

Washington e Teheran sembrano vicine a un’intesa, ma il negoziato resta attraversato da sospetti, calcoli interni e pressioni regionali. Tra nucleare, Hormuz, Israele e la fragilità del regime iraniano, il confine tra diplomazia e campo di battaglia resta pericolosamente sottile.
In Medio Oriente, nessun accordo è reale prima della firma. E persino dopo la firma, nulla garantisce la sua sopravvivenza.
I rapporti tra Washington e la Repubblica Islamica si trovano oggi esattamente in questo punto ambiguo: sospesi tra il bisogno di ridurre la tensione e la paura profonda di essere ingannati.
In apparenza, esistono segnali che indicano una volontà reciproca di arrivare a una qualche forma di intesa. Ma dietro le porte chiuse, il livello di sfiducia tra Teheran e Washington è forse più alto che in qualsiasi altro momento degli ultimi anni.
Una sfiducia che non è soltanto politica: ha ormai assunto una dimensione strategica, securitaria e persino psicologica.
Se un giorno i rappresentanti dei due Paesi dovessero sedersi allo stesso tavolo per firmare un accordo, non sarebbe sorprendente se entrambe le parti avessero la sensazione che l’altra stia nascondendo un’arma sotto il tavolo.
A Teheran, lo sguardo verso Donald Trump continua a essere dominato dal sospetto.
Soprattutto dopo che, nel corso dei negoziati, si sono verificati attacchi e operazioni che hanno rafforzato, all’interno della struttura del regime, la convinzione che Washington sia pronta a colpire anche mentre negozia.
A ciò si aggiunge la natura imprevedibile di Trump e la sua tendenza a cambiare posizione improvvisamente, elementi che hanno portato parte dell’establishment iraniano a interpretare la politica americana non come il prodotto di una strategia diplomatica classica, ma come il riflesso di decisioni personali e momentanee.
Anche all’interno dell’Iran la situazione è molto più complessa di quanto appaia in superficie.
Dopo la morte di Ali Khamenei, il nuovo equilibrio di potere non si è ancora consolidato, e i segnali di competizione tra le diverse correnti del sistema sono sempre più evidenti.
In questo contesto, la Repubblica Islamica ha bisogno soprattutto di ridurre la pressione esterna, non da una posizione di forza, ma per gestire una fase estremamente delicata di transizione e redistribuzione del potere interno.
Quando una struttura politica non dispone più di un forte consenso sociale e perde una figura carismatica e centrale come Khamenei, tende progressivamente a smarrire la capacità di mantenere un equilibrio stabile tra i molteplici centri decisionali.
Un sistema di questo tipo, soprattutto in una fase in cui la minaccia esterna immediata si riduce o viene temporaneamente contenuta, entra inevitabilmente in una stagione di competizione interna e di lotta per la concentrazione del potere.
In questo processo, il nucleo dominante del sistema cerca di consolidare la propria posizione attraverso l’eliminazione graduale delle correnti e delle figure considerate ostacoli o potenziali rivali.
Dall’altra parte, anche gli Stati Uniti stanno attraversando una fase in cui la politica estera è sempre più influenzata dalla dinamica interna.
L’avvicinarsi delle elezioni di medio termine, la pressione del movimento MAGA e le sensibilità della base tradizionale del Partito Repubblicano spingono Washington a inviare verso Teheran due messaggi apparentemente contraddittori: da un lato la volontà di contenere la crisi ed evitare una guerra regionale, dall’altro il mantenimento della pressione massima e della dimostrazione di forza.
Ma forse la variabile più importante di questa equazione resta Israele, e soprattutto Benjamin Netanyahu.
L’esperienza degli ultimi anni ha dimostrato che Netanyahu non solo non crede nella possibilità di un accordo stabile tra Teheran e Washington, ma considera essenzialmente una tale intesa come una minaccia alla strategia di sicurezza israeliana.
Per questo motivo, anche nel caso in cui un accordo venga firmato, nulla garantisce che cessino gli attacchi contro le forze legate all’Iran in Libano o in altre aree del Medio Oriente.
E il punto cruciale è che probabilmente Washington stessa non avrebbe un controllo totale sul comportamento di Israele dopo la firma di un’intesa.
Nel frattempo, molti Paesi arabi della regione guardano con favore a un accordo tra gli Stati Uniti e un Iran indebolito.
La ragione è evidente: un collasso improvviso della Repubblica Islamica potrebbe trascinare il Medio Oriente in una fase di instabilità le cui conseguenze sarebbero molto più pericolose dell’attuale equilibrio precario.
Per le monarchie del Golfo, un Iran debole ma controllabile rappresenta uno scenario meno costoso rispetto a un Iran frammentato e travolto da una guerra civile, capace di generare nuove crisi securitarie, flussi migratori e conflitti regionali.
Allo stesso tempo, la Repubblica Islamica ha un bisogno quasi vitale di presentare qualsiasi eventuale accordo come una vittoria politica e diplomatica.
In una fase segnata dall’aggravarsi della pressione economica e dall’erosione della legittimità interna, persino un’intesa limitata con Washington potrebbe trasformarsi in uno strumento propagandistico fondamentale per ricostruire il clima psicologico e politico all’interno del Paese.
La realtà è che, al di là della retorica ufficiale, una parte significativa dell’apparato di potere iraniano desidera arrivare a un accordo con gli Stati Uniti.
Non per una trasformazione ideologica, ma per una profonda preoccupazione riguardo al futuro: un futuro che potrebbe essere segnato da una nuova ondata di attacchi, da un’ulteriore erosione del sistema e persino dal rischio di instabilità interna.
Anche Washington e molte capitali della regione sanno bene che una caduta improvvisa del regime iraniano potrebbe trascinare il Golfo Persico e l’intero Medio Oriente in una crisi fuori controllo per anni.
Eppure, proprio per tutte queste ragioni, anche se i negoziati dovessero continuare e il clima mediatico parlasse di un avvicinamento tra le due parti, fino al momento finale della firma non esisterà alcuna certezza assoluta sulla riuscita di un accordo.
Perché in Medio Oriente, la distanza tra il tavolo dei negoziati e il campo di battaglia a volte si misura soltanto in poche ore.
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“Per questo motivo, anche nel caso in cui un accordo venga firmato, nulla garantisce che cessino gli attacchi contro le forze legate all’Iran in Libano o in altre aree del Medio Oriente.
E il punto cruciale è che probabilmente Washington stessa non avrebbe un controllo totale sul comportamento di Israele dopo la firma di un’intesa.”
Questa è una parte che non comprendo. Se Israele subisce degli attacchi dal Libano o altre aree da parte di gruppi terroristi noti, non dovrebbe mai rispondere e impedire che accadano nuovamente per non irritare altri attori regionali chi più chi meno corresponsabili?
Si sta cercando di ribaltare la situazione, per non ammettere le colpe dell’Iran nel finanziare milizie e gruppi regionali per la lotta contro Israele.
E’ un argomento subdolo utilizzato dall’Iran e suoi alleati per non arrivare a un accordo reale di pace e stabilità nella regione. Non puoi chiedere una sincera intesa se prima non fai tu la tua parte e fino in fondo, essendo il colpevole originario dell’attuale situazione di conflitti e instabilità.
In Medio Oriente nessun accordo è reale neanche dopo la firma: gli accordi sul nucleare con Obama non li aveva forse firmati, l’Iran? E che fine hanno fatto?
Non li ha voluti riconoscere Trump nella sua prima presidenza, definendoli pessimi e contro gli interessi degli Stati Uniti. Dopotutto sembrava anche che l’Iran avesse attuato delle scappatoie per non osservarli pienamente.
Cosa c’entra Trump? Gli accordi, che hanno posto fine all’effettivo controllo su quanto faceva l’Iran e alle sanzioni (con conseguenti vantaggi economici, usati anch’essi per l’avanzamento verso l’arma nucleare), li ha voluti il pessimo Obama, con la forte disapprovazione di chiunque avesse una pallida idea di che cos’era l’Iran (di che cos’è, e continuerà a essere l’Iran fino a quando non cambierà il regime) e, come previsto, l’Iran non li ha mai rispettati in nessun punto. Poi per fortuna è arrivato Trump che li ha interrotti. Nella pratica non è cambiato niente, l’Iran ha continuato a fare quello che aveva sempre fatto, ma almeno la situazione è diventata chiara e nessuno si è più illuso che fosse diventato pacifico. Non dimentichiamo che Obama è quello che ha scatenato le famigerate “primavere arabe” che hanno provocato centinaia di migliaia di morti in tutto il Medio Oriente, e che ha abbandonato gli studenti nella rivolta dell’Onda Verde nel 2009 e alla carneficina che ne è seguita. Se l’intero MO è messo come è messo lo dobbiamo in gran parte a lui. Col sangue che ha sulle mani quell’uomo si potrebbero fare trasfusioni all’intero pianeta per un paio di secoli.
E’ quello che ho scritto riassumendo brevemente, se rilegge attentamente.