

Il disegno di legge che modifica il titolo IV della Costituzione è stato approvato in via definitiva dal Parlamento. Come ormai è noto, prevede la separazione delle carriere dei magistrati requirenti e giudicanti, l’istituzione di due diversi Consigli superiori della magistratura, l’introduzione del sorteggio per i membri dei Csm e la creazione di un’Alta Corte disciplinare, chiamata a emettere le sentenze disciplinari nei confronti dei magistrati di entrambe le funzioni. La riforma però non ha incassato la maggioranza dei due terzi né alla Camera né al Senato, quindi sarà sottoposta a un referendum confermativo (senza quorum).
Non sono un giurista né un avvocato, ma ho aderito senza esitazioni al Comitato SìSepara costituito dalla Fondazione Luigi Einaudi (chi intendesse farvi parte, può andare sul sito sisepara.it e cliccare sul banner “Aderisci come Sostenitore”). Provo a spiegare la mia scelta.
L’Anm in testa, e la sinistra in coda, sostengono che la riforma mina l’autonomia della magistratura perché il governo vuole avere “mani libere” (copyright di Elly Schlein). Tesi palesemente infondata. Basta leggere il testo dell’art. 104: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente”. Tant’è che Nicola Gratteri, ad esempio, è costretto ad esercitare l’arte divinatoria per dimostrarla (“tra vent’anni il pm sarà ineluttabilmente sottomesso al potere esecutivo”).
Per altro verso, la separazione delle carriere è la logica conseguenza del processo accusatorio voluto dal ministro socialista Sebastiano Vassalli (1988), nonché del principio enunciato nell’art. 111 della Costituzione (emendato nel 1999): “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale”.
La riforma rafforza pertanto la terzietà del giudice. Quella terzietà, come ha osservato il presidente dell’Unione delle camere penali italiane Francesco Petrelli, che “non è mai stata realizzata, condividendo ancora i magistrati, requirenti e giudicanti, un’unica e indistinta commistione di interessi in sede di disciplina, di valutazione professionale e di avanzamento delle carriere”.
Infine, la separazione delle carriere vige in numerosi paesi europei e funziona egregiamente. Forse questi paesi hanno tradito “lo spirito delle leggi” di Montesquieu?
Ma c’è una ragione più di fondo che milita a favore della riforma. La domanda è: essa, pur con i suoi limiti e difetti (che lascio agli esperti indicare), rappresenta o non rappresenta un passo in avanti verso una giustizia più giusta, verso una più elevata civiltà giuridica? A mio avviso, la risposta è affermativa. E provo a spiegare perché.

Riflettiamoci bene. Discutiamo di Parlamenti e governi, elezioni e partiti come se fossero ancora i pilastri della vita pubblica. Non è così, o non è più solo così. In Italia il gioco democratico è ormai vistosamente condizionato da un potere di corpo che trascende il circuito del voto: la magistratura, appunto. Insieme ai media e al web, oggi costituisce l’architrave di una costituzione silenziosa in grado di trasformare le organizzazioni più solide in una cricca di malfattori. Essa, al contrario, resta intoccabile. Pena il timore che venga messa in discussione la sua autonomia, nonostante un clamoroso scandalo (“affaire Palamara”) che ha rischiato di travolgere proprio l’organo che doveva garantirla.
È vero, non mancano le accorate considerazioni sulle lungaggini e sulle inefficienze dell’iter giudiziario. Senza però che i loro costi — sociali, economici, umani — varchino mai la soglia del piagnisteo impotente a cui si contrappone un giustizialismo ottuso. Se non intervengono le manette, il politico, l’amministratore, il manager o l’imprenditore sotto accusa entrano nel cono d’ombra di un calvario processuale di cui si perderanno presto le tracce. Salvo tornare, ma molto più marginalmente, sui giornali nel momento dell’archiviazione o del proscioglimento.
Ne sanno qualcosa, solo per citare alcuni tra i casi più noti di un elenco sterminato, Silvio Berlusconi, Romano Prodi, Filippo Penati, Stefano Esposito, Antonio Bassolino, Ottaviano Del Turco (come si vede, è ridicolo parlare di “toghe rosse”). Di fronte a risultati così deludenti, non sorprende che qualche procura tenda a privilegiare — nella scelta dei suoi obiettivi — personalità di maggior calibro istituzionale o personaggi del mondo delle imprese di rilievo nazionale (maxi-inchieste su “Milano urbanistica”, “caso Elkan Exor”, “caso Tod’s” e, da ultimo, “caso Campari”).
Del resto, siamo in un’epoca in cui intercettazioni e documenti coperti dal segreto istruttorio vengono pubblicati ad horas dalla stampa, e in cui l’apertura di un fascicolo o un avviso di garanzia non si nega a nessuno, soprattutto se ricopre o si candida a una poltrona di sindaco, di governatore, di ministro, di leader politico.
In questa palude melmosa sguazzano il populismo penale, i verdetti emessi dal tribunale della Rete, la tentazione che la “gente” si faccia giustizia da sé. Nel tempo in cui un manipolo di aspiranti giacobini si vantava senza pudore di una legge chiamata “spazzacorrotti”, è in buona misura questa l’odierna realtà repubblicana. Una realtà in cui c’è ancora chi preferisce un innocente in galera a un colpevole libero.

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