

Le federazioni europee hanno costretto Infantino a ritirare la privatizzazione della FIFA usando la sola lingua che la politica del deal comprende: unità, interessi comuni e potere contrattuale. È il metodo che manca all’Unione europea.
C’è una scena che vale più di molte analisi. Dicembre 2025, sorteggio dei Mondiali: Gianni Infantino consegna a Donald Trump il primo “Premio FIFA per la Pace”, un’onorificenza istituita poche settimane prima e il cui destinatario sembrava scritto in filigrana fin dall’annuncio. Trump ringrazia, elenca le guerre che sostiene di aver fatto finire, saluta Melania. Il pubblico applaude. In quel momento il calcio mondiale non appare più come un’istituzione sportiva, ma come la scenografia di una cerimonia politica.
Chi aveva liquidato l’episodio come folklore ha avuto presto motivo di ricredersi. Nel giro di pochi mesi la FIFA è stata investita prima da uno scandalo arbitrale segnato da un’interferenza politica, poi dalla crisi provocata dal tentativo di aprire il patrimonio commerciale del calcio mondiale agli investitori privati.
Due vicende legate dalla stessa trasformazione: alla logica dell’istituzione si è sostituita quella del deal. Ma quando Infantino ha provato a privatizzare una parte delle attività della FIFA, le cinquantacinque federazioni europee hanno minacciato di ritirarsi dalle competizioni mondiali. Il fronte comune della UEFA lo ha costretto ad abbandonare il progetto.
La storia, quindi, non racconta soltanto la “cattura politica” della FIFA. Mostra anche che quando l’Europa riconosce un patrimonio comune, si compatta per difenderlo ed è disposta a esercitare il proprio potere contrattuale, può ancora vincere. È una lezione che dal calcio conduce direttamente a Bruxelles.
La vicinanza tra Infantino e Trump non era rimasta confinata alla scenografia del premio. Durante il Mondiale, il presidente americano intervenne presso la FIFA per ottenere il riesame della squalifica di Folarin Balogun prima della partita contro il Belgio.
Fu lo stesso Trump a confermarlo pubblicamente: “Sì, ho chiesto alla FIFA di rivedere la decisione”, salvo poi ringraziare Infantino per aver “ribaltato una grande ingiustizia”. Infantino, dal canto suo, ha ammesso la telefonata negando pressioni sulla commissione disciplinare; poco dopo, la squalifica fu sospesa.
Era la prima volta dal 1962, quando il governo brasiliano ottenne una deroga per Garrincha, che la FIFA sospendeva una squalifica per espulsione diretta durante un Mondiale. Non è dimostrato un rapporto causale tra l’intervento e la decisione, ma l’episodio ha mostrato quanto fosse diventato sottile il confine tra potere politico e governo del calcio.
Quella promiscuità è diventata politicamente esplosiva con FIFA Forward Enterprise. Il progetto prevedeva di trasferire le principali attività commerciali e organizzative della federazione in una società valutata circa venti miliardi di dollari, cedendone poco più del 20 per cento a investitori privati per raccogliere oltre quattro miliardi.
Tra i potenziali investitori figurava Thrive Eternal, legata al gruppo di Joshua Kushner, fratello di Jared Kushner, genero di Trump. La parentela, da sola, non prova alcun illecito. Ma in un’organizzazione già esposta alle relazioni personali tra Infantino e la Casa Bianca, un intreccio simile avrebbe richiesto trasparenza e cautele eccezionali. È accaduto il contrario.
Il meccanismo scelto per conquistare il consenso delle federazioni era altrettanto rivelatore. Il piano prometteva venti milioni di dollari a ogni associazione per il ciclo 2027-2030, più un bonus dello stesso importo a chi avesse aderito entro il 19 settembre. Formalmente una proposta finanziaria; politicamente, un incentivo a votare in fretta una trasformazione destinata a cambiare la natura della FIFA. Non una discussione sul futuro del calcio, ma un’offerta con scadenza.
Questa volta l’Europa, che aveva accettato il Mondiale in Qatar, l’espansione del Mondiale per club e le procedure accelerate per assegnare le edizioni del 2030 e del 2034, ha opposto un rifiuto compatto. Le federazioni della UEFA hanno minacciato di non partecipare alle competizioni FIFA se il progetto fosse andato avanti.
Non hanno rivolto un appello alla coscienza di Infantino. Hanno individuato la leva di cui disponevano e si sono dichiarate pronte a usarla. Senza le nazionali europee, i campioni, i mercati televisivi e gli sponsor che portano con sé, il Mondiale avrebbe perso una parte decisiva del proprio valore. Infantino poteva amministrare quel patrimonio, non venderlo come se fosse suo.
La minaccia ha funzionato. Il progetto è stato abbandonato e la FIFA ha riconosciuto di aver commesso errori. La UEFA, tuttavia, chiede che il ritiro sia definitivo e che operazioni analoghe non possano essere riproposte. Queste condizioni, ha ribadito nei giorni scorsi, non sono ancora state soddisfatte: il boicottaggio resta quindi sul tavolo.
Il tentativo di ricomposizione è fallito. Dopo una riunione di emergenza in Marocco, la FIFA si è scusata con le federazioni per gli errori commessi, ha promesso di rivedere i propri processi decisionali e ha confermato il sostegno al presidente. La replica della UEFA è stata sprezzante: l’annuncio che alcune persone impiegate dal presidente della FIFA, le cui carriere dipendono dal suo favore, si dicono d’accordo con lui non cambia nulla.
La crisi si è intanto spostata su un terreno nuovo, quello giudiziario. I legali della UEFA hanno comunicato alla FIFA che stanno valutando un’azione legale sul progetto fallito e hanno inviato a Infantino una lettera formale di conservazione dei documenti, con la richiesta di non distruggere alcuna prova. Lettere analoghe sono state indirizzate a Joshua Kushner, a Greg Maffei, a JP Morgan e a Open Economics, per informarli che il loro coinvolgimento nella proposta potrebbe finire in tribunale.
E la delegittimazione arriva ormai anche dall’interno. Il chief operating officer della FIFA, Kevin Lamour, ha dichiarato che Forward Enterprise era il progetto di un solo uomo e che lo staff si è sentito ingannato dal proprio presidente. La FIFPRO, il sindacato mondiale dei calciatori, ha condannato l’operazione e chiesto una serie di riforme di governance: non più soltanto il ritiro di un piano, ma un cambiamento delle regole che lo hanno reso possibile.
Superfluo dire che la poltrona di Infantino si è fatta bollente. Diverse federazioni europee hanno ritirato il sostegno alla sua rielezione, la presidente della federazione norvegese, Lise Klaveness, ne ha chiesto formalmente le dimissioni e la federazione inglese si è unita alla richiesta.
Ma Infantino è tutt’altro che sconfitto: la Confederazione africana, Argentina e Messico si sono schierati dalla sua parte, mentre la CONMEBOL, che conta su di lui per l’espansione del Mondiale 2030 a 64 squadre, non gli ha ritirato il sostegno pur senza confermarlo. Soprattutto, non è ancora emerso un candidato in grado di contendergli la presidenza alle elezioni di marzo 2027. L’Europa ha fermato il progetto; non ha ancora cambiato la FIFA.
La rivolta europea è arrivata tardi e per interesse. La UEFA non era giunta alla rottura per i lavoratori morti nei cantieri del Qatar, per lo sportwashing delle autocrazie o per l’assegnazione sostanzialmente predeterminata del Mondiale 2034 all’Arabia Saudita. Si è ribellata quando ha visto minacciati i propri interessi.
Ma la politica comincia spesso così: non dalla purezza, bensì dalla consapevolezza di avere qualcosa in comune da perdere. Il fatto che la reazione sia nata dalla difesa di un interesse non la rende meno istruttiva. Al contrario, spiega perché abbia funzionato.
Sarebbe un errore leggere la storia soltanto come una parabola su Trump. Trump applica al calcio lo stesso transazionalismo che applica alla politica internazionale: tutto è negoziabile, ogni rapporto viene misurato in termini di vantaggio, le istituzioni sono strumenti oppure ostacoli. Ma un’organizzazione che proclama la propria neutralità mentre pratica lo sportwashing come modello di sviluppo non è stata improvvisamente catturata dalla Casa Bianca. Si è resa disponibile.
Ed è qui che la vicenda smette di riguardare soltanto il calcio. Anche l’Unione europea affronta la politica del deal disponendo di un enorme mercato, potere regolatorio, capacità industriale e centinaia di milioni di consumatori.
Di fronte alle pressioni americane, alla concorrenza cinese o al ricatto russo, Bruxelles proclama principi condivisi mentre le capitali cercano eccezioni e accordi separati. L’Europa possiede le carte, ma le gioca divisa.
La UEFA ha fatto l’opposto: ha stabilito che cosa non fosse negoziabile, costruito una posizione comune e indicato una conseguenza concreta. Ha anche accettato che un eventuale boicottaggio avrebbe avuto un costo per le stesse federazioni europee. Proprio per questo la minaccia era credibile.
Il calcio non è la geopolitica e cinquantacinque federazioni possono trovare più facilmente un interesse comune di ventisette governi: difendevano un patrimonio unico e quantificabile, mentre gli Stati membri hanno per costruzione interessi divergenti. Ma la lezione resta: un potere contrattuale che non si è pronti a esercitare non è potere, è una statistica.
L’UEFA non ha costretto Infantino alla ritirata perché fosse moralmente superiore (non lo è). Lo ha fatto perché ha smesso di comportarsi come un insieme di soggetti deboli e ha agito come un blocco unico. E ora che valuta di portare la vicenda in tribunale, dimostra di aver capito un’altra regola dell’era del deal: la pressione va mantenuta anche dopo la prima vittoria.
Bruxelles dovrebbe prendere nota. Nell’era del deal, non basta avere ragione. Bisogna sapere che cosa si possiede, decidere che cosa non è in vendita ed essere pronti ad abbandonare il tavolo.
Per una volta, il calcio europeo lo ha fatto.
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