


Dalla morte di un sergente francese in Libano una domanda che la diplomazia internazionale evita da decenni: a cosa serve davvero UNIFIL? Quarantasette anni di presenza, oltre 326 vittime tra i caschi blu, 500 milioni di dollari l’anno. Hezbollah ha riarmato indisturbato, il mandato è rimasto lettera morta. Ma il problema non è solo UNIFIL: è un’ONU in cui l’Iran siede nelle commissioni sui diritti umani e sui diritti delle donne. Un fallimento strutturale, non accidentale.
Ieri un soldato francese del contingente UNIFIL è stato ucciso nel sud del Libano, presumibilmente da Hezbollah. È l’ennesima vittima di una missione che opera da quarantasette anni in uno dei teatri più instabili del Medio Oriente.
Una missione nata per fare quello che non ha mai fatto
UNIFIL — United Nations Interim Force in Lebanon — è stata istituita il 19 marzo 1978 con le risoluzioni 425 e 426 del Consiglio di Sicurezza. Il mandato originario prevedeva il ritiro delle forze israeliane dal Libano meridionale e il ripristino della pace e della sovranità libanese nell’area. Nessuno dei due obiettivi fu raggiunto nei tempi previsti.
Dopo la guerra del 2006, il Consiglio di Sicurezza rafforzò la missione con la risoluzione 1701, affidandole compiti più ambiziosi: monitorare la cessazione delle ostilità, sostenere le forze armate libanesi nel controllo del sud del paese, impedire il riarmo di Hezbollah a sud del fiume Litani.
Su tutti e tre i punti, UNIFIL ha fallito.
Il prezzo di sangue
I numeri documentano una realtà difficile da eludere. Dal 1978 al luglio 2024, UNIFIL ha registrato 326 vittime tra i propri ranghi. Un bilancio che non ha prodotto né una riforma del mandato né un ripensamento strategico della missione.
Il 2026 ha già aggiunto nuovi nomi a quella lista. In meno di 24 ore, tre caschi blu indonesiani sono rimasti uccisi tra i due fuochi nel sud del Libano. Pochi giorni prima, tre soldati ghanesi erano rimasti feriti da colpi d’arma da fuoco. Ieri è morto Florian Montorio, sergente maggiore del 17° Reggimento del Genio Paracadutista di Montauban.
Regole d’ingaggio che non reggono la realtà
Il nodo centrale non riguarda le risorse né il numero di effettivi. Riguarda il quadro giuridico entro cui la missione opera. UNIFIL agisce in base al Capitolo VI della Carta delle Nazioni Unite, che autorizza l’uso della forza solo in situazioni molto specifiche e limitate: essenzialmente la legittima difesa per proteggere il personale e le strutture ONU.
In pratica, i caschi blu non possono perquisire, non possono fermare movimenti di armi, non possono ingaggiare. Possono osservare, riferire, e subire. È un mandato che trasforma una forza militare in una presenza testimoniale, utile sul piano simbolico, inefficace su quello operativo.
La promessa tradita del 2006
Dopo la guerra del 2006, la comunità internazionale si mobilitò con determinazione inusuale. Francia, Italia, Spagna e Germania inviarono contingenti significativi. L’Italia assunse il comando della missione. Si parlò di una UNIFIL finalmente “robusta”, capace di esercitare un ruolo deterrente reale.
Nel giro di pochi anni, quella prospettiva si dissolse. Hezbollah riprese il controllo del territorio, il governo libanese non volle — o non poté — procedere al disarmo della milizia, e i paesi contributori si trovarono a gestire una presenza militare priva di leva politica. La missione continuò per inerzia istituzionale più che per utilità operativa.
Vent’anni dopo, il quadro non è cambiato. L’Italia, che dal giugno 2025 ha il comando della missione con il generale Diodato Abagnara, è in pressing da tempo per una revisione delle regole d’ingaggio. La missione è stata prorogata fino al 31 dicembre 2026, con il 2027 come anno previsto per un eventuale smantellamento. Nel frattempo i soldati restano sul campo con le stesse regole di sempre.
Il vizio d’origine
Il fallimento di UNIFIL non è congiunturale. È il prodotto di una scelta politica consapevole.
La questione di Hezbollah — il suo radicamento nel tessuto libanese, la sua affiliazione all’Iran, il suo ruolo nell’equilibrio regionale — non è mai stata affrontata. UNIFIL ha fornito per decenni una copertura istituzionale a questa omissione, rendendo meno urgente ciò che restava irrisolto.
Il caso ONU
Il caso UNIFIL non è isolato. Riflette una disfunzione più profonda del sistema multilaterale, che emerge con particolare nitidezza soprattutto nelle istituzioni deputate alla tutela dei diritti umani.
L’Assemblea Generale dell’ONU è diventata negli anni la principale sede istituzionale in cui la maggioranza automatica dei paesi non allineati, autoritari o apertamente ostili all’Occidente trasforma il pregiudizio antioccidentale e antisemita in risoluzioni, condanne selettive e legittimazione reciproca. Non è una degenerazione del sistema: è il sistema, usato esattamente come progettato da chi lo usa.
La storia dell’Iran nelle commissioni ONU costituisce, in questo senso, un caso emblematico. Nel 2019, Teheran è entrata a far parte di un gruppo di lavoro della Commissione ONU sulla condizione delle donne — l’organo chiamato a valutare le denunce di violazione dei diritti femminili nel mondo. Negli stessi mesi, l’avvocatessa iraniana Nasrin Sotoudeh veniva condannata a 38 anni di carcere e 148 frustate per aver difeso donne che si rifiutavano di indossare il velo.
Dopo la morte di Mahsa Amini e la repressione delle proteste del 2022, l’ECOSOC ha adottato una risoluzione per rimuovere l’Iran dalla Commissione sulla condizione delle donne — la prima espulsione nella storia della commissione, istituita nel 1946. Una decisione tardiva, ottenuta sotto la pressione degli eventi, non per una scelta di principio preventiva.
La correzione, tuttavia, non ha modificato la logica del sistema. Nel 2026 il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite ha nominato l’Iran al Comitato per la programmazione e il coordinamento, l’organo che detta la linea su diritti umani, diritti delle donne, disarmo e prevenzione del terrorismo. Nello stesso periodo, Cina, Cuba, Arabia Saudita e Sudan sono stati eletti al comitato sulle ONG, che decide quali organizzazioni della società civile possano accedere al Palazzo di Vetro.
L’Iran è stata inoltre eletta vicepresidente della Commissione ONU per lo sviluppo sociale, incaricata di promuovere democrazia, uguaglianza di genere e non violenza. Lo stesso Iran in cui, secondo i dati di Iran Human Rights, nel 2025 sono state eseguite 1.639 condanne a morte — il numero più alto mai registrato.
Queste non sono anomalie. Sono il funzionamento ordinario di un sistema in cui i seggi vengono assegnati per rotazione geografica e negoziazione politica, indipendentemente da qualsiasi criterio di coerenza con i valori che l’organizzazione dichiara di promuovere.
La morte di un soldato francese in Libano non è una tragedia isolata. È la conseguenza prevedibile di scelte istituzionali che si ripetono da decenni: mandati impossibili, regole d’ingaggio inadeguate, rinnovi automatici che sostituiscono la valutazione con l’abitudine.
UNIFIL non è soltanto una missione che ha fallito il proprio mandato. È diventata, oggettivamente, parte del problema: la sua presenza ha fornito una copertura di normalità sotto cui Hezbollah ha riarmato indisturbato, costruito una rete di tunnel e infrastrutture militari, e continuato a colpire il territorio israeliano. La missione non ha impedito nulla di ciò che avrebbe dovuto impedire. Ha semmai reso più presentabile, agli occhi della comunità internazionale, una situazione che presentabile non era.
Più in generale, significa riconoscere che un sistema multilaterale in cui l’Iran siede nelle commissioni sui diritti delle donne, e in cui la Cina vigila sulle ONG che denunciano i regimi autoritari, non tutela i principi che dichiara di difendere. Li erode dall’interno, conferendo legittimità a chi li viola.
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Una cosa sono gli accordi commerciali dei singoli paesi (discutibili) che rispondono a logiche commerciali, un’altra è quella di dare legittimità istituzionale a chi ha preso il potere con la forza o con elezioni farsa (vedi Iran, Venezuela o Russia). Ripeto: a che titolo questi siedono al loro seggio all’ONU? Dovrebbe essere rimosso il loro diritto di voto e ed il loro status trasformato in osservatore.
Cosa significa a logiche commerciali? Se tratti con una certa autorità per fare degli accordi sul loro territorio e non solo, significa che la stai legittimando anche come istituzione. Perché devi rispondere alle loro regole e leggi, fatte osservare da quella autorità.
La Russia è membro permanente, così come la Cina che addirittura non permette nemmeno elezioni farsa. Come si fa ad escluderli ora? Solo con la forza oppure gli altri Paesi democratici dovrebbero abbandonare l’Onu di loro volontà.
Alla fine cambierebbe qualcosa? I Paesi democratici se si riunissero tra di loro non farebbe cambiare le sorti di quelli autoritari, senza interventi diretti.
Qualcuno ricorda Srebrenica nel 1995? 8350 persone uccise sotto gli occhi dei Caschi Blue olandesi che non mossero un dito. L’inutilità delle missioni ONU è palese.
Già, l’ennesima infamia dell’Onu. E approfitto di questo richiamo per ricordare il seguito di questa storia, riportando il testo di un mio post del dicembre 2006 (questo non lo posso linkare perché pubblicato su una piattaforma che da molti anni non esiste più).
Ve lo ricordate il massacro di Srebrenica dell’11 luglio 1995? Ve li ricordate quegli 8-10.000 civili rastrellati, torturati, massacrati e poi buttati nelle fosse comuni? Ve li ricordate i caschi blu olandesi delle “forze” Onu rimasti lì a guardare senza intervenire? Bene, ora sono stati premiati. No, non per qualcos’altro. Non per qualche eroica azione compiuta nel frattempo, no: proprio per quella cosa lì sono stati premiati. Non erano stati personalmente i soldati, naturalmente, a scegliere di non intervenire: la responsabilità va attribuita alle inadeguate regole d’ingaggio, all’armamento insufficiente, alla mancanza di copertura aerea, alla scarsa decisione della Nato, al mancato intervento del quartier generale dell’Onu a Zagabria; a qualcuno, tuttavia (come ai superstiti del massacro, per esempio, o ai parenti delle vittime), il conferimento addirittura di una onorificenza è sembrato un tantino eccessivo, ma non al governo olandese, che ha conferito 500 medaglie e scoperto una lapide.
Chissà, forse allora c’è qualche speranza anche per i nostri soldati che stanno guardando gli hezbollah che si riarmano a tutto spiano per andare a distruggere Israele, che non fanno pattugliamenti notturni perché è pericoloso, che non istituiscono posti di blocco perché non è previsto, che non fermano i terroristi perché non è compito loro. Se poi i francesi manterranno la loro promessa di sparare agli aerei israeliani costretti a compiere voli di ricognizione per ovviare, almeno in parte, ai mancati interventi delle truppe Onu, vuoi vedere che ci scappa anche un Nobel per la pace?
Corretto, nella fretta avevo semplificato (erano implicitamente escluse le monarchie parlamentari). Preciso il senso del commento: esaminando i paesi dove non si tengono elezioni libere e multipartito (vedi per esempio la mia lista) la domanda resta: a quale titolo queste persone proclamano di rappresentare un paese o un popolo presso l’ONU?
Sì, si era capito naturalmente, ma siccome sono notoriamente una gran rompi@@, e siccome, come canta il Poeta, “il maestro è nell’anima, e nell’anima per sempre resterà” anche quando va in pensione, ho sentito l’incontenibile necessità di puntualizzare…
Ah, dimenticavo: in merito all’ultima vicenda che ho ricordato, nel numero del 5 agosto 2001 del manifesto possiamo leggere: “L’intera vicenda dei videotape è stata largamente usata dal governo Sharon per cercare di gettare discredito sulle forze dell’Onu mai gradite ad Israele come qualsiasi forza internazionale in grado di limitare o di testimoniare sui suoi crimini.”
Se non soffrite di acidità di stomaco potete provare a leggere l’intero allucinante articolo qui:
https://ilmanifesto.it/archivio/2001011959
Cambiando scenario geografico e politico, ma restando sempre in tema ONU, mi permetto di ricordare un episodio che forse non tutti conoscono: nel gennaio 1994 il generale Dallaire, comandante delle forze ONU in Ruanda, inviò a Kofi Annan, all’epoca capo delle missioni di pace dell’ONU, l’informazione che era imminente la messa in atto di un genocidio: Kofi Annan scelse di non intervenire. Tre anni e mezzo (e un milione di morti) più tardi Kofi Annan, diventato nel frattempo segretario generale dell’ONU, impedì al generale Dallaire di testimoniare in proposito (a chi volesse saperne di più sul genocidio in Ruanda, suggerisco il bellissimo e agghiacciante “Desideriamo informarla che domani verremo uccisi con le nostre famiglie” di Philip Gourevitch, Einaudi).
Tutti invece sanno, ma forse non tutti ricordano, la parte avuta da Kofi Annan in quello che a Durban doveva essere un convegno internazionale sul razzismo e si trasformò in un’orgia di razzismo e di odio antiisraeliano e antisemita.
E poi c’è stato il “massacro di Jenin” per il quale il signor Kofi Annan ha ripetutamente invocato una commissione d’inchiesta salvo poi smettere immediatamente di chiederla non appena è risultato chiaro che non c’era stato nessun massacro di cui incolpare Israele, e poi c’è stato Oil for food, e poi ci sono stati gli abusi sessuali e gli stupri dei caschi blu su donne e bambine in Africa occidentale e in Congo, e poi… E tutto questo solo durante il regno di Sua Maestà Kofi Annan I.
Tornando invece all’UNIFIL, è forse il caso di ricordare che anni fa (ma ignoro se quello sia stato l’unico caso), in un momento in cui la situazione in Libano era diventata particolarmente calda, i nostri eroi si sono rifugiati in Israele, da dove hanno svolto un’intensa attività di monitoraggio, come ho documentato qui…
https://ilblogdibarbara.wordpress.com/2015/10/25/israele-nove-10/
(sì, lo so, continuo a invadervi con le cose mie, ma tanto lo so che siete buoni e mi perdonerete)
Magari, volendo proprio insistere, si potrebbe ricordare anche quella volta che nell’ottobre del 2000, poco dopo il ritiro israeliano dalla fascia di sicurezza in Libano, una banda di terroristi hetzbollah munita delle insegne dell’Onu, attraversa il confine del Libano, penetra illegalmente in territorio israeliano e rapisce, per ucciderli, tre soldati israeliani. E l’Onu contempla lo spettacolo. Non senza fare niente però: mentre contemplano e ammirano lo spettacolo provvedono anche a filmarlo. Israele lo viene a sapere. E l’Onu? Nega. Nega per un anno intero. Poi finalmente, messa alle strette, si decide ad ammettere che sì, il filmato effettivamente c’è, ma Israele non lo può vedere. E perché? Perché in tal caso potrebbe riconoscere i terroristi, e allora dove andrebbe a finire la preziosissima neutralità e imparzialità dell’Onu, se adottasse un atteggiamento tale da favorire una delle parti in causa? Alla fine, dopo un lungo tira e molla, ne concedono la visione, ma una sola volta e senza la possibilità di registrarlo, ossia senza lasciare in mano a Israele la minima prova.
Tutt’altro. Grazie Barbara per il tuo contributo
Analisi lucidissima e, purtroppo, necessaria. Avendo lavorato come cooperante in Africa per ONG italiane e internazionali in Angola, Repubblica Centrafricana, Congo, Mozambico e Burundi, ho potuto toccare con mano l’ambiguità e la sostanziale inefficacia dell’apparato ONU. Spesso, quella che viene spacciata per ‘neutralità’ è un immobilismo che non solo non risolve i conflitti, ma finisce per aggravare i danni alle popolazioni locali. La mia esperienza in questi Paesi conferma che, dietro la facciata diplomatica, si cela un’autoconservazione burocratica capace di sacrificare sistematicamente la verità sull’altare del quieto vivere politico.
L’Onu non vive di propria autonomia, è il complesso di tutte le nazioni al mondo che permettono la sua esistenza e continuazione; compresi i Paesi democratici e occidentali che per anni hanno sorvolato e sorvolano sui diritti e sulle politiche di certi Paesi autoritari per convenienza politica e interessi economici necessari al proprio sviluppo e alla crescita.
E anche per non intraprendere azioni militari e guerre costose non solo a livello economico e umano, ma anche di immagine e consenso presso parte dell’opinione pubblica interna.
Si sono portati avanti compromessi e accordi instabili per non dover compiere scelte difficili e incerte nei risultati.
Il problema è di base. Queste persone siedono all’ONU senza avere avuto un mandato popolare per cui non si capisce a che titolo rappresentino il loro paese. Stessa cosa per Russia, Corea del Nord, Venezuela, etc.
Capisco che ai tempi della creazione dell’ONU non ci fosse scelta (moltissime erano monarchie), ma la realtà è che noi accettiamo, come pari, entità che hanno “sequestrato” un paese, di fatto accettando un crimine che dovrebbe essere perseguito dalla Corte Penale Internazionale.
Mi scusi, ma non credo che citare le monarchie in questo contesto, come se monarchia fosse sinonimo di assolutismo o addirittura terrorismo, sia corretto: non direi che Svezia, Norvegia, Gran Bretagna, Belgio, Olanda ecc., che sono tuttora monarchie, siano l’esatto equivalente del Qatar. Dall’altra parte, oltretutto, cioè delle repubbliche, abbiamo roba come Afghanistan, Pakistan, Iran, corea del nord…
Di fatto abbiamo legittimato e legittimiamo quelle leadership attraverso accordi commerciali, investimenti e altro per il nostro interesse e i nostri bisogni interni.
Propone di fare la guerra a tutti quei Paesi condotti da dittature altrimenti? A parole sembra tutto facile.