


L’interesse dell’Inter per l’israeliano Anan Khalaili non sarebbe soltanto un’operazione di mercato: in un clima polarizzato, il suo arrivo in Serie A diventerebbe un fatto culturale e mediatico. La vera prova sarà proteggere il giocatore dalle strumentalizzazioni, lasciando che sia il campo a parlare.
Nel calcio contemporaneo, il rettangolo verde è ormai diventato l’estensione naturale delle scacchiere geopolitiche. La notizia dell’interesse dell’Inter per il talento israeliano Anan Khalaili non può e non deve essere derubricata a una banale operazione di mercato o a un semplice rinforzo tecnico.
A uno sguardo superficiale potrebbe sembrare il consueto acquisto di un giovane promettente, ma l’approdo di un giocatore israeliano nel nostro campionato di calcio, in un momento storico così drammaticamente polarizzato, assume i contorni di un vero e proprio evento culturale. È una mossa destinata a generare un’onda d’urto ben più profonda del perimetro tracciato col gesso su un campo da gioco.
Sarà, inevitabilmente, una mossa destinata a fare molto rumore tra i tifosi e, soprattutto, nelle piazze infuocate dei social network. Eppure, al netto delle prevedibili polemiche, questa potrebbe rivelarsi una grandissima occasione per il nostro calcio. E non solo.
La vera sfida per l’Inter, e per l’intero sistema mediatico-sportivo, sarà la capacità di proteggere il giocatore. Negli ultimi anni abbiamo assistito a massicce levate di scudi a difesa di calciatori “black” coinvolti in episodi controversi sul prato verde: una tutela doverosa che, tuttavia, ha spesso assunto contorni quasi grotteschi, esasperati da un “wokismo” performativo che ha trasformato sacrosante battaglie in forzature ideologiche.
Se il sistema saprà garantire a Khalaili la stessa intoccabilità, mettendolo al riparo dalle strumentalizzazioni, il suo approdo in Serie A si rivelerà prezioso.
Khalaili, infatti, avrebbe l’opportunità di diventare un portavoce essenziale per Israele, offrendo al Paese l’occasione di riproporsi al pubblico italiano in una veste radicalmente diversa, fondata sul talento e sulla normalità dello sport. La speranza, ovviamente, è che l’opinione pubblica e la stampa non commettano l’errore di caricarlo di responsabilità geopolitiche che non gli competono, evitando di “massacrarlo” al primo pretesto utile.
Ma c’è un dettaglio fondamentale che eleva questa potenziale operazione da semplice caso sportivo a vero e proprio paradosso sociologico: Anan Khalaili è un arabo-israeliano. Una doppia appartenenza che affonda le radici nella sua città d’origine, Sakhnin, un luogo che ha fatto storicamente del prato verde uno straordinario laboratorio di integrazione e convivenza pacifica, e dove già suo padre giocava a calcio prima di lui. La sua stessa identità rappresenta un cortocircuito irrisolvibile per le narrazioni polarizzate dei social network. Chi, mosso da cieca foga ideologica, dovesse attaccarlo per il passaporto che porta, si ritroverebbe paradossalmente a linciare un ragazzo di origini arabe. È la complessità del reale che irrompe nel recinto del calcio, disinnescando in un colpo solo le banalizzazioni e il finto progressismo da tastiera.
Quanto alla tenuta psicologica di cui questo ragazzo è capace, la sua stessa biografia fornisce le massime garanzie. Navigare la complessità di una simile doppia identità, crescendo in un simile crocevia culturale e appartenendo a un popolo costretto a fare della propria aria e dei cieli uno spazio blindato, significa possedere anticorpi storici che nessuna tempesta social può scalfire. L’indignazione a buon mercato e il vuoto cosmico degli hater sono ben poca cosa per chi incarna quotidianamente, sulla propria pelle, le profonde e irrisolte contraddizioni del Medio Oriente.
Se la trattativa andrà in porto, a Khalaili basterà allacciarsi gli scarpini e correre sulla fascia destra. A zittire il rumore di fondo ci penserà il campo.
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