

A quattro anni dall’invasione russa, questo Speciale raccoglie analisi, testimonianze e riflessioni su una guerra che ha cambiato l’Europa e messo alla prova l’Occidente. Non solo cronaca di distruzione e resistenza, ma interrogativo politico sul futuro dell’ordine europeo, sui limiti della prudenza e sulla responsabilità delle scelte. Perché l’Ucraina non è un fronte lontano: è il banco di prova della nostra idea di libertà.
Il 22 giugno 1941 la Germania invase l’Unione Sovietica. Firmò la sua resa a Reims il 7 maggio 1945, dopo tre anni e undici mesi di guerra: il tempo impiegato dall’Armata Rossa per arrivare da Stalingrado a Berlino.
Il 24 febbraio 2022 la Russia ha invaso l’Ucraina. Dopo quattro anni non è ancora riuscita a piegare il popolo di “badanti, cameriere e amanti”, come lo definì una giornalista oggi europarlamentare del Pd, imparentata con gli opinionisti-geopolitici che lo davano per spacciato già il giorno dopo l’invasione. Gli stessi che però la escludevano fino al giorno prima.
Sono i portavoce di quei partiti che si sono sempre opposti all’invio di aiuti militari a Kyiv. Sono i cattivi epigoni di Erasmo da Rotterdam, secondo cui “la pace più ingiusta è migliore della guerra più giusta” (Querela pacis, 1517). Sono le colombe della pace che pensano che, cedendo al ricatto di un tiranno, costui diventerebbe più indulgente. Accadrebbe esattamente il contrario, e i Paesi che hanno conosciuto il tallone dell’Urss lo sanno bene. Sono i propagandisti del Cremlino che sostengono, dal lunedì alla domenica, che Mosca ha ormai vinto la guerra.
Le analisi dei principali centri di ricerca europei e statunitensi – “Institute for the Study of War”, “Royal United Services Institute”, “Center for Strategic and International Studies”, “International Institute for Strategic Studies” – raccontano una storia diversa.
E cioè una guerra di attrito caratterizzata da avanzamenti territoriali lenti e molto costosi. Certo, il regime di Putin gode di un vantaggio competitivo che solo un’autocrazia è in grado di vantare: può permettersi circa un milione e duecentomila vittime, tra morti, feriti gravi e dispersi, senza subire – almeno per ora – significative contestazioni interne.
Un sacrificio umano enorme che tuttavia non è bastato per conquistare l’intera oblast’ di Donetsk, regione che include la “Fortress Belt”, una cintura difensiva rivelatasi impenetrabile. Di qui il tentativo di imporre per via negoziale ciò che la Russia non è riuscita a ottenere sul campo di battaglia. Ma Merz, Starmer e Macron hanno deciso di non stare al gioco del baro di Washington.
La questione dei territori occupati con la forza e di quelli che si vogliono annettere per via diplomatica non riguarda solo il cinque per cento contestato di un ipotetico accordo a portata di mano. Non ci sono garanzie di sicurezza che tengano se passa l’idea che la sovranità di un Paese è negoziabile sotto il ricatto delle armi.
La questione decisiva, allora, non è fino a che punto l’Ucraina possa reggere una guerra di attrito. È fino a che punto l’Europa sia disposta a difendere i principi su cui si fonda la propria sicurezza. “Simul stabunt, simul cadent”: se questi principi cadono, non cadono solo per Kyiv, ma per tutti, Italia inclusa.
Anche Merz, Macron e Starmer hanno i loro Salvini e i loro Vannacci. Eppure forse – sottolineo forse – si stanno rendendo conto che è ora di gettare il cuore oltre l’ostacolo. E che quindi non basta essere “volenterosi” con l’Ucraina, predestinata vittima sacrificale del patto non più occulto tra Washington e Mosca. Occorre rilanciare con determinazione una politica di sicurezza e di difesa europea, perfino sfidando le opinioni pubbliche nazionali. E facendo capire che quella tra “burro o cannoni” è una falsa alternativa.
Parafrasando Churchill, in questo passaggio storico si può scegliere la pancia piena e avere lo stesso la guerra – dei dazi di Trump o dei missili di Putin.
Nelle pagine della Fenomenologia dello spirito (1807) dedicate al rapporto signoria-servitù, Hegel ricorda la parola d’ordine “Libertà o morte!” ricamata sulle bandiere durante la Rivoluzione francese. Per il filosofo tedesco la libertà è infatti una rischiosa conquista: la merita soltanto chi mette in gioco la propria vita pur di non sottomettersi a una forza tirannica. Merita invece di servire chi, per viltà, baratta la libertà con la propria sopravvivenza.
Non lo fece Churchill con Hitler. Non lo fecero i partigiani italiani con i nazifascisti. Non lo sta facendo da quattro anni il popolo ucraino con un autocrate spietato e sanguinario.
Comunque andrà a finire la guerra, la sua lotta resterà una nobile testimonianza di quanto affermava sempre Hegel nell’Enciclopedia delle scienze filosofiche (1817): «[…] e se un popolo non sogna di volere essere libero, nessun potere umano potrà tenerlo nella schiavitù del mero doloroso esser-governato».

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Buongiorno Michele. Scrivo in privato perché il sistema non riceve più i miei commenti. Condivido, ma segnalo una omissione: accanto ai nomi di Salvini e Vannacci spiccano per assenza quelli di Conte, Bonelli, Fratoianni e anche Schlein. Con stima e affetto. Nadia Mai
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