

La convergenza fra trumpismo e putinismo affonda le radici nel nazionalismo religioso e nel comune rifiuto del liberalismo. Due eccezionalismi un tempo contrapposti trovano nel multipolarismo il terreno per una possibile spartizione delle sfere d’influenza.
In una delle imprevedibili mosse che probabilmente ne garantiranno la memoria, Donald Trump ha recentemente cercato di dimostrare il rischio che il governo cinese influenzi le prossime elezioni americane; per farlo, ha fatto desecretare un documento che sembra piuttosto confermare le risultanze dell’intelligence statunitense sulle operazioni di influenza condotte a suo favore dalla Russia durante la campagna elettorale del 2020.
Nei mesi precedenti, Trump aveva accolto Putin ad Anchorage con gli onori dovuti a un rispettabile leader e sbeffeggiato davanti al mondo il presidente del Paese sovrano che quest’ultimo ha aggredito. Questa apparente reciproca benevolenza fra i leader russo e americano può apparire anomala se si considera che, per oltre settant’anni, i due Paesi hanno occupato poli opposti dell’immaginario geopolitico occidentale.
Che fosse il comunismo contro il capitalismo o l’autocrazia contro la democrazia liberale, le due potenze sono state non solo rivali storiche, ma portatrici di visioni del mondo ontologicamente inconciliabili. A dispetto di questa narrazione che ha colonizzato la nostra mente, però, sono almeno vent’anni che si è venuta a creare una sorprendente convergenza tra alcuni ambienti conservatori americani e russi.
Una delle principali stanze di compensazione di tali convergenti interessi fu il World Congress of Families (WCF). Nato negli anni Novanta dall’incontro tra conservatori religiosi statunitensi e russi, il WCF ha offerto per anni uno spazio comune a evangelici, cattolici tradizionalisti americani, esponenti dell’Ortodossia russa, intellettuali e oligarchi vicini al Cremlino, tutti accomunati dall’odio per la società aperta, la laicità e, in particolare, i diritti sessuali e riproduttivi.
Il WCF mostrò che la frontiera culturale non coincideva con quella geopolitica. Una parte della destra religiosa americana guardava – e guarda – alla Russia post-sovietica non soltanto come a un vecchio avversario, ma anche come a un possibile alleato nella battaglia contro aborto, femminismo, secolarizzazione e riconoscimento delle identità LGBTQ+.
La collaborazione non cancella la rivalità tra gli Stati: la sospende, creando uno spazio nel quale il nemico principale non è Washington o Mosca, ma il liberalismo. Per una serie di motivi, nessuno dei quali ascrivibili alle sue virtù morali, Donald Trump è stato salutato da molti suoi elettori come uno strumento della Provvidenza, chiamato proprio a rallentare il declino morale dell’Occidente e a preparare una rinascita spirituale della nazione.
In questa narrazione, il conflitto politico assume i tratti, quasi millenaristici, di una battaglia tra bene e male, nella quale temi come la libertà religiosa, la difesa della famiglia, la guerra all’aborto e il sostegno a Israele acquistano un significato che trascende la normale gestione democratica. La politica diventa così una missione di salvezza nella quale l’America continua a percepirsi come una nazione investita di un destino speciale secondo una rivisitazione della tradizione dell’eccezionalismo.
La russificazione dell’eccezionalismo americano
Secondo quello che Kennedy e Reagan trasformeranno in un mito politico, l’eccezionalismo americano affonda le proprie radici nella tradizione puritana della City upon a Hill, la “città posta sulla collina” evocata da John Winthrop (“una città su una collina non può restare nascosta”).
Le colonie del nuovo mondo, secondo questa retorica, dovevano diventare un modello, un punto di riferimento sempre in vista. Che si trattasse di un’esortazione ai puritani a essere esempio per la Cristianità e non alle colonie americane per essere un esempio per il mondo poco importa. Infatti, l’immagine, consegnata alla storia, ha dimostrato la sua potenza descrittiva nell’accezione oggi dominante.
La traduzione politica dell’idea che gli Stati Uniti siano chiamati a svolgere una missione provvidenziale nella storia è il concetto di Destino manifesto; inizialmente elaborata per giustificare l’annessione del Texas e l’espansione verso Ovest, questa convinzione ha assunto nel XX secolo – non sempre senza ombre – la forma dell’esportazione della democrazia.
Con Trump, però, si ha un ribaltamento ideologico. La sua dottrina “America First” richiede la difesa dell’eccezionalità americana dai rischi del mondo esterno e dei nemici interni. La retorica MAGA tradisce quindi la fondazione universalistica del mito eccezionalista, proiettandolo in una cornice identitaria.
In pratica, il nazionalismo cristiano che sostiene il presidente è stato in grado di produrre una mentalità d’assedio basata sull’idea che la maggioranza morale del Paese sarebbe sotto attacco della cultura progressista, dei media liberali e delle istituzioni globali. Ciò si traduce in una vera e propria “russificazione” dell’eccezionalismo americano. Vediamo in che senso.
L’eccezionalismo russo
Anche la Russia è portatrice di una forma di eccezionalismo e di un compito metastorico, speculare a quello americano. Non mancano, ovviamente, anche qui i miti fondativi. Fra questi, essenziale è il concetto di Mosca quale Terza Roma, cioè l’idea che, una volta cadute Roma e Costantinopoli, spetti alla Russia difendere l’ortodossia cristiana, la vera fede.
Ciò non è disgiunto dalla concezione del messianismo russo, secondo cui quel popolo è chiamato a svolgere una missione universale di salvezza spirituale, come espresso perfino da Fëdor Dostoevskij. Lo scrittore sosteneva che il popolo russo fosse chiamato a guidare moralmente l’umanità, poiché l’anima russa, contraddistinta da umiltà, spirito di sacrificio e compassione, avrebbe conservato quei valori cristiani che l’Occidente, ormai dominato dal materialismo, razionalismo e individualismo, aveva progressivamente smarrito.
Tutto ciò confluisce oggi, profondamente rielaborato e in parte strumentalizzato, nell’euroasiatismo di Aleksandr Dugin, che trasforma il patrimonio simbolico della Terza Roma e del messianismo russo in una dottrina geopolitica.
Per l’autore della Quarta teoria politica, i diritti umani non costituiscono un patrimonio naturale dell’umanità, bensì un costrutto ideologico del liberalismo occidentale, utilizzato per legittimare l’espansione dell’egemonia atlantica. A essi Dugin contrappone il diritto della Russia, civiltà autonoma e incommensurabile, distinta tanto dall’Europa che dall’Asia, a preservare la propria identità e a guidare un blocco continentale chiamato a opporsi all’universalismo liberale incarnato dall’Occidente; questo sarebbe un mondo moralmente e spiritualmente decadente, afflitto da mali che si chiamano libertà individuale, materialismo, relativismo, secolarismo, democrazia.
Centrale risulta la difesa della religione ortodossa, considerata il fondamento dell’identità nazionale e fulcro della missione storica della Russia. Tale impostazione trova una delle sue più compiute espressioni nel pensiero dell’oligarca Konstantin Malofeev.
Tale visione vede una formulazione programmatica nel progetto Russia 2050, promosso dallo stesso Malofeev e presentato al Forum economico internazionale di San Pietroburgo, nel quale si delinea esplicitamente un progetto di restaurazione dell’autocrazia, fondato sulla centralità dell’ortodossia, sul recupero della tradizione zarista – non disdegnando quella stalinista – e sulla riaffermazione della Russia quale civiltà aliena al contesto occidentale.
In questo quadro assume un ruolo centrale il concetto di Russkij mir (“Mondo russo”), inteso come una comunità storico-culturale e spirituale che trascende i confini dell’attuale Federazione Russa e comprende tutti coloro i quali condividono la lingua, la cultura e la fede ortodossa russa. Chi non fosse consapevole di tale concezione avrebbe difficoltà a capire l’aggressione all’Ucraina, col rischio di prendere per buone argomentazioni come “la NATO che abbaia ai confini” e similari.
Putin, in definitiva, non rappresenta una cesura rispetto alla tradizione politico-culturale russa, né è espressione di un’anomalia storica, ma si inserisce in un filone di pensiero consolidato di cui reinterpreta temi e simboli in funzione delle esigenze di legittimazione delle pretese imperiali.
Il costante richiamo alla Rus’ di Kiev, considerata la culla della civiltà russa e il luogo d’origine del Paese e della fede ortodossa degli slavi orientali, ad esempio, consente di rivendicare una continuità storica tra la Kiev medievale, il principato di Mosca, l’Impero russo e la Federazione Russa contemporanea, offrendo così una cornice di legittimazione storica e identitaria alle aspirazioni della Russia sullo spazio post-sovietico.
L’incontro-scontro fra i due eccezionalismi
Come abbiamo detto, l’emergere del trumpismo ha sterilizzato, almeno in parte, la vocazione universalistica degli Stati Uniti. L’eccezionalismo si fa così meno missionario e più nazionalista, riducendo la distanza ideologica che separava Washington dalla concezione russa del mondo.
In questo processo, il ruolo più rilevante lo ha avuto la religione. L’evangelismo statunitense, soprattutto di marca carismatica e pentecostale, ha progressivamente orientato la priorità di governo verso la difesa dell’identità nazionale e dei valori tradizionali, finendo per assumere una funzione analoga a quella esercitata dalla Chiesa ortodossa nella Federazione Russa.
Ciò ha mutato profondamente i rapporti fra due eccezionalismi e le due connesse missioni metastoriche, tradizionalmente ritenute inconciliabili, orientando verso una forma di non belligeranza la cui unica fonte non può che essere una concezione multipolare dell’ordine internazionale.
Venendo meno la pretesa di universalizzare i principi del proprio sistema, non resta che la pragmatica spartizione delle sfere di influenza, ottenendo così la garanzia della non ingerenza nel proprio spazio di civiltà. Il multipolarismo diventa quindi, da una parte, condizione necessaria alla salvaguardia di non ingerenza, dall’altra, contesto in grado di favorire la convergenza di interessi e perfino forme di collaborazione contingente rese possibili dall’individuazione di un comune avversario ideologico: il liberalismo, col suo secolarismo, col pluralismo e quella concezione dei diritti individuali che entrambi i sistemi interpretano come fattori di dissoluzione delle identità nazionali, religiose e civili.
Diventa qui chiaro quello che sembra sfuggire a molti osservatori: il ruolo fondamentale della religione fra gli architetti di questa convergenza. Quella contiguità fra settori tradizionalisti di entrambi i Paesi che cominciò a manifestarsi all’interno del World Congress of Families, divenuta mainstream, ha finito per costituire un terreno di reciproco riconoscimento, contribuendo a ridurre la distanza ideologica tra il trumpismo e il putinismo.
Quello anelato è, quindi, un ordine internazionale che ricorda, per certi aspetti, una “pax mafiosa”: permangono naturalmente profonde divergenze strategiche e interessi spesso confliggenti – si pensi agli attacchi all’Iran, ad esempio -, però il contrasto non si configura più come uno scontro tra mondo liberale e autocrazia, bensì come una negoziazione tra grandi potenze che rivendicano il diritto di organizzare autonomamente il proprio spazio geopolitico.
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