

We have no lyrics, just titles, and I like it when things are abstract. I don’t want to tell a story or force anyone towards a certain story. Everyone can do with the music what they want
Morten Gass

C’era una volta un gruppo di doom metal, che pur non cambiando filosofia, ha personalizzato completamente il proprio suono in una metamorfosi sorprendente verso un orizzonte particolare, un jazz noir lentissimo, ambient jazz, chiamatelo pur come preferite. La formazione nasce in Germania alla fine degli anni Ottanta e si struttura definitivamente nei primi anni Novanta dopo lo scioglimento del precedente progetto metal dei membri fondatori, segnando un cambio di direzione netto ma coerente nella ricerca di atmosfere dilatate e pesanti. Ci sono musicisti che costruiscono la loro carriera su un segno forte, un approccio compositivo particolare e riconoscibile, un’estetica nuova, uno sviluppo inatteso, un’atmosfera inequivocabile. È il caso di questa band non a caso tedesca. Non a caso perché la cultura di quel paese spesso ha dato vita ad espressioni artistiche nette, a band con una poetica riconoscibile al primo ascolto, a rivolgimenti culturali radicali.
Nel corso degli anni la produzione discografica ha consolidato questa identità: dagli esordi con album come Gore Motel (1994) e Midnight Radio (1995), passando per Sunset Mission (2000) — spesso considerato uno dei lavori più rappresentativi — fino a pubblicazioni successive come Black Earth (2002), Geisterfaust (2005), Dolores (2008), Beileid (2011) e Piano Nights (2014). Le uscite mantengono una coerenza stilistica evidente, pur introducendo variazioni timbriche legate all’uso del pianoforte, del sax o dell’organo elettrico. La loro attività live, pur non intensissima, si è sviluppata in Europa e in contesti festivalieri selezionati, privilegiando spazi raccolti e teatri in cui le dinamiche sonore e il volume contenuto possano essere percepiti con precisione.
Bohren & Der Club Of Gore sono ipnotici e ascoltare una loro playlist è come abbandonarsi ad una suite in diversi movimenti. Lenti, con il sax che sussurra melodie minimali, echi di batteria lontani, si respirano atmosfere “alla David Lynch” ovvero di una dolcezza vellutata, ma sinistra. La tenebra in cui si dispiegano queste musiche sembra quasi solida, da tagliare a fette. Musica al contempo molto sensuale e cinematografica con spesse scenografie di archi sintetici a delineare il paesaggio sonoro. Qui siamo nella fusione completa di stili tra loro lontani anni luce, un tratto tipico del XXI secolo, dove tutte le informazioni transitano, tutte le musiche possono essere ascoltate e tutti i libri letti, tutte le ibridazioni possibili.
Proprio la componente cinematografica rappresenta uno degli elementi più osservati dalla critica: molti ascoltatori e recensori hanno sottolineato come le strutture lente, la ripetizione e l’attenzione al dettaglio timbrico rendano questi brani affini al linguaggio della musica per immagini. Senza essere vere colonne sonore, le composizioni funzionano come spazi sonori pronti ad accogliere una narrazione visiva, e non è raro che vengano accostate idealmente al noir, al thriller psicologico o a sequenze urbane notturne. Questa qualità deriva anche dall’uso del silenzio e della dilatazione temporale, tecniche che avvicinano la loro scrittura alla logica della soundtrack più che a quella jazzistica tradizionale.
C’è indubbiamente tra queste note sospese l’influenza di Angelo Badalamenti e l’estetica di David Lynch. Una musica sognante che sembra frutto di un’alterazione chimica di chi ascolta, una distorsione spazio temporale o forse uno stordimento sensuale, un erotismo buio, le pagine di un libro nero, un Brett Easton Ellis seduto su un divano di velluto blu. Ogni brano sembra destinato ad arenarsi tra le note basse a cui si abbandona, a perdersi nel nulla, a sprofondare nel silenzio.
L’influenza del compositore italoamericano è stata spesso citata in relazione alla dimensione armonica e atmosferica della band: l’uso di progressioni lente, tonalità profonde e una costruzione emotiva basata sulla sospensione richiama alcuni principi presenti nelle sue partiture per cinema e televisione. Non si tratta di imitazione diretta, quanto piuttosto di un’affinità nella concezione del suono come spazio emotivo, dove pochi elementi orchestrati con cura generano una tensione narrativa.
Sentiamo il soffio del sax come se fossimo dentro allo strumento, il pianoforte suona sulle ottave più basse, tessiture minimali di sintetizzatore evocano paesaggi cupi a cui magari si contrappone un pianoforte con parti più musicali e meno lunari e il sax porta sempre una dolcezza riflessiva come certi profumi che cerchiamo negli abbracci più intimi. Una musica malata che a suo modo potrebbe protrarsi per ore in un’eterna evocazione di atmosfere sospese. I Bohren & Der Club Of Gore sono riusciti nell’improbabile alchimia di trasformare l’apocalisse del doom metal in un racconto sussurrato che allude ad una solitudine sospesa o evoca nostalgiche visioni di mani, occhi e labbra ora assenti o scomparse nei rivolgimenti dello spazio e del tempo, in scene illuminate dalla luce diafana dei lampioni in qualche strada vuota. Come nei momenti migliori di Raymond Chandler o appunto di Brett Easton Ellis, quando la foga degli eventi si fa da parte, resta una vuoto abissale, uno sguardo oltre la finestra, mentre il traffico scorre nella sera con i fari che tagliano il buio.
La ricezione critica nel corso degli anni ha evidenziato soprattutto la coerenza stilistica e l’originalità del posizionamento tra generi. Recensioni su riviste musicali e piattaforme specializzate hanno spesso segnalato la capacità della band di creare un’identità sonora riconoscibile e di mantenere una lentezza radicale in un contesto culturale, il nostro, orientato alla velocità. Alcuni osservatori hanno anche sottolineato come la fruizione di questi lavori richieda condizioni di ascolto attente, in ambienti silenziosi e senza distrazioni, ponendoli più vicini a pratiche contemplative che all’intrattenimento immediato.
Ne esce alla fine una musica o meglio un flusso sonoro che imbastardisce il jazz con paesaggi di matrice evidentemente diversa, in un minimalismo fatto per rallentare la mente e lasciarla in un silenzio assai poco comune. Se ascolto la mia mente sento spesso uno scorrere disordinato di rumori, chiacchiere, pensieri, in una cacofonia suscitata da un eccesso di sollecitazioni, informazioni, farneticazioni. E la voce umana? Compare in un solo brano dei Bohren & Der Club Of Gore ed è la voce di Mike Patton in una struggente interpretazione che si cala con consapevolezza nella poetica della band impegnata qui a stravolgere un brano dei Warlocks. Patton canta con la solita maestria e mentre i brani strumentali giocano ambiguamente tra stati d’animo opposti in un’atmosfera sospesa, qui la voce costruisce un orizzonte definito, drammatico, tormentato e struggente, come in un quadro di Munch. CLICCATE QUI per scoprire il mondo dei Bohren & Der Club Of Gore e abbandonatevi all’oblio.
Achivio di (((RadioPianPiano)))

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