

Il dibattito si concentra sul centrosinistra, ma la vera partita si gioca dentro la maggioranza. Tra repulisti, silenzi strategici e nuovi equilibri, il governo riassesta il sistema dopo il referendum e prepara la lunga traiettoria verso il 2027.
Tutti parlano del campo largo, delle primarie nel centrosinistra, delle tensioni tra Elly Schlein e Giuseppe Conte e della possibile leadership dell’opposizione. Il dibattito pubblico si è rapidamente spostato su quel terreno, come se la vera partita politica dei prossimi mesi si giocasse lì.
È un riflesso comprensibile, ma rischia di produrre un errore di prospettiva: in politica ciò che fa più rumore non è sempre ciò che incide davvero sugli equilibri reali.
La dinamica più interessante di queste settimane riguarda piuttosto gli umori interni al governo e i sommovimenti che attraversano Palazzo Chigi dopo la sconfitta referendaria sulla giustizia. In superficie si percepisce una fase di apparente immobilità; in profondità, invece, si muovono decisioni, aggiustamenti di rotta ed equilibri politici che coinvolgono tanto la squadra di governo quanto la coalizione.
La politica italiana sembra essere entrata in una fase che potremmo definire di “caos calmo” istituzionale: non una crisi di governo, ma il momento in cui una leadership consolidata riassesta il sistema dopo una battuta d’arresto, preparandosi alla lunga traiettoria che conduce al 2027.
Il repulisti meloniano e il silenzio strategico di Palazzo Chigi
La prima risposta della presidente del Consiglio alla sconfitta referendaria è stata rapida e chirurgica. Nel giro di pochi giorni sono usciti di scena Andrea Delmastro, Daniela Santanchè e Giusi Bartolozzi. Formalmente si tratta di vicende diverse tra loro, ma la loro concatenazione temporale rivela una logica politica piuttosto chiara: intervenire sui punti di attrito prima che possano trasformarsi in fattori di logoramento della leadership.
Nei corridoi della politica romana si racconta tuttavia che la riflessione sulla composizione dell’esecutivo fosse più ampia. Secondo alcune ricostruzioni circolate a Palazzo, sarebbero stati almeno sei i nomi finiti nel radar della presidente del Consiglio, segno che la valutazione sui punti di fragilità del governo era più estesa di quanto poi si sia tradotto nelle decisioni effettivamente adottate.
Questo elemento contribuisce anche a spiegare il clima di cauta attesa che ha accompagnato le settimane successive al referendum.
In politica le sconfitte elettorali svolgono spesso una funzione paradossale: non sempre mettono realmente in discussione la tenuta di una maggioranza, ma offrono al leader l’occasione per ristrutturare gli equilibri interni. Le situazioni problematiche che coinvolgevano alcune figure del governo erano note da tempo; tuttavia è proprio il momento successivo a una battuta d’arresto a rendere politicamente possibile ciò che prima sarebbe apparso più rischioso.
La decisione di intervenire rapidamente ha prodotto un duplice effetto: neutralizzare alcuni dossier potenzialmente destabilizzanti e rafforzare la percezione di una leadership capace di agire senza esitazioni.
Dopo questa prima fase di interventi, però, la comunicazione di Palazzo Chigi è cambiata. La presenza pubblica della presidente del Consiglio si è ridotta, mentre l’attività politica è proseguita attraverso incontri riservati, contatti con gli alleati e gestione diretta dei dossier più delicati.
Alcuni osservatori hanno letto questo atteggiamento come il segnale di una difficoltà. In realtà, una lettura più attenta suggerisce il contrario: quando una leadership è consolidata, non ha bisogno di occupare costantemente la scena pubblica e può permettersi di governare il sistema politico più che il dibattito mediatico.
Il cosiddetto “silenzio” di Palazzo Chigi non rappresenta dunque un vuoto comunicativo, ma una modalità di controllo della scena politica. In una fase segnata dal contraccolpo referendario e da una serie di aggiustamenti interni alla maggioranza, la scelta è quella di evitare uscite a vuoto e intervenire solo quando la parola pubblica produce un effetto politico preciso.
È una strategia che consente al governo di continuare a trasmettere segnali senza alimentare il rumore polemico del dibattito mediatico: meno esposizione, più controllo dell’agenda.
Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo. Grazie!
*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy
Gli equilibri instabili della maggioranza
Parallelamente si stanno muovendo anche gli equilibri interni alla coalizione di governo. La dinamica non riguarda soltanto Fratelli d’Italia, ma l’intero perimetro del centrodestra, dove si stanno ridefinendo rapporti di forza, leadership e spazi politici in vista della lunga marcia verso le elezioni del 2027.
In Forza Italia, la riaffermazione del ruolo della famiglia Berlusconi sta producendo un nuovo assetto di potere interno. Il cambio alla guida del gruppo al Senato, con l’uscita di Maurizio Gasparri e l’arrivo di Stefania Craxi, segnala un riassestamento che va oltre il semplice avvicendamento parlamentare.
Dietro questa fase si intravede anche il crescente attivismo di Marina Berlusconi, sempre più critica verso la gestione politica di Antonio Tajani e verso quello che in molti ambienti azzurri definiscono il “gruppo dirigente romano”.
Anche la Lega attraversa una fase di riassestamento. Matteo Salvini deve gestire un partito segnato dal ridimensionamento elettorale e da tensioni territoriali che continuano a emergere ciclicamente.
Il nome di Luca Zaia resta uno dei fattori più sensibili di questo equilibrio: ogni ipotesi di un suo ingresso nel governo riapre automaticamente il tema del rapporto tra leadership nazionale e potere territoriale.
A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge la variabile rappresentata da Roberto Vannacci e dalla sua microformazione politica. Il peso elettorale rimane limitato, ma in un sistema sempre più frammentato anche piccoli contenitori possono acquisire un valore strategico, soprattutto quando intercettano segmenti specifici dell’elettorato.
In vista del 2027 quella nicchia potrebbe trasformarsi in un serbatoio di voti capace di incidere sulla composizione delle liste e sulla distribuzione dei collegi.
In questo contesto circolano anche voci di Palazzo su possibili movimenti nella squadra di governo. Tra le ipotesi emerse nei corridoi parlamentari c’è quella di un possibile avvicendamento al ministero delle Imprese, con Adolfo Urso indicato tra i ministri più esposti alle critiche interne.
Ma la questione non è priva di rischi: il timore, soprattutto dentro Fratelli d’Italia, è che un eventuale effetto domino possa finire per riaprire anche il dossier del Viminale, dove Matteo Piantedosi continua a essere contestato da una parte della Lega.
La liberazione di quella casella riaprirebbe infatti uno scenario che FdI preferirebbe evitare: un ritorno di Matteo Salvini al ministero dell’Interno.
Il risultato è che la coalizione appare solida sul piano parlamentare ma attraversata da movimenti sotterranei che riflettono la preparazione alla prossima competizione elettorale. Più che una crisi imminente, quella del centrodestra sembra una fase di ridefinizione progressiva degli equilibri interni.
La legge elettorale e la lunga partita verso il 2027
Dentro questa fase di riassestamento della maggioranza si colloca anche il tema della nuova legge elettorale, il cosiddetto Stabilicum, ormai approdato in Parlamento e incardinato alla Camera.
Non si tratta di un passaggio meramente tecnico: le riforme elettorali rappresentano sempre uno dei momenti più sensibili della competizione politica, perché modificare le regole del voto significa intervenire direttamente sull’architettura del sistema politico.
I sistemi elettorali non sono semplici strumenti normativi, ma forme di ingegneria istituzionale attraverso cui una maggioranza cerca di governare l’incertezza del futuro, ridefinendo incentivi, comportamenti e rapporti di forza tra partiti e coalizioni prima ancora che la competizione elettorale abbia luogo.
Nel caso dello Stabilicum la motivazione ufficiale è quella della stabilità. La prossima legislatura sarà chiamata a eleggere il nuovo Presidente della Repubblica e un Parlamento troppo frammentato potrebbe rendere più difficile la formazione di maggioranze chiare e durature.
Parallelamente è tornata a circolare l’ipotesi di elezioni anticipate. Non è uno scenario impossibile, ma appare difficile immaginare che un governo dotato di una maggioranza parlamentare solida scelga volontariamente di aprire una fase di incertezza, soprattutto in un contesto internazionale instabile.
Inoltre, il ricorso alle urne non dipende esclusivamente dalla volontà dell’esecutivo. Spetta al Presidente della Repubblica valutare se sciogliere le Camere o se esistano margini per soluzioni parlamentari alternative, anche di natura tecnica o di unità nazionale.
Per questo il voto anticipato appare oggi più come uno scenario evocato nel dibattito politico che come una strategia realmente imminente.
Ed è proprio dentro questa prospettiva che si comprende il significato dello Stabilicum: non soltanto una riforma elettorale, ma un tentativo di modellare fin d’ora il terreno della competizione politica che condurrà al 2027.
Nervosismo ed errori di comunicazione
In questo contesto si colloca anche un episodio apparentemente marginale ma politicamente significativo: la risposta della presidente del Consiglio alla provocazione social dell’ex deputato e personaggio televisivo Ismaele La Vardera, che aveva costruito una polemica utilizzando una ricostruzione parziale e fortemente indignata dei fatti.
L’episodio è stato letto da alcuni commentatori come il segnale di un certo nervosismo di Meloni. Una lettura che, però, appare riduttiva.
Quando un leader occupa stabilmente il centro della scena politica diventa inevitabilmente il bersaglio privilegiato di provocazioni costruite per ottenere visibilità. Nel sistema mediatico contemporaneo queste operazioni raramente mirano a un vero confronto politico: l’obiettivo è produrre una reazione capace di amplificare la polemica.
È possibile che la risposta rifletta anche un momento di irritazione personale, soprattutto in una fase delicata come quella successiva al referendum. Ma l’episodio evidenzia soprattutto il nodo strategico che oggi si trova davanti la presidente del Consiglio: tornare ad alzare i toni del confronto politico, terreno su cui ha costruito gran parte della propria ascesa, oppure consolidare una leadership più istituzionale, orientata alla gestione del governo e meno alla mobilitazione permanente del dibattito pubblico.
I segnali delle ultime settimane sembrano indicare la seconda opzione. La crescente enfasi sui dati economici e sui risultati dell’azione di governo — crescita, occupazione, conti pubblici — risponde proprio a questa logica: spostare il baricentro della comunicazione dalle polemiche alla legittimazione attraverso i risultati, sottraendo il confronto politico alla spirale delle provocazioni mediatiche.
Il mito del “pantano Meloni” e la realtà del potere
In queste settimane non sono mancati commentatori pronti a parlare di “pantano Meloni” o di una presidente del Consiglio incapace di decidere dopo la sconfitta referendaria. È una lettura che dice più sull’impazienza del commento politico che sui reali meccanismi del potere.
Le leadership non si muovono sempre con la stessa intensità: esistono fasi di conflitto aperto e altre di riassestamento più silenzioso.
I dati strutturali della legislatura raccontano infatti una realtà diversa: la maggioranza parlamentare resta ampia, la coalizione non mostra segnali di disgregazione e la leadership della presidente del Consiglio non è oggi oggetto di una contestazione interna tale da mettere in discussione la tenuta dell’esecutivo.
Più che una fase di smarrimento, quella apertasi dopo il referendum appare dunque come una fase di riassestamento.
Non andrebbe dimenticato, inoltre, che Giorgia Meloni è la stessa leader partita da un partito al cinque per cento e oggi alla guida di uno degli esecutivi più longevi della recente storia repubblicana. Questo non garantisce il futuro della sua leadership, ma suggerisce prudenza nel proclamare con troppa rapidità l’inizio del suo declino.
In politica, spesso, le fasi più silenziose sono quelle in cui il potere si riorganizza prima della partita successiva.

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
