
Mentre in Europa è ripartita la caccia ai centri di potere bancari e il Financial Times anticipa che Generali e la francese Natixis stanno trattando per creare un colosso del risparmio gestito da 2100 miliardi di euro di patrimonio, in Italia il risiko bancario scatena il solito scontro fra istituzioni. A provocarlo, il ministro dei trasporti e vicepremier Matteo Salvini che si è scagliato contro la Banca d’Italia: “Sono i più pagati, ma in cambio che fanno? Ci sono? Esistono? Vigilano?”.
L’assalto di Salvini, scomposto e irrispettoso come nello stile della casa, nei confronti dell’immagine di una delle istituzioni di cui gli Italiani continuano a fidarsi, ha un nome: “Bpm”.
È successo infatti che la ben più grande Unicredit ha annunciato un’offerta pubblica di scambio per 10,1 miliardi sulla ex “Banca Popolare di Milano”. Non si tratta di acquisizione ma di uno scambio “carta contro carta”, in grado di dare vita al terzo gruppo bancario europeo, nei confronti del quale il Consiglio di amministrazione di BPM si è prontamente espresso, giudicandola “all’unanimità” inadeguata a riflettere il valore della banca ed esprimendo forte preoccupazione per le “prevedibili ricadute” occupazionali e per gli effetti negativi che avrà sulla “flessibilità strategica” dell’istituto in una fase di forte crescita.
A ben vedere dovrebbe essere una faccenda fra due banche a cui spetta il dovere di sbrigarsela in nome del rispetto delle regole e del mercato, degli interessi dei due istituti, e soprattutto dei rispettivi risparmiatori. Si tratta infatti di due banche che gli interessi propri li conoscono bene, se è vero che Unicredit lo scorso anno ha fatto registrare un utile di 7,75 miliardi di euro e Banco Bmp di 1,695 miliardi.
Quindi due soggetti grandi e vaccinati? Nemmeno per sogno. Giancarlo Giorgetti, Ministro dell’Economia e delle Finanze, ha subito minacciato di ricorrere alla “golden power”, cioè al potere del Governo di bloccare un’operazione in quanto contraria agli interessi nazionali. Giorgetti ha poi aggiunto che il Governo si riserverà di valutare l’iniziativa di Unicredit quando sarà “chiamato a dare le autorizzazioni del caso”.
“Unicredit è una banca straniera che doveva crescere in Germania e poi non so perché ha cambiato idea”, si è invece infuriato Salvini.
Il ministro dei Trasporti si riferiva all’operazione di acquisto da parte di Unicredit della tedesca Commerzbank che si arenata su pressione di Berlino per le stesse ragioni che adesso hanno scatenato Salvini: la conservazione di un centro di potere che si arrocca per difendersi da un centro di potere concorrente.
Sia chiaro, infatti, che in queste dispute, come in altre che si sono verificate intorno alle banche in analoghe circostanze, gli interessi dei risparmiatori sono all’ultimo posto nelle intenzioni dei contendenti.
“Unicredit è una banca straniera”, lancia l’accusa Salvini. Ma è vero?
“Salvini sbaglia- Unicredit è una banca che ha sede a Milano e paga le tasse in Italia con azionariato internazionalizzato e una presenza tricolore dell’8 per cento”, replicano gli addetti ai lavori. Semmai, il paradosso è che se c’è una banca che può definirsi “straniera” è Banco Bpm il cui azionista di controllo è la francese Crédit Agricole.
Ma per Salvini questo è un dettaglio. Quello che non gradisce è che un centro di potere, quello che sta dietro Unicredit, vuole mettere il bastone fra le ruote ad un altro centro di potere che invece gli sta a cuore: quello che attraverso Banco Bpm (e all’ Opa che quest’ultima ha lanciato su “Anima” , una importante società di gestione dei patrimoni ) punta a MontePaschi Siena nel cui capitale sono entrati recentemente la Delfin della famiglia del Vecchio e Caltagirone.
Il progetto di Salvini è di puntare, con queste eventuali aggregazioni, a intestarsi politicamente la nascita di un potenziale terzo polo bancario italiano. La nazionalità delle Banche è il solito motivetto sovranista buono per tutte le stagioni.
Ma siamo solo al primo round.
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