
Ora che sappiamo che strada hanno deciso di percorrere gli Stati Uniti, noi italiani non abbiamo altra scelta che guardarci dentro e prepararci a fare maggiormente da soli.
Trump ha promesso ai suoi che non farà sconti a nessuno e manterrà la promessa. Di una cosa possiamo essere certi: dopo questa svolta degli americani, tutti i processi, politici, economici, militari, subiranno un processo di accelerazione il cui esito nessuno è in grado di prevedere.
Di fronte a questo spettro di incertezze che da oggi si è spalancato davanti a tutto il mondo l’unica cosa che noi italiani non dobbiamo fare è restare a guardare inermi.
Sul piano militare, quello più pericoloso, purtroppo siamo il vaso di coccio stretto fra vasi di ferro: quindi destinati a subire una sorte che non è nelle nostre mani. Possiamo al più opporre qualche rifiuto e augurarci che l’esito di ciò che è già in corso, nell’accelerazione, non intraprenda vie di fuga dagli esiti irreparabili.
Sul piano politico, non dovremmo correre troppi pericoli. In Italia il cambiamento è arrivato prima che avvenisse quello americano e per ora grandi scossoni non ci sono stati.
Ma è possibile prevedere che l’accelerazione impressa dal nuovo corso USA non abbia conseguenze anche da noi? Certamente no. Che lo sconquasso a stelle e strisce ci possa lasciare indifferenti è da escludere. Sicuramente avrà ripercussioni: per esempio, su alcuni temi sensibili come quello degli immigrati. Trump ha detto di essere pronto a una evacuazione di immigrati epocale. Vedremo se ci riuscirà, ma gli effetti delle sue mosse non potranno non avere conseguenze anche da noi, già alle prese con azioni di respingimento inedite e fortemente divisive.
Veniamo dunque alla terza delle tre incognite, quella economica. Fortunatamente in questo campo noi italiani siamo in grado di giocare una partita non da gregari, considerando inoltre che l’economia è in grado di influire enormemente anche sugli altri due campi, sia quello politico che quello militare.
Giustamente il Presidente della Repubblica nei giorni scorsi ha dato una tirata d’orecchi alle agenzie di rating, alle quali ha rimproverato di non dare il risalto dovuto ai passi da gigante compiuti negli ultimi anni dal nostro Paese. Sono risultati tangibili che possono essere riassunti da una cifra snocciolata da Sergio Mattarella: nel mese di giugno di quest’anno la posizione dell’Italia all’estero era creditoria per 225 miliardi di euro, circa il 10,5 per cento del Pil. Una cifra che diventa macroscopica se si guarda al risultato degli ultimi dieci anni, in cui il salto è stato addirittura pari a 505 miliardi, poiché si è passati da una situazione debitoria di 380 miliardi, alla situazione creditoria di 225 miliardi evidenziata dalla Banca d’Italia e ripresa da Mattarella.
“Il merito- ha detto il Presidente- va alle aziende italiane che sono riuscite ad affrontare i rischi e le opportunità offerte dalla globalizzazione”.
Ecco questo è il punto, rispetto all’esito del voto americano: con la politica dei dazi e con il protezionismo annunciato e promesso da Trump, quale possibilità ha il sistema italiano di consolidare e ripetere quei risultati vantati giustamente da Sergio Mattarella? Al momento nessuno è in grado di dirlo, anche perché si tratterà di vedere quale sarà l’entità della purga trumpiana, a quali aree sarà destinata, soprattutto a quali settori.
Dopo esserci chiesti come e dove cadrà la mannaia del nuovo ( vecchio) inquilino della Casa Bianca, faremmo invece bene a riflettere sulle mosse di Trump in materia economica già avviate durante la campagna elettorale. A partire da quell’abbraccio, quasi una chiamata alla cogestione, con Elon Musk. Un gesto così eclatante che non può che fare presagire un piano molto più vasto del Presidente degli Stati Uniti: mettere l’America in mano agli uomini che hanno dimostrato di saper trovare soluzioni: sempre che si convenga che Elon Musk, per quanto possa essere controversa la sua figura, non può non essere posto in cima a questa categoria.
Se è indubbio che questa mossa di Trump, indipendentemente dagli sviluppi futuri, abbia avuto un peso non da poco nella sua rielezione, forse è anche giusto chiederci quanto in Italia siamo lontani da abbracci forti e convinti fra la politica (maggioranza e opposizioni) e il mondo delle imprese. Questo anche nella prospettiva di dovere approntare trincee capaci di proteggere il nostro sistema industriale dai dazi e dalle minacce di Trump.
Per quanto riguarda l’attuale governo, la luna di miele fra gli imprenditori e Giorgia Meloni, scaturita all’assemblea della Confindustria di maggio scorso, secondo alcuni commentatori, se non è già finita, perlomeno si è molto offuscata.
Il primo sgarbo mal digerito dai confindustriali è stata l’abolizione dell’Ace (l’incentivo alla crescita delle imprese introdotto dal governo Monti) per finanziare la riforma dell’Irpef a favore dei redditi più bassi. Per non parlare della ribellione dell’Assonime nei confronti dell’articolo 112 della Manovra che prevede la designazione di un rappresentante del Ministero dell’Economia nei collegi sindacali delle imprese che hanno goduto di incentivi pubblici. Insomma, due provvedimenti nel solco di quell’”economia sociale” che sta a cuore a Giorgia Meloni, lontana anni luce dal modello Trump- Elon Musk.
Si può obiettare, a parte il giudizio di merito dell’accoppiata, che oggi in Italia, anche se la politica lo volesse, non abbiamo un equivalente di Elon Musk. Questo è certamente vero, ma fino a un certo punto. Se per difendersi dai guai che la cura Trump potrebbe provocare al nostro sistema produttivo, per una volta, “casa Italia ” riuscisse a fare quadrato: di imprenditori in grado di trovare soluzioni nelle fasi di crisi l’Italia ne ha in abbondanza. Non solo nei grandi gruppi di eccellenza, ma anche nei ranghi intermedi.
Proprio in questi giorni la cronaca economica ha messo in evidenza due esempi significativi.
Il primo riguarda Remo Ruffini, l’imprenditore che nel 2013 assunse il controllo del marchio Moncler praticamente al tubo del gas, e dopo 10 anni l’ha portato ad un fatturato di 2,3 miliardi, un utile netto di 611 milioni, con in cassa un miliardo tondo. Al punto che “LVMH”, il marchio del lusso più importante al mondo, ha deciso di affiancare Ruffini come socio al 10 per cento, e in Borsa corre voce che stia per dare l’assalto alla britannica “Burberry”.
Il secondo caso vede in campo due fratelli, Alessandro e Lorenzo Boglione. Nel 2008 hanno rilevato dal fallimento con 8-9 milioni di euro il marchio K-Way e lo hanno portato nel 2023 a un fatturato di 150 milioni. E in questi giorni sono stati affiancati dal Fondo Permira, che ha acquistato il 40 per cento della loro società, “Basicnet”, per lanciarla in Cina e negli Stati Uniti.
Ecco sul palco della politica italiana, come uomini capaci di trovare soluzioni, ci piacerebbe vedere imprenditori come Remo Ruffini o i fratelli Boglione. Imprenditori che non possono competere con il genio tecnologico di Elon Musk, ma hanno il vantaggio di essere portatori sani di quel genio tutto Italico deI fare nascere dal niente perle e fiori. Con l’ulteriore merito di non essere zavorrati dell’inquietante imprevedibilità del padrone di “X”, della Tesla e dello spazio.
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