Il 25 aprile non è mai stato la festa di tutti gli italiani. D’altronde, può esistere una memoria condivisa del passato senza aver fatto seriamente e fino in fondo i conti con il passato? In questo 25 aprile, in particolare, complici una campagna elettorale al calor bianco, i conflitti in Medio Oriente e in Ucraina, certe ottuse iniziative degli zeloti del potere politico, quella festa rischia di essere oltremodo divisiva. Come a Roma, dove il movimento degli studenti palestinesi, il quale ha annunciato la sua presenza a Porta San Paolo, luogo simbolo della Resistenza romana, e dove la Brigata ebraica si ritroverà per commemorare i suoi caduti.
Senza però partecipare al corteo, considerate le minacce ricevute (e senza una parola di condanna dell’Anpi). Infatti, “quest’anno la Liberazione non può essere all’insegna di una sfilata ipocrita. È in corso un genocidio in Palestina, quindi non permetteremo che sia esposto e associato alla Resistenza nessun simbolo sionista”, ha dichiarato alla stampa la presidente Maya Issa, che ha anche chiesto alla comunità ebraica di “prendere le distanze dallo Stato israeliano”. Ovviamente, si è ben guardata dal chiedere agli studenti palestinesi di “prendere le distanze da Hamas”. Avete capito bene. C’è chi censura il monologo di uno storico e c’è chi censura (entrambi per crassa ignoranza) la storia di una formazione che ha dato un contributo non trascurabile alla liberazione del nostro paese dal nazifascismo. Allora ricordiamola, in estrema sintesi, questa storia.
La Brigata ebraica nasce il 20 settembre 1944, in seguito a una lunga trattativa fra le autorità ebraiche in Palestina e il governo britannico, guidato allora da Winston Churchill, che amministrava quei territori sulla base del mandato ricevuto dalla Società delle Nazioni. Dopo un primo addestramento ad Alessandria d’Egitto, la Brigata venne inviata il 31 ottobre 1944 sul fronte italiano. Sbarcata a Taranto, fu inquadrata nel X Corpo dell’VIII Armata Britannica. La Brigata prese parte, insieme a unità italiane e polacche, ai combattimenti di Alfonsine e poi a quelli contro Divisione paracadutisti tedesca (marzo 1945). Il 9-10 aprile 1945 partecipò alla battaglia dei ” tre fiumi” assieme alle forze alleate, con le quali fu protagonista dello sfondamento della Linea Gotica. I suoi caduti furono una trentina e alcune decine i feriti.
Mi fermo qui. Forse non tutti sanno che della Brigata faceva parte Hans Jonas, il filosofo tedesco allievo di Martin Heidegger e compagno di studi di Hannah Arendt, celebre per i suoi scritti sullo gnosticismo e sull’etica nell’età tecnologica, in cui affronta temi cruciali come la clonazione, l’eutanasia, l’eugenetica. Pochi giorni prima della sua morte (5 febbraio 1993), tenne a Udine un discorso in occasione del Premio Nonino che gli era stato conferito. È intitolato “Razzismo”, e si può leggere in appendice al saggio “Il concetto di Dio dopo Auschwitz” (Il Nuovo Melangolo, 1993). Concludo questa nota proprio con un brano del suo discorso, che dà un senso alla definizione degli ebrei come i “più europei e meno nazionalisti dei cittadini europei” (Amos Oz, “Una storia di amore e di tenebra”, Feltrinelli, 2003″.
“Fu a Udine, all’inizio dell’estate del 1945, che la Seconda Guerra Mondiale finì per me – cinque anni da soldato contro Hitler nello scenario Mediterraneo. Qui dopo la resa della Germania il mio reparto, il Gruppo Brigata Ebraica dell’ottava Armata Britannica, si fermò a riposare nel suo lungo viaggio da Taranto verso il Nord. Eravamo tutti volontari della popolazione ebraica della Palestina (sotto mandato britannico), molti provenienti da paesi europei di lingua tedesca caduti sotto la dominazione nazista. Avevamo insistito per avere un’identità riconosciuta come forza combattente ebraica e in realtà eravamo facilmente riconoscibili da insegne come la Stella di David sulle nostre uniformi.
Così accadde ancora e ancora, nel nostro lento avanzare lungo l’Italia, che ebrei sopravvissuti, uscendo dai loro nascondigli – per la maggior parte donne – ci salutassero e ci raccontassero le loro storie. Da loro ricevemmo la prima idea della vera portata dell’orrore dell’Olocausto, ma anche ascoltammo storie commoventi di coraggiosa pietà e umanità fra gli italiani, a cui essi dovevano la loro sopravvivenza – un necessario antidoto contro l’oltraggio crescente dei nostri cuori. La più commovente di queste storie mi fu raccontata personalmente qui a Udine e la riporto al suo luogo di origine in questa visita dopo circa mezzo secolo, in modo che la luce, nel buio, non sia dimenticata.
Una mattina alcuni di noi passeggiavano nell’indaffarata piazza del mercato, quando due anziane signore ci avvicinarono. Quando scoprimmo che parlavano fluentemente il tedesco, toccò a me ascoltare la loro storia. Erano sorelle di Trieste, appartenenti a una benestante famiglia Austro-Ebraica, cittadine italiane dal 1919, una vedova, l’altra nubile, che avevano vissuto assieme tranquillamente nella loro città natale fino ai primi anni della guerra. Poi, un giorno, sentirono che anche a Trieste si era cominciato a radunare gli ebrei per deportarli in Germania. In tutta fretta, fecero due valigie, presero contante e gioielli, e corsero alla stazione dove comperarono i biglietti per un luogo dove nessuno le conoscesse e potessero trovare rifugio. Mentre si avvicinavano all’ingresso del binario raggelarono. Vicino al controllore stava una di quelle temute guardie fasciste a controllare i documenti di identità. Immobili e prossime alla disperazione, notarono un dirigente delle ferrovie che faceva loro segno di nascosto, seguendo le sue indicazioni mimate passarono attraverso un cancello non vigilato e riuscirono a salire sul treno.
Udine andava bene per fare un tentativo: nessuno le conosceva e non conoscevano nessuno. Trovarono una soffitta non arredata in affitto, la presero, e, come inizio, si accontentarono di questo rifugio. Alcuni giorni dopo, un furgone si fermò sotto la casa, furono scaricati due letti, portati fino alla loro porta e consegnati con il messaggio orale che sua eminenza l’Arcivescovo aveva saputo della loro situazione e desiderava rendere un po’ più confortevole la loro nuova dimora. Nei lunghi mesi che seguirono, le due donne, straniere non registrate, senza tessere annonarie, furono costrette a vendere, pezzo dopo pezzo, i loro gioielli per comperare cibo al costoso mercato nero. Un giorno vennero a sapere di una venditrice che in un’altra parte della città aveva del lardo da vendere. Le loro riserve si stavano esaurendo, ma l’occasione era troppo rara per lasciarsela sfuggire. Un altro gioiello fu venduto in tutta fretta e giunsero in tempo per comperarne un prezioso chilogrammo – ad un prezzo esorbitante, naturalmente.
A tarda notte, nello stesso giorno, sentirono bussare alla porta. Spaventate aprirono -davanti a loro stava il cinico operatore del mercato nero- che disse: ‘Perdonatemi, per favore. Non sapevo chi foste quando vi ho venduto quel lardo questa mattina. Mi è stato detto dopo e sono venuta a scusarmi. Da voi non voglio denaro’, gettò loro una busta con tutte le loro banconote, si girò e scomparve. Finita quella storia, il narratore aggiunse: ‘e ora, forse, capirete perché noi due non emigreremo in Palestina (dato che noi della brigata Ebraica invitavamo tutti i sopravvissuti che incontravamo), ma desideriamo vivere fra gli italiani’. Da parte mia, ho conservato questa storia per tutta la vita come una sacra fede”.
Desideriamo vivere fra gli italiani: è triste che ancora si rifiutino di capirlo quanti hanno dimenticato che fu proprio la resistenza di pochi (tra cui i partigiani ebrei) a contribuire alla libertà di tutti.
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Sempre grazie, Michele. Con affetto.