

Sergio Mattarella: “Il principio non può essere muovere guerra per fare la pace: è paradossale. Appare insensata la pace evocata da parte di chi, muovendo guerra, pretende in realtà di imporre le proprie condizioni”.
Nell’intricata matassa dei negoziati sulla guerra in Ucraina l’unica cosa che sembra certa sono i desiderata dell’amministrazione americana, determinata a chiudere il conflitto sulla pelle degli ucraini: un disegno che Donald Trump coltiva dal primo giorno e che, al di là delle manfrine tattiche e delle dichiarazioni contraddittorie, non ha mai realmente messo in discussione.
Le indiscrezioni emerse nelle ultime settimane, insieme ad alcune dichiarazioni attribuite al presidente americano e riferite pubblicamente da Volodymyr Zelensky, indicano che la linea americana potrebbe spingersi oltre il semplice congelamento del fronte. L’obiettivo non sarebbe soltanto l’accettazione delle conquiste russe già consolidate, ma la richiesta esplicita che l’Ucraina si ritiri da tutto il Donbass, compresa la parte del distretto di Donetsk ancora sotto controllo ucraino.
In questo scenario, il congelamento dell’equilibrio militare non rappresenterebbe il punto di partenza della pace, ma il suo punto di arrivo, ottenuto dopo un’ulteriore concessione territoriale. La proposta di una zona demilitarizzata assumerebbe così una funzione compensativa: limitare formalmente la possibilità di nuove avanzate russe in cambio di un arretramento ucraino più profondo e politicamente costoso.
Questo approccio riflette una priorità strategica precisa. Chiudere la guerra consentirebbe a Washington di ridurre il rischio di escalation, di liberare risorse e di aprire una nuova fase nei rapporti con Mosca. Il riavvicinamento economico e commerciale alla Russia, anche per sottrarla all’influenza cinese, appare parte integrante di questo disegno. Il destino dell’Ucraina, dal punto di vista di Donald Trump, è un intralcio da cui liberarsi il prima possibile.
Resta tuttavia tutt’altro che scontata l’accettazione ucraina. Gli ucraini non hanno raggiunto alcun accordo sul territorio e “non ne stanno prendendo in considerazione alcuno al momento”. Lo ha detto nella serata di ieri la presidenza francese dopo che indiscrezioni di stampa suggerivano l’apertura di Kiev alla smilitarizzazione dei territori che ancora controllano e che i russi vogliono per sé.
“Gli ucraini non hanno raggiunto alcun accordo sui territori, non ne stanno prendendo in considerazione alcuno al momento e non stanno prendendo in considerazione una zona demilitarizzata”, ha insistito un consigliere del presidente francese Emmanuel Macron.
E d’altra parte la differenza tra congelare una linea del fronte e ritirarsi deliberatamente da territori ancora difesi non è solo geografica, ma politica e simbolica. Accettare una simile soluzione significherebbe trasformare la pace in una rinuncia preventiva, con effetti duraturi sulla legittimità interna e sulla percezione della sicurezza futura.
Ma è il tema delle garanzie di sicurezza a rappresentare uno dei nodi più spinosi. I meccanismi allo studio evocano modelli simili all’articolo 5 della Nato, ma senza obblighi automatici. Zelensky continua a chiedere un coinvolgimento militare europeo credibile; Mosca lo esclude; Washington evita di assumere impegni vincolanti. Ma poi – aggiungo io – chi affiderebbe il proprio destino a quel Trump che srotolò il suo tappetto rosso più prezioso per accogliere Putin in occasione di quell’ignominiosa pantomima che fu il vertice in Alaska?
Su questo punto l’Unione europea al momento sembra tenere la barra a dritta. Senza il consenso esplicito di Kiev, sostengono le capitali europee, non può esistere una pace giusta. È una posizione che segnala una frattura all’apparenza insanabile tra americani ed europei, non tanto sugli obiettivi – la fine della guerra – quanto sui mezzi. Se la pace viene percepita come un’imposizione, il rischio è che si trasformi in una tregua fragile, priva di legittimità politica.
In questo quadro si inserisce anche il voto dell’Unione europea di ieri per il mantenimento e il congelamento degli asset finanziari russi presenti sul territorio comunitario. La decisione conferma la volontà di Bruxelles di conservare una leva economica rilevante in vista del negoziato finale e, soprattutto, della fase postbellica.
La pace, dunque, non è ancora scritta. Ma la pressione americana per scriverla rapidamente è evidente. Resta da capire se l’Ucraina sarà disposta ad accettare una soluzione costruita sotto questa pressione e se l’Europa riuscirà a trasformare il principio del consenso ucraino da argomento morale a vincolo politico reale.
È su questo passaggio che si deciderà non solo la fine della guerra, ma la qualità della pace che verrà.
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Orang One considera tutte le guerre e anche le scaramucce come impicci per i suoi affari. Lui e i suoi sodali (la figura del genero è agghiacciante) vogliono deals, deals, deals… niente altro. C’è per fortuna ancora gente al mondo con la spina dorsale, vedi i Thai che non ci pensano minimamente a svendere l’onore nazionale per un deal.
E’ chiaro che farsi dettare le garanzie di sicurezza dalla Russia significa in pratica non dare alcuna garanzia di sicurezza all’Ucraina. Sarebbe solo una tregua temporanea che aiuterebbe la Russia a riprendersi e a prepararsi per la probabile continuazione futura dell’invasione.
Non rimane quindi che respingere la Russia sul campo, se si vuole una vera garanzia di sicurezza duratura per l’Ucraina. O sperare in un suo collasso sul campo e interno politicamente, ma con tempi e modi indefinibili al momento.
Non credo a nessuna pace firmata da Putin e da Trump.
Non ci crederei nemmeno se costoro fossero persone perbene (e non lo sono) perché nessuno può garantire gli umori di chi governerà in futuro.
La Russia ha già privato l’Ucraina della sua potenza nucleare con l’avallo di Clinton (ingenuità imperdonabile da parte di POTUS e del governo Ucraino, mentre risulta ora evidente la malafede russa che si liberava la strada per la futura invasione).
L’unica soluzione al conflitto e allo stravolgimento degli assetti internazionali è la vittoria militare dell’Ucraina appoggiata indefettibilmente dall’alleato Europeo.
La “fretta” di Trump ha una molteplicità di illusorie ragioni, ma con un denominatore comune: gli interessi esclusivamente personali. Insignirlo di un premio Nobel? Bisognerebbe creare una categoria apposita, ma la motivazione è già pronta “Per essere riuscito a trasformare gli USA in un alleato inaffidabile in ogni ambito”