


Il Movimento degli europeisti nasce con l’ambizione di colmare uno spazio politico reale: quello di una forza liberale, riformista ed europeista capace di sottrarsi alla logica sterile del bipopulismo. Ma per riuscirci servono leadership contendibile, programma chiaro e una scelta netta sul sistema elettorale.
Il 15 giugno, a Milano, vedrà la luce il Movimento degli europeisti. Sarà in grado di non ripetere l’esperienza disastrosa del Terzo Polo, consumatasi tra ridicole risse intestine e rivalità personali? Me lo auguro.
La domanda di una forza liberale e riformista, che rompa la gabbia del bipopulismo, nel Paese c’è. Ora occorre tradurla in un’offerta politica seria e credibile. A tal fine, occorre una leadership contendibile e, anzitutto, una piattaforma programmatica chiara.
Non basta chiamare a raccolta chi crede che l’Europa sia una “comunità di destino” e non un vincolo. Non basta il richiamo ai valori della migliore tradizione europeista. È necessario mettere in campo idee, proposte, obiettivi all’altezza delle odierne sfide internazionali.
Non dovrebbe essere molto difficile. Se è consentito un piccolo suggerimento, sarebbe sufficiente un intelligente lavoro di copia e incolla del Report sulla competitività dell’Ue e degli ultimi discorsi di Mario Draghi.
In particolare, sarebbe auspicabile una correzione di tiro su Israele. Perché quel pigro e corrivo omologarsi alla narrazione del “Netanyahu e Putin per me pari sono”, lo ricordo con garbata fermezza a Pina Picierno e ad altri esponenti del nascente movimento, è francamente inaccettabile. Tanto più alla luce dello strumentale utilizzo che di quell’infelice equiparazione viene fatto contro lo Stato ebraico e il suo diritto a esistere e difendersi.
Veniamo alle faccende di casa nostra. L’imminente discussione in Parlamento sul “Melonellum” (o “Stabilcum”, che dir si voglia) sarà un test importante per il neonato movimento, per rendere perspicua la sua distanza dalla cultura del maggioritario sia della maggioranza sia del campo largo.
Chi scrive è stato in passato un partigiano del modello maggioritario. Calato il sipario sulla “conventio ad excludendum”, travolta dalla caduta del Muro di Berlino, mi sembrava una strada obbligata. Epperò, come diceva (forse) Keynes, “quando cambiano i fatti, io cambio opinione”.
E i fatti dicono che la stagione del maggioritario è stata avara di risultati non soltanto sul terreno dei mezzi (la governabilità), ma anche su quello dei fini (le riforme di struttura, come si chiamavano una volta, economiche, sociali e istituzionali).

La storia della Seconda Repubblica è diventata così la storia di una generosa illusione, ossia della speranza, rivelatasi vana, che con operazioni di ingegneria elettorale fosse possibile curare mali endemici del sistema politico.
In due casi (Porcellum e Rosatellum) concepite per tagliare le unghie, rispettivamente, al centrosinistra e ai Cinque Stelle; e, più in generale, tese a creare dall’alto un modello bipartitico, senza peraltro avere il coraggio di imporlo fino in fondo, ma costruendo un cervellotico meccanismo delle coalizioni pre-elettorali.
Il “Melonellum” è solo l’ultimo atto di una vicenda ultratrentennale che ha visto la formazione di alleanze forzate, tenute insieme dall’unico obiettivo di impedire la vittoria dell’avversario.
Un sistema che ha tribalizzato, non civilizzato, la competizione tra partiti e schieramenti, favorendo la nascita di maggioranze composite e contraddittorie, in particolare sulle grandi questioni internazionali (la divisione sull’Ucraina è paradigmatica).
Non siamo morti democristiani e non siamo obbligati a morire bipolaristi. L’Italia deve (dovrebbe) finalmente scegliere se essere una democrazia proporzionale o una democrazia maggioritaria.
Gli ibridi non funzionano. O un proporzionale con sbarramento (alto) e preferenze, o un doppio turno di collegio con ballottaggio tra i due meglio piazzati.
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Un altro minipartito? Dopo Marattin, Calenda, +E, Renzi, Spazio pubblico … se ne sentiva il bisogno
D’accordo sull’elenco delle problematiche irrisolte, ma non sulla sospirata (a bassa voce) soluzione: il proporzionale puro.
Perché? Perché rischierebbe di farci – nuovamente – morire di pentapartiti, ricatti, corruzioni costanti, CAF, chiacchiere a non finire.
Ergo la soluzione perfetta non esiste e perdere tempo a cercarla aggrava ulteriormente la nostra situazione nell’attuale, drammatico contesto internazionale (abbiamo gli omini di Putin in casa: i Vannacci, Salvini, Conte, il duo di AVS, etc.)
Accontentandoi di soluzioni imperfette, basta copiare dai Paesi più virtuosi, come la Germania e davvero non pochi altri.
Così non moriremo democristiani, ma neanche di stupidità già sin troppo diffusa.