automaticamente in una fase di soluzione. Entra in una fase diversa, più complessa e meno leggibile, in cui la questione centrale non è la caduta del regime, ma la gestione del potere residuo. I sistemi autoritari personalistici non collassano come strutture verticali: si scompongono in centri di forza concorrenti, ciascuno dei quali tenta di massimizzare la propria sopravvivenza.
Il Venezuela post-Maduro è attraversato da tre livelli di potere ancora intatti: l’apparato militare, le reti di sicurezza informale (colectivos, intelligence parallela) e le economie criminali connesse al narcotraffico. Nessuno di questi attori è stato rimosso dall’operazione americana. Tutti restano in campo. La rimozione del vertice non li dissolve, li libera dal vincolo della lealtà personale, costringendoli a rinegoziare il proprio posizionamento.
In questo quadro, la scelta statunitense di interloquire con la vicepresidente Delcy Rodríguez non va letta come una legittimazione politica, ma come una soluzione funzionale di contenimento. Una figura-ponte consente di evitare un vuoto istituzionale immediato, rassicurare temporaneamente gli apparati e ridurre il rischio di esplosioni incontrollate di violenza. È una logica di amministrazione del rischio, non di costruzione democratica.
Il punto critico è che questo approccio, pur razionale nel brevissimo periodo, congela il problema della rappresentanza politica reale. Senza un’integrazione progressiva delle forze che dispongono di consenso popolare, la transizione rischia di restare tecnocratica, securitaria e fragile. La storia recente dimostra che i processi di nation building avviati senza una solida legittimità interna producono sistemi instabili, dipendenti e spesso regressivi. Il Venezuela non è un’eccezione naturale a questa regola.
María Corina Machado e il paradosso della legittimità senza potere
In questo contesto si colloca il ruolo ambiguo e irrisolto di María Corina Machado. La sua esclusione dal perimetro decisionale immediato non è una smentita della sua centralità politica, ma ne evidenzia il paradosso strutturale. Machado dispone di legittimità elettorale e simbolica, ma non di controllo sugli apparati; gli Stati Uniti dispongono di potere coercitivo e capacità di intervento, ma non di una leadership venezuelana affidabile già pronta all’uso.
Le parole di Donald Trump su Machado non vanno interpretate come un giudizio definitivo, bensì come l’espressione di una preferenza tattica: governabilità prima della rappresentanza, stabilità prima del consenso. È una scelta tipica delle grandi potenze quando operano in fasi di transizione ad alto rischio. Tuttavia, questa scelta amplifica una contraddizione di fondo: rimuovere un regime illegittimo senza sostenere Machado o Edmundo González Urrutia espone il processo a un deficit di legittimazione che può diventare strutturale.
Machado non è oggi la leader del post-Maduro per decreto americano, né può esserlo per investitura morale. Il suo spazio politico dipenderà dalla capacità di trasformare consenso popolare in coalizione reale, di dialogare indirettamente con settori dell’apparato e di evitare che la transizione venga monopolizzata da una gestione esclusivamente securitaria. Paradossalmente, la mancata sponsorizzazione americana potrebbe rafforzare la sua credibilità interna, ma solo se riuscirà a rientrare nel processo prima che questo si cristallizzi.
Potenza, realtà e illusioni residue
L’operazione contro Nicolás Maduro non richiede né celebrazioni ideologiche né indignazioni selettive. Va letta per ciò che è stata: un atto di potenza compiuto su un regime de facto, privo di legittimazione elettorale verificabile, isolato sul piano internazionale e integrato in reti criminali e revisioniste. Continuare a descrivere il Venezuela chavista come uno Stato sovrano aggredito significa ignorare deliberatamente la natura del potere che lo governava.
I paragoni con l’Ucraina sono, in questo senso, analiticamente infondati. L’Ucraina è uno Stato riconosciuto, aggredito per essere privato della propria autonomia strategica e del proprio territorio. Il Venezuela di Maduro era – ed è ancora – un regime illegittimo, liberticida, proiezione latina di Iran, Russia e Cina. Assimilare i due casi non è un esercizio di diritto internazionale, ma una scorciatoia ideologica.
L’azione americana si colloca piuttosto in una logica riconducibile alla dottrina Monroe: riaffermazione dell’egemonia nell’emisfero occidentale, rimozione di piattaforme ostili, uso mirato della coercizione per ristabilire rapporti di forza. Non esportazione della democrazia, ma gestione dell’ordine. Ed è qui che si apre il nodo decisivo.
La caduta del vertice non equivale alla costruzione di uno Stato. La transizione venezuelana si muove ora in uno spazio di incertezza strutturale, segnato da ricalcoli interni, vuoti di potere e pressioni esterne. Chi rimpiange Maduro ignora cosa fosse diventato quel regime; chi invoca regole che non ha difeso quando contava confonde diritto e potere.
Il Venezuela va letto per ciò che è oggi: una frattura aperta, prodotta dall’intersezione tra fine di un regime illegittimo, ritorno della politica di potenza e tramonto delle illusioni post-Guerra Fredda. Senza profezie e senza moralismi. Perché il problema, da qui in avanti, non è ciò che è stato rimosso, ma ciò che verrà lasciato al suo posto.
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I motivi di questa decisione trumpiana si possono ricercare anche dal fatto che in politica interna Trump sta perdendo consensi di una parte della sua maggioranza e ha subito alcune sconfitte dal lato esecutivo da parte delle recenti sentenze della Corte Suprema, che inevitabilmente lo hanno indebolito nel portare avanti certe manovre politiche.
In base a questo le elezioni di midterm potrebbero risultare molto negative e la sua agenda politica azzoppata ulteriormente, quindi potrebbe aver deciso di attuare e scommettere questa mossa azzardata per provare a riportare su di sé l’attenzione di una parte del partito e dell’elettorato deluso da certe politiche frenate da altre istituzioni e conseguenze negative di alcune di esse, nonostante la retorica isolazionista che caratterizzava lui e l’ala più rumorosa del partito, ovvero il movimento Maga.
Poi c’è anche la questione energetica segnalata dall’articolo. La posizione commerciale della Cina su energia e materie prime si sta rafforzando, in relazione al progresso tecnologico e incremento di forza militare, quindi gli Usa non potevano continuare a guardare che un Paese vicino apertamente non amico dello stesso continente rafforzasse il principale rivale nella corsa allo sviluppo tecnologico e all’egemonia territoriale di certe aree del pianeta.
Inoltre questo è un segnale anche in vista dell’evoluzione della guerra in Ucraina, come segnalato, e anche un avviso a chi tenta di attuare future azioni militari che vadano contro gli interessi degli Usa. Parlare di violazione del diritto internazionale è inutile con certi Paesi guidati da autocrazie e despoti disinteressati al rispetto delle regole; semplicemente le piegano a loro piacimento al momento opportuno.
Infine, credo resta difficile definire come si evolveranno le decisioni di Trump. Resta un soggetto difficilmente interpretabile, con scatti impulsivi e impronosticabili, fa dichiarazioni prontamente smentite poco tempo dopo. Per dire, nessuno sei mesi fa avrebbe pensato ad un’azione militare del genere.
Rimane un’incognita, quello che credo è che se pensa di riguadagnare qualche consenso in patria con certe mosse ormai è fuori tempo massimo, data la forte incertezza e inaffidabilità che lo circondano e lo caratterizzano.
Eccellente articolo, ben strutturato. Interessante l’effetto indiretto sullo scadente petrolio Ural russo e con al riduzione dei finanziamenti alla guerra in Ucraina
Molto chiaro e condivisibile. Alcune persone serie hanno scritto analisi simili a questa. Tutte presuppongono una strategia americana molto elaborata e soprattutto di lungo periodo. Trovo impossibile che questa esca dalla testa di quel soggetto. Né da quelle del suo entourage. Per cui tornano valide le osservazioni fatte da molti, anche qui, su una ben più misera utilità. A meno che il soggetto medesimo sia manovrato (non lo escludo) da alcune astute confraternite in combutta fra loro. Se lo scopriremo, scopriremo che siamo nei guai più di quanto pensassimo.