


Quattro anni fa l’invasione russa dell’Ucraina riportava la guerra su larga scala nel cuore del continente europeo. Non si trattò di un conflitto periferico né di una crisi regionale destinata a esaurirsi rapidamente. Fu l’interruzione di una lunga fase storica nella quale l’Europa aveva coltivato l’idea che la sicurezza fosse ormai un dato acquisito e che la competizione tra potenze appartenesse al passato.
Da allora il quadro strategico europeo è mutato in profondità. La guerra ha ridefinito priorità politiche, bilanci pubblici, politiche industriali e alleanze. Ha imposto un’accelerazione ai processi di riarmo, ha modificato la postura della NATO sul fianco orientale, ha costretto l’Unione Europea a confrontarsi con il proprio ruolo geopolitico in termini non più teorici ma operativi.
L’Ucraina è divenuta il teatro di una guerra che combina dimensione convenzionale, tecnologia avanzata, pressione economica e azione informativa. La guerra ibrida non è un complemento del conflitto: ne è una direttrice strategica. L’obiettivo non è soltanto colpire infrastrutture o conquistare territorio, ma erodere la coesione delle democrazie occidentali, alimentare ambiguità, insinuare dubbi sistematici sulle responsabilità dell’aggressione.
In Italia questa offensiva informativa ha trovato un terreno sorprendentemente permeabile. Sono anni che nei principali studi televisivi si assiste alla legittimazione di narrazioni che riproducevano, quasi parola per parola, la cornice interpretativa del Cremlino. L’aggressione è stata relativizzata, l’invasione presentata come reazione inevitabile, l’aggredito trasformato in provocatore. Non si è trattato di pluralismo, ma di una sistematica equiparazione tra fatto e propaganda.
Il dissenso è legittimo. Ma non è legittimo spacciare per opinione ciò che è propaganda. In questi anni il richiamo rituale al “contraddittorio” ha spesso prodotto una falsa equivalenza: da un lato fatti accertati, dall’altro narrazioni costruite per rovesciarli. Metterli sullo stesso piano non è pluralismo. È confusione deliberata. La guerra ibrida passa anche da qui: dalla normalizzazione dell’ambiguità, dalla spettacolarizzazione della confusione.
Anche per questo l’Ucraina è diventata il banco di prova della tenuta occidentale, ma anche la misura delle sue fragilità. Le discussioni sulle forniture militari, sulle sanzioni, sulla sostenibilità di un conflitto prolungato hanno messo in luce divergenze che attraversano l’Europa e l’intero spazio euroatlantico.
La prospettiva di una ridefinizione dell’impegno statunitense, alla luce dell’elezione di Donald Trump, introduce un ulteriore elemento di instabilità. Non si tratta di un semplice cambio di amministrazione, ma della possibile riaffermazione di una visione transazionale delle alleanze. Per l’Europa questo scenario rappresenta un banco di prova decisivo: la sicurezza continentale non può essere pensata come automatismo permanente.
In questi quattro anni si è aperto un dibattito che riguarda il futuro stesso dell’architettura europea. Autonomia strategica, integrazione nella difesa, coordinamento industriale e capacità di deterrenza non sono più formule di convegno, ma condizioni di credibilità.
La guerra ha inoltre ricollocato al centro dell’agenda europea i Paesi dell’Est e la loro percezione della minaccia proveniente dalla Russia. Ciò ha prodotto un riequilibrio interno agli assetti dell’Unione e ha costretto le capitali occidentali a rivedere presupposti consolidati.
A quattro anni dall’inizio del conflitto, la questione non è soltanto militare. È politica, culturale, strategica. Che tipo di Europa emergerà da questa fase? Un’Europa capace di assumersi la responsabilità della propria sicurezza o un’Europa oscillante, divisa tra realismo e rimozione?
A quattro anni dall’inizio dell’invasione russa, domani InOltre dedicherà un numero monografico con l’intento di affrontare tali interrogativi senza ambiguità.
La guerra in Ucraina non è un episodio transitorio ma uno spartiacque storico.

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E’ almeno dal 2008 con l’invasione della Georgia che la Russia ha assunto una posizione aggressiva. I leader europei hanno sempre cercato di minimizzare e giustificare le azioni russe per convenienza energetica e per rinviare cospicui finanziamenti alla difesa.
Ora non è più il momento di tergiversare e cercare di arrivare alla fine del conflitto con la diplomazia: la Russia non ha nessuna intenzione di negoziare, cercherà di ottenere il più possibile dalle azioni sul campo prendendo tempo con Trump che non vuole essere coinvolto direttamente e ribaltando gli oneri sull’Ucraina.