
Uno dei dettami della deontologia comunicativa della stampa anglosassone impone al redattore il massimo di aderenza ai fatti e il divieto di apparire in prima persona nel contesto di un articolo.
Il tema di oggi si allontana volutamente da questo assunto, perché ciò di cui scrivo nasce da un’esperienza personale che ha bonificato il terreno di alcune dubbiose convinzioni.
L’antefatto risale a quando le mie coronarie hanno chiesto il conto del maltrattamento subito a causa dello stile di vita del loro padrone, reo di aver coltivato – salvo gli alcolici – quasi tutti i vizi del maschio metropolitano: cibo, caffè e tabacco, con sottofondo costante di stress e ipocondria.
Conto pagato anni fa con l’inserimento di uno stent in una coronaria, ma di recente il vero sovrano, il cuore, ha acceso una spia sul cruscotto. Si è spenta solo pochi giorni fa, dopo l’impianto di un pacemaker e una coronarografia che, fortunatamente, ha rilasciato un salvacondotto esentasse: niente angioplastica né nuovi stent.
Perché raccontare qualcosa che per un anziano non è nemmeno così raro? Perché questi eventi mi hanno portato nel reparto di cardiologia di un ospedale privato convenzionato, un luogo franco dove le differenze sociali sono sospese: tutti in pigiama, stessi orari, stessa vulnerabilità conculcata da ferrea disciplina.
Lì ho incontrato medici e infermieri di rara professionalità e gentilezza, ma soprattutto alcuni miei concittadini assai diversi da come vengono normalmente descritti, nel bene e nel male.
In una camera da tre, i miei compagni erano un sessantasettenne e un ottantenne di provenienza geografica ed estrazione sociale diverse. Stereotipi viventi dell’italiano del terzo millennio: onniscienti su programmi TV di intrattenimento, quiz, sport e talk show; su anchorman, politici e celebrità, con relative vicende familiari ed extraconiugali. Più che diffidenti verso gli immigrati, con un inspiegabile puntiglio nei confronti dei rumeni, e fieri avversari degli agitatori politici.
La mia prima reazione non è stata benevola. È emerso il cilioso liberal internazionalista che crede di sapere tutto, che non guarda le TV generaliste da anni e predica uguaglianza e spirito democratico, ma che davanti alle classi medio-basse prova un disagio difficile da confessare.
Un disagio amplificato durante gli orari di visita, quando la stanza veniva invasa dai loro familiari: mogli, figli e nipoti chiassosi, inclini alla protesta verso il personale sanitario e ironici sul vitto ospedaliero: minestrine, stracchino, zucchine bollite e mele impossibili da sbucciare con un coltello di plastica vagamente seghettato.
Non ho dubbi che anche io fossi osservato con pari curiosità e aprioristica antipatia: cosa ci faceva lì quel vecchio arnese da borghesia novecentesca? In quella stanza si specchiavano due Italie che parlano linguaggi diversi prima ancora di avere opinioni diverse, separate da codici culturali e visioni del mondo.
Poi, al terzo giorno di convivenza, ognuno afflitto dai propri guai di salute, è avvenuto qualcosa di semplice e quasi miracoloso: ci siamo riconosciuti come esseri umani. Abbiamo iniziato a raccontarci le nostre vite, a condividere paure e speranze, tanto da attendere con ansia e partecipazione chi di noi rientrava in stanza dopo un esame.
Alla dimissione ci siamo abbracciati e scambiati i numeri di cellulare. Un finale degno di certe commedie romantiche hollywoodiane in cui, dopo incomprensioni e scontri, sboccia l’amore tra i protagonisti: lui e lei scoprono di avere più cose in comune di quanto immaginassero.
Cosa ho imparato? Una verità che spesso politici, intellettuali e giornalisti faticano a vedere: la cosiddetta “gente comune” vive con parametri morali e priorità differenti. Lotta per mantenere un equilibrio fragile, risparmia per pagare il mutuo di una casa e per far studiare i figli, teme la perdita del lavoro a causa degli immigrati e considera il welfare non un favore dello Stato, ma un diritto pagato con i contributi da lavoratore dipendente. Non è una distanza astrattamente morale, ma di esperienza esistenziale, difficilmente spiegabile a chi ne vive al di fuori.
I miei compagni di stanza erano due brave persone. Abbiamo condiviso biscotti e cioccolatini, offerti anche alle infermiere non per spirito corruttivo, ma per sincera gratitudine verso il loro lavoro, svolto con una gentilezza quasi affettuosa, soprattutto durante i turni di notte, quando la vulnerabilità dei pazienti emerge senza difese. In ospedale il corpo diventa il grande livellatore: l’iPhone e la minestrina finiscono simbolicamente sullo stesso comodino.
Forse tutto questo può sembrare mieloso, ma è il succo della mia esperienza recente.
L’Italia è un Paese carico di conflitti e contraddizioni, dove le narrazioni mediatiche spesso amplificano le distanze e creano tifoserie ignoranti, nel senso letterale del termine.
Eppure, nei momenti difficili, riemerge una trama invisibile fatta di riconoscimento reciproco e solidarietà concreta. Non esistono soluzioni semplici né chiavi universali, ma esiste ancora una capacità tutta italiana di trasformare il conflitto in familiarità. Forse è proprio questo, più di qualunque etichetta economica o politica, il vero Made in Italy.

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908


Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

All’ospedale, 52 anni fa, ho trascorso una delle più belle notti di San Silvestro della mia vita. Ancora la ricordo con commozione.
Buona e piena convalescenza! Ephraim Nissan
Anzitutto sono molto contento che la spia sul cruscotto si sia spenta senza un serio tagliando!!!
Riguardo all’articolo credo che il senso di comunione manifestatosi, sia stato indotto dalla condizione di fragilità, causata da un problema sanitario comune. E ci mancherebbe!!!
Lei sa meglio di me che di norma, quando non vi sono situazioni critiche contingenti è molto più probabile ritrovarsi sulle barricate a difendere la propria visione ed il proprio orticello, oggi più che mai.
Si riguardi e faccia le coccole al suo cuoricino!!!
Bellissimo, Signor Stefano.
Alla fine, il vero “Made in Italy” non risiede tanto nel cashmere o nel parmigiano, quanto in quel pigiama condiviso tra un intellettuale e due signori che sanno tutto di TV: la capacità, quando il cuore batte fuori tempo, di passare dal pregiudizio al “prendiamo un caffè insieme” in tre giorni netti. È un lusso invisibile, artigianale e un po’ caotico; non si esporta sulle passerelle, ma resiste nei reparti di cardiologia e nei corridoi di notte. Complimenti per avercelo mostrato con tanta grazia ed eleganza: l’Italia vera, quella che conta, si vede meglio in pigiama che nei talk show.
Un caro saluto e buon proseguimento!
Come sempre, ultimamente, il mio commento non compare. Dicevo solo che, più che una caratteristica degli Italiani \”brava gente\”, si tratti di una Sua personale predisposizione alla gentilezza. Abbia cura del Suo cuoricino e lo preservi per noi. Nadia Mai
Inviato da Outlook per Androidhttps://aka.ms/AAb9ysg ________________________________
Purtroppo accade anche al sottoscritto e quando dimentico di copiare il testo…..zacchete!! Il sistema si impalla e addio pensierino. Sinceramente è frustrante
Forse è come dice Lei, Stefano, e lo spero.
Ma, più che una bella caratteristica italiana, credo sia indice della Sua amabile predisposizione alla gnetilezza.
Tratti bene il suo cuoricino e lo preservi per noi.