
Da più di tre anni la politica italiana, nonostante il vorticoso succedersi di polemiche di giornata, fa segnare, quanto a rapporti di forza, un elettrocardiogramma quasi piatto. Sondaggi e test elettorali intermedi restituiscono una dinamica modestissima. I rispettivi consensi sembrano congelati in frigorifero. L’elettorato non si sposta nell’esprimere preferenze e si mostra sempre più riluttante anche a muoversi da casa per recarsi alle urne.
Questa stabilità, beninteso, è tutt’altro che insignificante sul piano politico. Illumina infatti una sorprendente capacità della maggioranza di sottrarsi alla rapida usura che oggi normalmente colpisce chiunque governi e, viceversa, segnala l’affanno, nel proporsi come alternativa, da parte di un’opposizione ancora in alto mare quanto a perimetro dell’alleanza, leadership e, soprattutto, programmi condivisi.
Su questa morta gora irrompe oggi l’indubbia novità di una scissione a destra. Riuscirà il generale Vannacci – “un inoffensivo talpone, al massimo un ragioniere del caos” per dirla con Giuliano Ferrara – a smuovere l’attuale palude di consensi? La sua fuoriuscita dalla Lega per fondare una nuova formazione quali impatti avrà sui partiti (soprattutto di centrodestra), sulle coalizioni e, last but not least, sul cantiere della nuova legge elettorale? Di seguito una piccola guida alle principali variabili da osservare da qui in avanti.
- La premessa fondamentale riguarda le fattezze e le dimensioni che assumerà la creatura vannacciana. Il proclama inaugurale è fin troppo esplicito. Basta “tinte spente, volti smorti, calici annacquati, linguaggi misurati, vie di mezzo”. Vannacci vuole rappresentare la destra vera, “la destra non moderata”, “l’unica destra che conosca”.
La scommessa è chiara: far emergere e capitalizzare l’insoddisfazione della destra pura e dura verso l’attuale esperienza governativa, accusata di moderatismo, di subalternità all’asse Ue/Nato – espressa soprattutto con il rigore di bilancio e l’appoggio all’Ucraina – di mancata rottura con l’establishment sui temi dell’immigrazione, della sicurezza, dei diritti civili.
Quanto può valere nelle urne una destra siffatta? La prima rilevazione, fornita da Youtrend a SkyTg24, è piuttosto lusinghiera: 4,2%. Il che ipoteticamente significherebbe superare l’attuale soglia di sbarramento e riuscire dove finora nessuno, da Casa Pound a Italexit di Paragone, è mai riuscito: portare in Parlamento, e quindi conferire piena agibilità politica, a una formazione di ultradestra, sovranista, antieuropea, filorussa.
Esito tanto deprecabile per chi scrive quanto considerevole, soprattutto se riferito a un elettorato, quello appunto di destra, che finora, a differenza del popolo di sinistra, ha sempre concesso poco o nulla alle ubbie identitarie, privilegiando la logica del pallottoliere imposta dal sistema maggioritario.
Questo ci porta direttamente all’ulteriore interrogativo che avvolge “Futuro nazionale” (ammesso sia questa alla fine l’effettiva denominazione, visti taluni ostacoli legali in merito): come gestirà questa ipotetica dote di partenza? Vannacci riterrà che quel potenziale demoscopico sia frutto della scelta identitaria e quindi possa essere concretizzato ed accresciuto solo andando alle elezioni da solo, magari accentuando ulteriormente il profilo di destra radicale attraverso una saldatura con Casa Pound in nome del tema “remigrazione”?
Oppure il generale preferirà sacrificare un’ulteriore crescita di lista, privilegiando la logica di coalizione, certo di poter imporre un prezzo molto alto, pena la sconfitta elettorale, al centrodestra? Le dichiarazioni odierne da entrambe le parti, le tossine che sempre si accompagnano in politica a simili strappi, il prevedibile, aggressivo ostracismo che i media di destra riserveranno a Vannacci da ora in avanti rendono, almeno ad oggi, improbabile la seconda ipotesi. Il che ci conduce dritti alla seconda variabile.
- Come reagirà la coalizione di maggioranza alla prospettiva, per la prima volta concreta, di un nemico a destra non contenuto a percentuali di mera testimonianza? La risposta riporta direttamente, molto più che alla Lega e a Salvini, a Giorgia Meloni.
Su un punto, infatti, è bene essere chiari: Vannacci lascia sì la Lega, scende sì dal taxi goffamente messogli a disposizione da Salvini nel disperato tentativo di reperire un ricostituente elettorale per il suo partito, ma il proclama odierno sulla “vera destra” parla, anzi grida, alla premier. È lei la traditrice “democristianizzata”, è lei che da ultimo si è smarcata persino dall’icona trumpiana.
Ciò è del resto confermato dalla citata rilevazione di Youtrend, secondo la quale il principale contributo a quel 4,2% di “Futuro nazionale” proviene, tra i partiti di cdx, proprio da FdI (1,1%), mentre il salasso leghista sarebbe più contenuto (0,9%) e quasi irrilevante quello a carico di FI (solo 0,2; il resto arriverebbe da incerti e astenuti).
La premier, la quale non a caso si dice fosse molto scontenta della gestione del dossier Vannacci da parte di Salvini, ha ora davanti a sé tre possibili strade. O cerca di recuperare alla coalizione Vannacci, portandosi in casa una fronda estremista, antieuropea e filorussa ancor più insidiosa del già querulo controcanto salviniano, oppure cerca di prosciugare l’acqua in cui nuota il generale lanciando esche programmatiche al suo bacino elettorale per tentarlo al “voto utile”.
O, infine, potrebbe sfruttare il nemico a destra, esibirlo per ridicolizzare chi da tre anni grida al fascismo, farne la certificazione della propria conversione a un moderno conservatorismo occidentalista e rendere tale conversione autentica e riconoscibile, allargando verso il centro il perimetro dell’alleanza. Inutile dire quale sia considerata dalle nostre parti la soluzione preferibile per il paese. Ma gli alleati che faranno?
- Fermo quanto detto sul guanto di sfida lanciato da Vannacci direttamente a Meloni, resta che la nascita di “Futuro nazionale” è oggi un dramma che si consuma in casa Lega. Un partito che da quando, sotto la guida di Salvini, si è allontanato dalla sua originaria constituency economico-sociale e geografica non riesce più a trovare un ubi consistam e, quel che più conta, non riesce più a trovare elettori.
Vannacci era l’ultimo surrogato di questa crisi di identità. L’innesto è fallito miseramente, invece di rivificare la pianta leghista ha germogliato un competitor elettorale. Logica vorrebbe questa fosse l’ultima voce di un pesante conto da presentare a Salvini.
Ma, a prescindere dalla leadership, che strada prenderà la Lega del dopo Vannacci? Si estremizzerà ulteriormente per affrontare la concorrenza del generale o archivierà la stagione della ricerca del pedigree di estrema destra a favore di un back to basic nel Nord produttivo?
Altri interrogativi riguardano Forza Italia che certamente guarderà con grande interesse alle scelte di Meloni. È chiaro che l’eventuale inseguimento di Vannacci o del suo elettorato caricherebbe di ancor maggior significato e opportunità lo sforzo di FI di accreditarsi come l’anima centrista ed europeista della coalizione. Viceversa, se la svolta centrista se la intestasse Meloni, il partito potrebbe soffrire. Una sfida in ogni caso così impegnativa da poter indurre la famiglia Berlusconi ad accelerare il vociferato passaggio a una leadership più aggressiva?
- Quanto al centrosinistra, nei giorni scorsi ha destato scalpore un esplosivo retroscena di Francesco Verderami sul Corriere della Sera. Secondo questa ricostruzione ci sarebbero stati almeno due incontri riservati tra Renzi e Vannacci in un circolo canottieri di Roma. In queste occasioni Renzi avrebbe esortato Vannacci a proseguire sulla strada del nuovo partito, presentarsi da solo alle elezioni e così impedire la vittoria del centrodestra.
Obiettivo: determinare un pareggio alle prossime politiche che renda irrilevanti sia Meloni sia Schlein, aprendo spazio a un decisivo polo centrista guidato da Renzi. Sdegnose smentite, ovviamente, da ambo le parti, anche se Verderami tiene il punto.
A prescindere dall’autenticità o meno dell’ennesima mossa del più scaltro giocoliere politico dello schieramento, è sicuro che nel campo largo si stia guardando con eccitazione alla mossa di Vannacci. Così come è certo che il generale diventerà da domani coccolatissimo membro permanente della compagnia di giro dei talk show di area.
Il disegno è chiaro: dare a Vannacci la maggiore visibilità possibile per consentirgli di fare male al centrodestra e nel contempo fargli ripetere di continuo le sue tesi più estreme, così adatte a creare mobilitazione antifascista nell’elettorato di sinistra.
Sarebbe tuttavia un grave errore, per il centrosinistra, cullarsi sulla prospettiva di una più agevole sfida elettorale per rinviare ancora l’improrogabile definizione dei contorni, del programma e della leadership dello schieramento. Tanto più considerando che sulla politica estera, il più scabroso punto di lacerazione all’interno del campo largo, le posizioni putiniane di Vannacci potrebbero riecheggiare come un canto delle sirene per la componente pentastellata.
Sarebbe un grave errore e quindi ci sono ottime possibilità che lo commettano. Nel frattempo è ben prevedibile che si consoliderà l’indisponibilità dell’opposizione a collaborare alla nuova legge elettorale: perché andare ad eliminare la quota di collegi uninominali quando il combinato disposto della creazione del campo largo e della presenza dei vannacciani sembra promettere in quei collegi rosee prospettive? Ed eccoci alla legge elettorale.
- Meloni procederà con ancor più determinazione sulla riforma. Il dilemma a destra, è noto, concerne la fissazione della soglia di sbarramento. La soglia al 4% si pensava potesse spaventare Vannacci e dissuaderlo dalla corsa in solitario. La soglia al 3%, invece, era pensata al contrario per consentire a Calenda di correre lui da solo, a danno del campo largo.
Ora che Vannacci ha rotto gli indugi ed è accreditato del 4,2%, la soglia al 4 sembra una scelta obbligata, l’unica idonea a cercare di contrastare il generale. E per Calenda e i cespugli centristi si profilano scelte cruciali nel momento in cui la politica dello stand alone può diventare proibitiva.
Dei prossimi mesi il catalogo è questo. Gli arabeschi bizantini della politica italiana, restii a ogni processo di razionalizzazione in chiave maggioritaria, funzionano così.
Tutto fermo per anni e poi “un ragioniere del caos” in vestaglia d’ordinanza può rimettere tutto in movimento. In attesa dell’altra scossa tellurica prevista, comunque vada, a fine marzo: il referendum sulla giustizia. Stay tuned.

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Lo scenario descritto è caratterizzato da un denominatore comune: il populismo, intrinsecamente privo di un connotato cruciale, il senso dello Stato. Oggigiorno pochissimi soggetti politicamente “rilevanti” ne stanno dando prova. Estremamente triste, ma purtroppo anche pericoloso, essendo tale carenza alla base del crescente disamoramento della gente per la politica.
Infine, l’operato descritto di Renzi, qualora comprovato, non sarebbe affatto motivo di sorpresa da parte mia, né sarebbe la prima volta.
Ottimo articolo e ben strutturato che elenca le opzioni che si presenteranno ai partiti nei prossimi mesi. Io personalmente sarei, come in Germania, per uno sbarramento al 5% e diritto di tribuna. Questo forzerebbe i cespugli al centro ad unirsi in una federazione LibLab.
Ho adorato “Sarebbe un grave errore e quindi ci sono ottime possibilità che lo commettano” 🙂