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Ormai i profughi della guerra civile sudanese hanno superato i 10 milioni. L’ultimo dato – aggiornato al 9 novembre dall’incrocio delle informazioni raccolte dall’Organizzazione internazionale per la migrazione, dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, dall’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari e dalla Commissione per i rifugiati in Sudan – supera tale cifra di più di 400mila persone. In pratica è come se l’intera popolazione della Grecia (isole comprese) si fosse ritrovata improvvisamente senza la propria casa, stretta in una guerra che costringe i civili a espatriare oppure a cercare zone interne lontane dai conflitti (ovvero isolate e senza servizi) o sotto la protezione dell’esercito lealista.

La seconda opzione è quella che ha visto ingrossare città come il capoluogo darfuriano di al-Fashir, complicando la posizione dei difensori ora che si è stretto l’inesorabile assedio dei ribelli. Vite già precarie ora falcidiate della ribellione del generale Mohamed Hamdan detto Hemetti, il capo di quella famiglia Dagalo che con i proventi del traffico d’oro – estratto nella regione del Darfur sotto la protezione dei mercenari russi del Gruppo Wagner – ha reso la propria tribù una milizia spietata e armata alla pari dell’esercito regolare. Conosciuta col nome di baggara, quest’etnia arabo africana conta milioni di membri tra Sudan e Ciad e, alla richiesta del generale-presidente sudanese Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan di deporre le armi ed essere assimilati nei ranghi, Hemetti ha invece tentato il tutto per tutto.

Un azzardo che gli ha permesso di occupare, in un anno e cinque mesi, circa la metà delle terre più densamente abitate dell’immenso Stato sudanese (in larga parte desertico). Quasi tutto il Darfur – tranne appunto al-Fashir – è dunque nelle mani di Hemetti, così come gran parte della regione-granaio di Gezira. La conquista di quest’ultima ha umiliato fortemente al-Burhan, in seria difficoltà sia nel pagare i suoi soldati, sia a sfamarli. Demotivati, i militari combattono male e sono ritornate vecchie brutte pratiche del regime di Omar Hasan Ahmad al-Bashir. Anche se il dittatore adesso è in galera, la sua polizia politica è tornata in auge con i suoi metodi. Nella città orientale di Kassal? un uomo arrestato dal General Intelligence Service è morto per le torture subite, scatenando le proteste dei cittadini stretti tra i due fuochi delle violenze dei ribelli e di quelle dei lealisti.

Nella situazione attuale, il governo non può permettersi di perdere l’appoggio popolare. I ribelli hanno infatti tagliato l’approvvigionamento degli idrocarburi, prima portati a Port Sudan (la nuova sede governativa sul Mar Rosso) tramite oleodotti che originano nel Sud Sudan, e al-Burhan si trova a dover combattere per la speranza di riottenere i mezzi economici per far funzionare il suo Stato. Una situazione scomoda che l’ha costretto a dover promettere idrocarburi futuri come contropartita per un appoggio militare cinese immediato, nel suo recente viaggio a Pechino. Una proposta azzardata che pare non abbia convinto lo Zh?ngnánh?i (il Cremlino cinese), nonostante Xi Jinping stia cercando di rilanciare l’immagine della “Cina amica dell’Africa”.

Intanto è tutto il popolo sudanese, profugo o ancora nelle proprie case, a soffrire le conseguenze di questo confronto fratricida tra il governo dei generali che hanno deposto l’ex dittatore al-Bashir e le truppe irregolari (al tempo chiamate ancora janjawid, demoni a cavallo) usate un tempo dal regime per stroncare gli oppositori. Il risultato di questa resa dei conti ritardata, ma inevitabile, col vecchio corso è la carestia che è ormai diventata endemica di molte parti del Sudan. Anni di progressi nella sicurezza alimentare spazzati via in una guerra civile nata dalla pesante eredità degli errori del Sudan degli ultimi decenni.
Articolo uscito originariamente su “La Ragione” del 12 settembre 2024
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