

L’arresto della giornalista Cecilia Sala in Iran non rappresenta solo un dramma personale e un grave attacco alla libertà di stampa, ma offre uno spunto per una riflessione più ampia sulla distanza, spesso abissale, tra l’idealismo politico e la realtà dei fatti. In particolare, questo episodio mette in discussione l’illusione di una possibile equidistanza morale tra democrazie occidentali e regimi autoritari, nonché il pregiudizio ideologico che porta alcuni a condannare sistematicamente l’Occidente ignorando, o minimizzando, le responsabilità dei regimi oppressivi.
La mobilitazione a sostegno di Cecilia Sala, giusta e necessaria, evidenzia una contraddizione latente in alcuni settori del dibattito pubblico. Non si può denunciare con forza l’arresto di una giornalista da parte di Teheran, riconoscendo implicitamente la natura repressiva del regime iraniano, e al contempo perpetuare narrazioni che ne legittimano le ambizioni geopolitiche o ignorano il suo ruolo attivo nel sostegno a gruppi estremisti. Gli stessi macellai che oggi arrestano giornalisti liberi erano tali anche ieri, quando opprimevano le donne iraniane, giustiziavano dissidenti o fomentavano violenze in Medio Oriente, armavano Hamas, Hezbollah, Assad (e continuano ad armare gli Houthi).
Spesso, l’aspirazione a una sorta di neutralità morale conduce a un’analisi appiattita che mette sullo stesso piano democrazie imperfette e regimi autoritari. Questa equidistanza non è solo intellettualmente disonesta; è pericolosa. Significa ignorare la natura dei sistemi che reprimono il dissenso, soffocano le libertà fondamentali e trasformano la loro ideologia in arma contro i diritti umani. È un errore pensare che si possa adottare una posizione “equilibrata” tra chi difende, seppur con limiti, i principi democratici e chi basa il proprio potere su violenza e terrore.
Un altro elemento da considerare è il pregiudizio ideologico che porta alcuni a criticare incessantemente l’Occidente, a volte attribuendogli la totalità delle colpe globali, mentre si chiudono gli occhi sulle atrocità perpetrate da regimi come quello iraniano. Certo, l’Occidente ha le sue colpe storiche e politiche, ma questo non dovrebbe mai diventare un alibi per ignorare o sminuire le responsabilità di dittature che opprimono i loro popoli e destabilizzano intere regioni.
Il caso di Cecilia Sala ci obbliga a un confronto con la realtà: i regimi autoritari non sono interlocutori con cui si può dialogare senza considerare il loro disprezzo per i diritti fondamentali. Difendere i valori di libertà e giustizia non significa essere accecati dall’idealismo, ma avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, senza temere di essere accusati di partigianeria. La libertà di Cecilia Sala è legata anche alla nostra capacità di non lasciare spazio all’ambiguità morale.
L’evento evidenzia anche una contraddizione nel dibattito occidentale sul Medio Oriente: il posizionamento anti-israeliano spesso diventa un sostegno (diretto o indiretto) alla Repubblica Islamica e al suo “asse della resistenza”. Un asse che non rappresenta libertà e giustizia, ma l’espansione delle ambizioni repressive di Teheran. Non si può difendere la libertà mobilitandosi per Sala e allo stesso tempo legittimare chi lancia razzi contro Israele. Eppure oggi, alcuni dei fieri difensori di Cecilia Sala sono gli stessi che ieri ci spiegavano che Hezbollah e Hamas non sono terroristi ma patrioti, quelli del Sinwar Ettore, insomma.
Ogni crisi, ogni evento come quello che coinvolge Cecilia Sala, dovrebbe essere un’occasione per ricalibrare le nostre posizioni e riflettere. Idealismo e realismo non devono necessariamente essere in conflitto; piuttosto, devono incontrarsi in un impegno lucido e consapevole per difendere i valori che rendono possibile una società libera. E tra questi, la libertà di stampa e di pensiero sono non negoziabili e dunque non potrà mai esserci ambiguità nel condannare sempre e inequivocabilmente la Repubblica Islamica, le sue milizie proxy e i suoi alleati.
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Il modo occidentale di guardare al Medio Oriente (e non soltanto) è intriso di razzismo. Razzismo nel senso che spesso non riconosciamo arabi, iraniani ecc. come nostri pari, uguali nei diritti ma anche nelle responsabilità che, da essere umani, ci dovremmo assumere. Si crea in questo modo un perpetuo attenuante per questi gruppi, la convinzione che semplicemente non sono in grado di metabolizzare le norme e i comportamenti occidentali. Anzi, che è da cattivi chiedergli di farlo. Non è colpa loro se fanno cose che noi occidentali sappiamo di non dover fare. Non sono in grado di controllarsi, poverini. È nella loro natura affrontare i problemi ammazzando la gente. Vanno capiti e giustificati. L’unico paese del Medio Oriente che viene giudicato con grande severità sbandierando i principi occidentali è Israele.