4 pensieri su “Un errore identificare la morale cattolica con il dettato pacifista

  1. Salve, mi sono iscritto, grazie, c’era chi diceva, perentoriamente, discutere e’ inutile. Io,,sine titula, vorrei ricordare HISTORIA MAGISTRA VITAE, sarebbe ancor piu’ importante conoscere la Storia delle Religioni, quindi non e’un errore grosso…e molto molto di piu’, anche perche’ e’ impossibile scindere la Storia dalla Religione.Essa non inizia con Rousseau, non inizia nell’ottobre 1917..poi sarebbe Novembre, non inizia nel 1921, non inizia il 25 aprile 1945, scusate Matteo Roma

  2. (Daniela Martino)
    Una riflessione per l’amico pacifista: Ignazio Silone, il “santo in uscita” e l’Ucraina. Nel suo capolavoro Pane e vino, Ignazio Silone mette in scena la figura di Pietro Spina, un rivoluzionario che si traveste da prete per continuare la lotta contro l’oppressione fascista. In quest’opera, la resistenza non è configurata come una mera opzione politica, bensì come una necessità metafisica radicata nella dignità umana e nell’amore per il prossimo. Silone ci insegna che, in determinati frangenti della storia, la passività non è sinonimo di “purezza” evangelica, ma rischia di diventare complicità con il male. Il “giusto” siloniano non ricerca il conflitto per sé, ma è consapevole che il sacrificio della propria pace interiore — e talvolta della vita stessa — rappresenta il prezzo ineludibile per proteggere chi è perseguitato. Questa prospettiva non nega il valore assoluto della pace, ma la sottrae all’astrazione platonica. L’amore per il prossimo, in Silone, non è un sentimento vago e consolatorio, ma un atto concreto di protezione verso il debole. Se la giustizia viene calpestata dalla violenza delle armi, la carità stessa impone di non lasciare l’oppresso senza difesa: direbbe Silone che l’amore autentico per il prossimo non può tradursi nell’accettazione passiva del sopruso verso il più debole. Proprio come Pietro Spina non poteva rimanere inerte di fronte al fascismo che schiacciava i contadini abruzzesi, così oggi, di fronte all’aggressione russa contro l’Ucraina — con le sue città bombardate, i civili brutalizzati e i ripetuti rifiuti di una negoziazione seria — la fede cristiana non può ridursi a un invito astratto a “cambiare logica” o a vivere di “vibrazioni”. Il Catechismo della Chiesa cattolica, come Lei ha evidenziato, è chiarissimo: la legittima difesa «può essere anche un grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri» (n. 2265), e i detentori legittimi dell’autorità hanno il diritto di usare le armi per respingere gli aggressori della comunità civile loro affidata. La vera pace non è l’assenza di conflitto a qualunque costo, ma la presenza della giustizia. Lasciare che l’aggressore continui a nuocere senza opporre resistenza efficace significherebbe, silonianamente parlando, abdicare alla carità concreta verso le vittime.

  3. Storicamente le Chiese cristiane furono sempre piuttosto bellicose. Fin dalle origini il rifiuto religioso del servizio militare fu molto limitato. E tuttavia uno degli appellativi del Fondatore è Principe della Pace. La gerarchia cattolica cercò progressivamente di contenere le politiche belliche degli Stati a partire dalla Prima guerra mondiale e, più intensamente, dagli scorsi anni Sessanta. Grazie per il contributo al dibattito. Mario Ardigò- Roma

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