

La discussione con alcuni amici cattolici, come me, sui temi della guerra e della pace, di questi tempi, è sempre in corso. Devo dire che, quando mi trovo dinanzi a un interlocutore che si proclama pacifista, com’è accaduto nella stessa giornata in cui sto scrivendo queste righe, ricorro ormai da un paio d’anni alla stessa domanda: «Di fronte a un aggressore che invade uno Stato con il proprio esercito, bombarda le città e brutalizza i civili e che, purtroppo, nonostante i ripetuti tentativi di negoziazione, non accenna a fermarsi, cosa si deve fare?».
A questo punto, il pacifista (che io definisco “platonico”), come mi è già successo in altre occasioni, ha fatto ricorso a una serie di circonvoluzioni retoriche, senza riuscire a proporre alcuna soluzione concreta. Dopo aver ascoltato parole tanto commoventi quanto del tutto inutili ai fini della questione, ho mantenuto i nervi saldi e ho riposto la stessa domanda: «Sì, va bene, ma come lo fermi l’aggressore di cui sopra?». A quel punto, sono stato accusato di adoperare una prospettiva troppo ristretta, di non voler “cambiare logica”, di partire da una mentalità sbagliata, proprio io che, nella vita, insegno filosofia e che dovrei essere aperto a ragionare con categorie differenti da quelle abituali.
Senza scompormi, per la terza volta, ho riproposto la domanda: «Per favore, mettiamo da parte la filosofia e la metafisica. Sto facendo una domanda semplicissima: come lo fermi quell’aggressore? Ti prego, dammi la tua soluzione».
Quando l’interlocutore ha ricominciato a cantare la stessa canzone, mi è apparsa nella mente quella scena de La grande bellezza in cui una fumosa artista d’avanguardia, di nome Talia, non riesce a spiegare in termini chiari la propria performance a Jep Gambardella, che la sta intervistando per una rivista, poiché lei vive “di vibrazioni”. Il povero Jep, esasperato dalla fuffa, tenta di riportarla più volte sul terreno solido della logica, fino a sbottare: «Santo cielo, signora, che cos’è una vibrazione?».
Ecco, nonostante i miei reiterati tentativi, non sono riuscito a farmi rispondere a una domanda terra terra, ma fondamentale, quale è quella su come si ferma un aggressore che non intende negoziare senza l’uso della forza. È evidente che una tale risposta non può arrivare, perché implicherebbe l’irruzione di ciò che il pacifismo platonico è impegnato a rimuovere, vale a dire la realtà.
Mentre stavo per abbandonare la discussione, il mio interlocutore ha sentito il bisogno di chiedermi come io potessi definirmi cristiano e, allo stesso tempo, sostenere la necessità dell’Ucraina (perché il caso concreto della disputa era questo) di difendersi con le armi e di ricevere, in aggiunta, il nostro sostegno militare. A questo punto, il dialogo era davvero finito, per un motivo semplice: era evidente che il mio interlocutore non avesse letto il Catechismo della Chiesa cattolica.
Quest’ultimo, ovviamente, ribadisce un principio assoluto: «L’uccisione volontaria di un innocente è gravemente contraria alla dignità dell’essere umano» (n. 2261). Il quinto comandamento ha validità universale: «obbliga tutti e ciascuno, sempre e dappertutto». Su questo non esiste eccezione, né privata né politica. Ma proprio questa radicalità impedisce ogni scivolamento in un pacifismo astratto che ignori le condizioni reali dell’agire umano nella storia.
Nel Discorso della montagna Cristo radicalizza il precetto: non solo vieta l’omicidio, ma anche l’ira, l’odio e la vendetta (n. 2262). Chiede di porgere l’altra guancia, di amare i nemici, di rifiutare la violenza come principio di salvezza. Tuttavia — ed è qui il punto decisivo — questa radicalità evangelica non viene mai trasformata in una negazione morale della difesa.
Il Catechismo è esplicito: «La legittima difesa delle persone e delle società non costituisce un’eccezione alla proibizione di uccidere l’innocente» (n. 2263). Perché? Perché l’oggetto morale dell’atto non è l’uccisione, ma la difesa della vita.
Riprendendo Tommaso d’Aquino, il Catechismo afferma che da uno stesso atto possono seguire due effetti: «la conservazione della propria vita» e, in modo non intenzionale, «l’uccisione dell’attentatore» (nn. 2263–2264). Qui la distinzione tra intenzione e conseguenza è cruciale. Non solo: citando direttamente Tommaso, «non è necessario per la salvezza dell’anima che uno rinunzi alla legittima difesa per evitare l’uccisione di altri» (n. 2264).
Questo vale non solo per il singolo, ma anche per le comunità politiche. «La legittima difesa, oltre che un diritto, può essere anche un grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri» (n. 2265). Qui il Catechismo introduce una verità spesso rimossa nel discorso pacifista: la responsabilità del bene comune può esigere l’uso della forza. Non per vendetta, non per dominio, ma per porre l’ingiusto aggressore in stato di non nuocere: «A questo titolo, i legittimi detentori dell’autorità hanno il diritto di usare anche le armi per respingere gli aggressori della comunità civile affidata alla loro responsabilità».
La Chiesa esorta con insistenza a evitare la guerra, ne riconosce i mali e le ingiustizie, ma rifiuta l’idea che la guerra sia sempre e comunque moralmente illecita. «Fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un’autorità internazionale competente… non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa» (n. 2308).
Qui il realismo è disarmante: la morale non viene costruita su un mondo ideale, ma su quello reale, segnato dall’assenza di un’autorità globale efficace. Certo, le condizioni della legittima difesa sono rigorosissime: il danno deve essere «grave, durevole e certo»; tutti gli altri mezzi devono essere falliti; devono esistere fondate possibilità di successo; e l’uso delle armi non deve provocare mali peggiori del male da eliminare (n. 2309). Non c’è nulla di trionfalistico o bellicista in questa dottrina. C’è, piuttosto, il rifiuto di una morale che si sottragga alla tragedia della storia.
Alla fine, dunque, il problema della discussione che ho raccontato non consiste tanto nella diversità di vedute, che è sempre legittima, ma in una certa confusione che serpeggia anche nella comunità ecclesiale italiana (all’estero non saprei), la quale identifica la morale cattolica con il dettato pacifista. Basta una rapida lettura, però, per constatare il contrario. A meno che non si voglia dire che gli estensori del Catechismo siano dei guerrafondai.
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Salve, mi sono iscritto, grazie, c’era chi diceva, perentoriamente, discutere e’ inutile. Io,,sine titula, vorrei ricordare HISTORIA MAGISTRA VITAE, sarebbe ancor piu’ importante conoscere la Storia delle Religioni, quindi non e’un errore grosso…e molto molto di piu’, anche perche’ e’ impossibile scindere la Storia dalla Religione.Essa non inizia con Rousseau, non inizia nell’ottobre 1917..poi sarebbe Novembre, non inizia nel 1921, non inizia il 25 aprile 1945, scusate Matteo Roma
(Daniela Martino)
Una riflessione per l’amico pacifista: Ignazio Silone, il “santo in uscita” e l’Ucraina. Nel suo capolavoro Pane e vino, Ignazio Silone mette in scena la figura di Pietro Spina, un rivoluzionario che si traveste da prete per continuare la lotta contro l’oppressione fascista. In quest’opera, la resistenza non è configurata come una mera opzione politica, bensì come una necessità metafisica radicata nella dignità umana e nell’amore per il prossimo. Silone ci insegna che, in determinati frangenti della storia, la passività non è sinonimo di “purezza” evangelica, ma rischia di diventare complicità con il male. Il “giusto” siloniano non ricerca il conflitto per sé, ma è consapevole che il sacrificio della propria pace interiore — e talvolta della vita stessa — rappresenta il prezzo ineludibile per proteggere chi è perseguitato. Questa prospettiva non nega il valore assoluto della pace, ma la sottrae all’astrazione platonica. L’amore per il prossimo, in Silone, non è un sentimento vago e consolatorio, ma un atto concreto di protezione verso il debole. Se la giustizia viene calpestata dalla violenza delle armi, la carità stessa impone di non lasciare l’oppresso senza difesa: direbbe Silone che l’amore autentico per il prossimo non può tradursi nell’accettazione passiva del sopruso verso il più debole. Proprio come Pietro Spina non poteva rimanere inerte di fronte al fascismo che schiacciava i contadini abruzzesi, così oggi, di fronte all’aggressione russa contro l’Ucraina — con le sue città bombardate, i civili brutalizzati e i ripetuti rifiuti di una negoziazione seria — la fede cristiana non può ridursi a un invito astratto a “cambiare logica” o a vivere di “vibrazioni”. Il Catechismo della Chiesa cattolica, come Lei ha evidenziato, è chiarissimo: la legittima difesa «può essere anche un grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri» (n. 2265), e i detentori legittimi dell’autorità hanno il diritto di usare le armi per respingere gli aggressori della comunità civile loro affidata. La vera pace non è l’assenza di conflitto a qualunque costo, ma la presenza della giustizia. Lasciare che l’aggressore continui a nuocere senza opporre resistenza efficace significherebbe, silonianamente parlando, abdicare alla carità concreta verso le vittime.
Che dire: impeccabile, non fa una grinza
Storicamente le Chiese cristiane furono sempre piuttosto bellicose. Fin dalle origini il rifiuto religioso del servizio militare fu molto limitato. E tuttavia uno degli appellativi del Fondatore è Principe della Pace. La gerarchia cattolica cercò progressivamente di contenere le politiche belliche degli Stati a partire dalla Prima guerra mondiale e, più intensamente, dagli scorsi anni Sessanta. Grazie per il contributo al dibattito. Mario Ardigò- Roma