

In un momento in cui la stanchezza dell’Occidente si fa sentire, l’Ucraina rischia di essere abbandonata proprio quando avrebbe più bisogno di sostegno. Tra scandali interni, segnali di debolezza economica del nemico russo e un crescente disimpegno statunitense, il rischio è che la narrazione della fine del conflitto venga manipolata, svuotata, normalizzata. La realtà, invece, è ancora quella di una guerra accesa, fragile, dinamica e geopoliticamente determinante. Le dimissioni di Andriy Yermak – braccio destro di Volodymyr Zelensky, figura centrale nella tenuta del potere presidenziale ucraino e architetto delle trattative internazionali – segnano un passaggio decisivo.
Chi si affretta a leggere la sua uscita come un’opportunità dimentica che Yermak è stato fino a ieri l’interfaccia ucraina con tutti i grandi attori del dossier: dagli Stati Uniti alla Turchia, da Israele alla Cina. Con la sua uscita di scena, lo stesso Zelensky appare più esposto, più isolato, più vulnerabile. Ed è questo il momento scelto per accelerare su una “pace negoziata”, nei fatti concepita altrove, che rischia di tagliare fuori l’Ucraina dalla scrittura del suo futuro.
Zelensky più solo che mai: l’uscita di scena di Yermak e le sue conseguenze
L’allontanamento di Andriy Yermak, braccio destro e sinistro del Presidente, è più di un semplice rimpasto. È il segno di una fragilità politica acuta, un vuoto che si apre nel momento peggiore. Yermak non era un collaboratore qualunque: è stato l’uomo al fianco di Zelensky nei giorni più bui, quando le truppe russe marciavano su Kyiv e la presidenza rischiava l’annientamento. La sua uscita, precipitata da uno scandalo di corruzione che ha messo in imbarazzo l’intera amministrazione, è la conferma che la resilienza politica interna sta raggiungendo un punto critico.
In apparenza, molti ucraini salutano il suo allontanamento con favore, vedendolo come una liberazione da un uomo potente e opaco. Ma dietro l’apparenza c’è un indebolimento sistemico. Zelensky appare oggi più solo che mai: esposto, sotto pressione, e con il sostegno occidentale che si sta lentamente sgretolando. Lo stesso Yermak, secondo fonti vicine, è apparso “sotto shock” per la rapidità con cui è stato sacrificato. E non è un dettaglio secondario che proprio lui dovesse volare a Miami nei prossimi giorni per partecipare a colloqui informali con gli emissari americani legati a Trump, come Steve Witkoff e Jared Kushner.
La sua sostituzione temporanea con Yulia Svyrydenko, ex vice di Yermak e primo ministro da pochi mesi, è una mossa che mira a preservare la continuità, non a cambiarne la direzione. Zelensky cerca di dimostrare che la linea del governo resta ferma, che lo Stato non arretra. Ma questo passaggio non cancella il fatto che oggi il potere esecutivo ucraino è più fragile. E questa debolezza si riflette direttamente sulla capacità negoziale dell’Ucraina. In realtà, il più probabile successore di Yermak è in casa: si parla, infatti, di Kyrylo Budanov, capo dell’intelligence militare, artefice degli attacchi alle infrastrutture russe in Crimea. La partita è aperta.
Nel frattempo, una delegazione ucraina è a Washington per rassicurare gli Stati Uniti: l’Ucraina non cambia linea, non arretra, non perde affidabilità. È un segnale chiaro: Kyiv sa di essere a un bivio e cerca disperatamente di non perdere la fiducia del suo alleato principale. Ma l’impressione è che Zelensky, senza Yermak, sia più isolato che mai.
Il piano americano: “Make Money Not War” e la marginalizzazione dell’Europa
L’inchiesta del Wall Street Journal, significativamente intitolata “Make Money Not War: Trump’s Real Plan for Peace in Ukraine”, non è solo un documento giornalistico: è un terremoto geopolitico. La lettura lascia un retrogusto amaro, quella sensazione viscerale che si prova quando un alleato, improvvisamente, si scopre fragile o peggio ancora disponibile a sacrificarti per un tornaconto superiore. Ed è esattamente ciò che sta attraversando oggi la sicurezza europea, e in modo ancora più acuto Kyiv.
Dalle decine di conversazioni raccolte dalla testata con funzionari, diplomatici e membri dell’intelligence emerge una verità sconcertante: gli Stati Uniti, attraverso la linea parallela di Steve Witkoff, hanno realmente accarezzato l’idea di concedere alla Russia ciò che non è riuscita a ottenere con la guerra, ovvero una normalizzazione politica e un reintegro nel sistema economico internazionale in cambio di un gigantesco patto commerciale.
Il cuore della vicenda è un’offerta che il Cremlino ha messo sul tavolo e che l’entourage di Trump ha ascoltato con sorprendente disponibilità: una pace costruita non sulla sicurezza, ma sugli affari, un pacchetto di investimenti e sinergie industriali dal valore complessivo di circa 2.000 miliardi di dollari, destinato a rilanciare l’economia russa dopo anni di sanzioni. Il messaggio, per Mosca, era cristallino: se Washington accetta il principio della cooperazione strategica, la Russia è pronta a concedere la pace in Ucraina. Non un gesto politico: un affare.
Dalle carte citate dal WSJ emerge un quadro che, letto con occhi europei, ha il sapore del tradimento. Gli Stati Uniti avrebbero preso in considerazione un accordo che prevedeva l’accesso privilegiato alle immense risorse minerarie della Siberia, in particolare ai giacimenti di nichel, rame, platino e terre rare dell’area di Norilsk, e una cooperazione nel settore del gas artico, dagli impianti di Novatek ai progetti LNG di Yamal. In parallelo, si ragionava sulla possibilità di sbloccare i 300 miliardi di dollari di asset russi congelati in Europa, reinvestendone una parte nella ricostruzione ucraina ma restituendo il resto a Mosca attraverso strumenti finanziari controllati dagli Stati Uniti. Una formula che avrebbe consentito agli americani di diventare i principali beneficiari del dopoguerra e alla Russia di ottenere ciò che desidera da anni: il ritorno nell’economia globale senza un vero arretramento politico.
Il punto più inquietante è la natura degli attori coinvolti. Non diplomatici, non negoziatori di carriera, ma uomini d’affari: Witkoff, Jared Kushner, Gentry Beach, Stephen P. Lynch. Tutti accomunati da una concezione transazionale della politica estera, dove la stabilità è un sottoprodotto del profitto, non un fine. La presenza di Dmitriev – figura chiave del fondo sovrano russo, formatosi negli Stati Uniti e perfettamente consapevole di come parlare con il mondo Trump – completa un quadro che ricorda più una joint venture transnazionale che un negoziato di pace.
Per gli europei, scoprire questo asse parallelo è stato uno shock. Non solo perché sono stati deliberatamente esclusi, ma perché la natura stessa dell’accordo avrebbe sancito la loro irrilevanza strategica. Un’Europa ridotta al ruolo di osservatore mentre Washington e Mosca ridefiniscono gli equilibri del continente; un’Europa che si siede sì al tavolo, ma come portata del banchetto. E per Kyiv la rivelazione è stata ancora più traumatica: gli Stati Uniti stavano discutendo accordi che prevedevano concessioni territoriali e il congelamento della sua sovranità in cambio di partnership energetiche e industriali tra i due principali attori del sistema di potenza.
La dinamica operativa del canale Witkoff, come ricostruito dall’inchiesta, evidenzia inoltre un livello di improvvisazione quasi imbarazzante. Viaggi senza interpreti, appunti presi a mano mentre Putin parlava in russo con i suoi consiglieri, rifiuto costante di utilizzare linee sicure, scarsa comunicazione con gli alleati europei, riunioni segrete in residenze private a Miami con Dmitriev e Kushner per redigere un documento – i famosi 28 punti – che rappresentano una resa mascherata dell’Ucraina. È lo stesso Witkoff ad aver suggerito ai russi di “parlare prima con Trump” prima dell’arrivo di Zelensky a Washington, sabotando di fatto la richiesta ucraina di missili Tomahawk. Anche questo rientra nella logica dell’affare: la pace come veicolo per un nuovo partenariato USA–Russia, non come ricostruzione dell’ordine internazionale violato nel febbraio 2022.
Infine, la rivelazione forse più drammatica riguarda gli apparati americani stessi. L’inchiesta documenta come CIA, Dipartimento di Stato, Tesoro e Consiglio per la Sicurezza Nazionale siano stati sistematicamente tagliati fuori, costretti ad apprendere dettagli dei negoziati da fonti europee, britanniche o addirittura da indiscrezioni di mercato. E quando un’agenzia europea ha distribuito ai governi del continente una relazione riservata sull’intero contenuto dei colloqui, la sensazione è stata una sola: Putin aveva già ottenuto uno dei suoi obiettivi strategici più ambiziosi, la divisione tra America ed Europa.
Questa non è diplomazia. È geoeconomia trasformata in strumento di potere, un tentativo di ridefinire l’ordine mondiale attraverso contratti, licenze energetiche, terre rare e accessi minerari invece che attraverso accordi multilaterali. È la pace come transazione, non come principio. Ed è forse l’indizio più chiaro di quanto fragile sia diventato il sistema di sicurezza occidentale.
Per l’Europa, l’intera vicenda rappresenta una cesura brutale, non solo diplomatica ma strategica. La scoperta di un canale negoziale parallelo, gestito da attori extra-istituzionali e modellato su interessi puramente economici, ha infranto ogni illusione residua di centralità nel processo di pace. L’esclusione sistemica dell’UE, ridotta a spettatore in un gioco a due tra Stati Uniti e Russia, mette a nudo l’impotenza di Bruxelles nella difesa del proprio spazio geopolitico. Se davvero si prepara una nuova architettura della sicurezza euro-atlantica, essa rischia di sorgere non solo senza l’Europa, ma sulle sue spalle. Per i governi del continente, questo è il punto di massima allerta: un sistema in cui le garanzie di sicurezza vengono ridefinite altrove, senza coinvolgimento né voce in capitolo, è un sistema che non protegge, ma espone.
La crisi strutturale della Russia: economia di guerra al capolinea
Sullo sfondo del negoziato, la Russia arriva alla fine del 2025 con un sistema sotto pressione, logorato da due fattori convergenti: il deterioramento strutturale dell’economia e il fallimento strategico dell’intervento militare in Ucraina.
Sul piano economico, il quadro si sta rapidamente deteriorando, a dispetto di chi ancora parla di una “resilienza russa”. L’economia di guerra — costruita in fretta tra il 2022 e il 2024 — ha prodotto una crescita artificiale, trainata da spesa pubblica, industria militare e piena occupazione forzata. Ma quella fase è finita. I dati più recenti raccontano una realtà opposta: l’espansione del PIL si è dimezzata, l’inflazione è tornata a salire, e i fondi sovrani sono al minimo da dieci anni.
I numeri parlano da soli. Le entrate fiscali derivanti da petrolio e gas sono state inferiori del 21% rispetto alle stime iniziali, pari a una perdita di 2,28 trilioni di rubli. Le entrate IVA sulle importazioni sono calate del 24%, quelle sui dazi del 19%, le accise sulle importazioni del 24%. L’imposta sui profitti ha registrato un -4%, come anche l’imposta sul reddito personale. Complessivamente, secondo il Centro per l’Analisi Macroeconomica (CMASF), il Tesoro russo chiuderà l’anno con 5 trilioni di rubli in meno del previsto su sette voci chiave del bilancio. Il deficit di bilancio previsto per il 2025 è salito a 5,7 trilioni di rubli, contro gli 1,2 inizialmente stimati.
Il governo ha reagito alzando le tasse: l’IVA salirà dal 20 al 22%, l’imposta sul reddito delle imprese è stata incrementata, e centinaia di migliaia di piccole imprese perderanno il regime fiscale agevolato. Ma questo rischio di “fiscal drag” potrebbe risultare controproducente: molte aziende potrebbero migrare nell’economia sommersa o cessare l’attività, compromettendo ulteriormente la base imponibile.
Il problema strutturale è chiaro: l’economia russa non è in grado di autosostenersi militarmente senza un flusso costante di entrate straordinarie da materie prime. Con i prezzi del petrolio in calo e la domanda asiatica in fase di rallentamento, anche le esportazioni verso Cina e India non bastano più. La Russia ha già cominciato a ridurre la spesa militare: nel 2026 passerà da 141 miliardi di euro a circa 135 miliardi. È il primo taglio netto da inizio guerra.
Ma non è solo un problema economico. Militarmente, il fallimento è ancora più netto. Dopo quasi quattro anni di guerra:
• Kyiv non è stata conquistata;
• il governo Zelensky è ancora in piedi;
• la NATO è più coesa e allargata di prima;
• la Russia ha perso oltre 350.000 uomini tra morti e feriti, secondo fonti occidentali;
• le offensive russe nel Donbas sono rallentate o respinte, e l’Ucraina ha mantenuto capacità di attacco profondo, anche in Crimea.
Il blitzkrieg originario è fallito, sostituito da un conflitto di logoramento senza obiettivi chiari, con Mosca sempre più dipendente da forniture iraniane, nordcoreane e da triangolazioni commerciali opache.
In definitiva, la Russia si trova oggi in un limbo strategico. Troppo debole per vincere davvero, troppo orgogliosa per ammettere il fallimento. Il negoziato promosso dagli Stati Uniti è per Mosca una via d’uscita senza perdere la faccia, un modo per trasformare la sconfitta militare in vittoria commerciale.
Ma tutto questo ha un prezzo. E quel prezzo lo pagherebbe l’Ucraina.
La scelta è ora
Il rischio è che la fragilità della Russia venga scambiata per imminente resa, quando in realtà è solo il volto logoro di un potere che ha ancora risorse – militari, economiche, sistemiche – per nuocere. Ma la vera minaccia oggi è l’inconsapevolezza occidentale, la tentazione di archiviare il conflitto come se fosse già deciso, e di abbandonare l’Ucraina proprio nel momento in cui si apre la fase più delicata: quella dei negoziati, della pressione, delle scelte strategiche.
Zelensky è più solo, anche simbolicamente, con l’uscita di scena del suo uomo più vicino. Ma è anche più esposto, mentre cresce il disincanto americano e l’Europa osserva senza agire. Mosca è più debole, ma non meno ambiziosa: una potenza revisionista in crisi è spesso più pericolosa di una potenza in espansione. E gli Stati Uniti, sotto la superficie, stanno riscrivendo le regole: non più trattati multilaterali e istituzioni, ma intese economiche opache, canali paralleli, scambi geopolitici in formato privato.
Il cuore del problema è l’Europa. Se non prende posizione ora, se continua a cullarsi nella retorica di un ruolo che nei fatti non esercita, rischia di ritrovarsi esclusa dalla futura architettura di sicurezza continentale. E non sarà colpa di Trump, o di Putin. Sarà colpa sua. Il tempo delle ambiguità è finito: o si fa garante della sicurezza collettiva, o si accetta una pace calata dall’alto, in cui Kyiv diventa merce di scambio e l’aggressione si trasforma in normalità contrattuale.
Lasciare sola l’Ucraina adesso significa legittimare la logica del più forte, smentire i valori che l’Occidente ha proclamato per decenni, e consegnare l’Europa a un futuro di irrilevanza strutturale. La posta in gioco non è più solo l’integrità territoriale di un Paese, ma il principio stesso che la sovranità non si compra, non si scambia e non si svende.
Il futuro dell’Ucraina si decide ora. Ma con esso si decide anche il futuro dell’Europa e la credibilità dell’intero ordine internazionale. Tradirlo oggi, per stanchezza o convenienza, non è una strategia. È un suicidio politico.
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Come a Enrico Compagnano, non ci resta che respirare sott’acqua sperando che non si otturi il boccaglio.
Ahimé, così é. Per fortuna che il complesso militare europeo si muove con accordi con l’Ucraina senza ostacoli.