

Prima parte di tre di questo lavoro di Michele Magno. Una ricostruzione del sistema pensionistico italiano, dal funzionamento a ripartizione alla lenta transizione dal metodo retributivo a quello contributivo, fino al peso crescente delle pensioni sul bilancio pubblico e sulle altre voci della spesa sociale.
Queste note sono debitrici di un paper pubblicato sul Substack Lorenzo Ruffino il 13 luglio (“Perché le pensioni italiane non sono sostenibili”). Il lettore non si scoraggi per la mole di numeri citati. Perché sono numeri che raccontano, più di mille parole, una parte importante della storia sociale e politica del paese.
Nel 2025 l’Italia ha speso per le pensioni 343 miliardi di euro, il 15,2 per cento del Pil. È la prima voce del bilancio pubblico: vale circa un quarto di tutta la spesa dello Stato e più del doppio di quella sanitaria. Nessun altro paese dell’Ue, esclusa la Grecia, dedica alle pensioni una quota altrettanto grande della propria economia: rispetto alla media europea l’Italia spende circa quattro punti di Pil in più, l’equivalente di una novantina di miliardi ogni anno.
Il dibattito pubblico, però, si svolge quasi sempre lontano da questi numeri, tra promesse di superare la legge Fornero e allarmi periodici sulle pensioni da fame. Parlare di insostenibilità non significa che un giorno gli assegni smetteranno di arrivare. Lo Stato le pensioni continuerà a pagarle, perché può sempre alzare le tasse o fare altro debito. Il problema è un altro: il sistema assorbe una quota crescente del reddito di chi lavora per finanziare prestazioni solo in parte coperte dai contributi di chi le riceve. In cambio, alle generazioni che pagano oggi, promette pensioni più basse domani.
Il sistema pensionistico italiano, come quasi tutti quelli pubblici europei, funziona “a ripartizione”: i contributi versati ogni mese da chi lavora servono per pagare le pensioni di chi è già in quiescenza, senza essere accantonati né investiti in alcun salvadanaio individuale. La pensione promessa a ciascuno è quindi coperta da un patto, cioè dalla scommessa che in futuro ci saranno abbastanza lavoratori e salari sufficientemente alti da pagare gli assegni: la tenuta del sistema dipende dalla demografia e dalla produttività, più che dai versamenti individuali.
Retributivo e contributivo, la distinzione più citata del dibattito, sono due metodi di calcolo dell’assegno, mentre il modo di finanziarlo resta identico. Con il retributivo, che è stato la regola generale fino al 1995, la pensione era una percentuale della media degli stipendi degli ultimi anni di carriera: cinque prima della riforma Amato del 1992 e dieci successivamente, mentre per i dipendenti pubblici contava addirittura il solo ultimo stipendio: il 2 per cento per ogni anno di contributi, fino all’80 per cento con quarant’anni, a prescindere da quanto si fosse effettivamente versato.
Con il contributivo, introdotto dalla riforma Dini del 1995, la pensione dipende invece dal “montante”, cioè dalla somma dei contributi versati nel corso della carriera lavorativa, rivalutata ogni anno in base alla crescita del Pil e convertita in assegno da un coefficiente che premia chi esce più tardi: oggi, a 67 anni, 100mila euro di montante valgono circa 5.300 euro lordi di pensione l’anno. Anche il montante resta comunque una cifra scritta in un registro, che si rivaluta perché lo stabilisce la legge e perché il Pil cresce: il finanziamento resta a ripartizione.
La transizione tra i due metodi è stata lentissima. La riforma Dini divise i lavoratori in base all’anzianità al 31 dicembre 1995: chi aveva almeno 18 anni di contributi conservò il retributivo integrale, chi ne aveva di meno passò a un sistema misto e solo chi ha cominciato a versare dal 1996 è interamente nel contributivo. Il calcolo contributivo fu esteso a tutti soltanto con la riforma Fornero del 2011, limitatamente alle anzianità maturate dal 2012 in poi.
Il risultato è che quasi metà delle pensioni oggi in pagamento, il 49 per cento, è calcolata ancora interamente con il retributivo e un altro 22 per cento circa con il sistema misto, che del vecchio metodo conserva una parte. Quasi un quarto è poi erogato dai fondi speciali confluiti nell’INPS, come quelli di ferrovieri ed elettrici, o nasce dal cumulo di gestioni diverse: le statistiche li classificano a parte, ma anche lì prevalgono le vecchie regole.
Le pensioni interamente contributive sono appena il 5,7 per cento. Il sistema che paghiamo oggi è ancora, nella sostanza, quello vecchio: gli effetti di contenimento del contributivo si vedranno solo dopo il 2040.
Le riforme degli ultimi trent’anni sono servite soprattutto a frenare la spesa: quella Amato del 1992 agganciò la rivalutazione degli assegni ai prezzi anziché ai salari e alzò età e requisiti; quella Dini introdusse il contributivo; quella Fornero del 2011 portò la vecchiaia verso i 67 anni e soprattutto agganciò automaticamente i requisiti alla speranza di vita. Secondo la Ragioneria generale dello Stato, le riforme approvate dal 2004 hanno ridotto la spesa cumulata al 2060 di oltre 60 punti di Pil, per più di un terzo grazie al solo aggancio automatico. Dal 2019 la direzione si è però invertita: Quota 100 e le misure che l’hanno seguita hanno riaperto le uscite anticipate, con un costo di circa 38 miliardi tra il 2019 e il 2024. Quota 100, annunciata come una misura da un milione di beneficiari, si fermò a 341 mila adesioni e, secondo le analisi della Banca d’Italia, ridusse l’occupazione invece di aumentarla.
La spesa per pensioni dipende da che cosa si conta e nel dibattito circolano numeri molto diversi, tutti tecnicamente veri. La spesa pensionistica dei conti nazionali valeva nel 2025, come si è detto, 343 miliardi, il 15 per cento del Pil. Contando tutte le voci che passano dal sistema pensionistico, incluse le prestazioni assistenziali e gli assegni sociali e di invalidità civile, il Casellario centrale dei pensionati arriva a 364 miliardi lordi, quasi il 17 per cento del Pil.
La spesa sociale italiana nel suo insieme, peraltro, supera la media europea solo di un paio di punti: a essere fuori scala è la composizione. Per vecchiaia e superstiti l’Italia spende quasi il 17 per cento del Pil contro meno del 13 della media Ue, mentre spende meno della media in quasi tutto il resto, dalla sanità (6,3 contro 8,1 per cento del Pil) alle politiche per la famiglia (1,6 contro 2,4). Le pensioni sono diritti soggettivi e si pagano prima di ogni altra cosa: la loro mole comprime da decenni tutto il resto del bilancio.
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Una cosa vorrei capire: quei 343 miliardi di euro che lo stato ha speso di pensioni rappresentano il netto, ossia quello che mi viene concretamente in tasca, oppure il lordo, un terzo del quale lo stato poi si trattiene sotto forma di tasse?